“a tu per tu con…” Cristina Borgese

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        Cristina Borgese e la sua tesi di laurea

359 medici, 87 infermieri deceduti sinora in Italia causa Covid: un bilancio drammatico di caduti sulla trincea della pandemia e del peso di un’insostenibile responsabilità che ha provocato anche ripercussioni psicologiche non indifferenti.

Giuseppe Ungaretti scriveva che “i morti non fanno più rumore del crescere dell’erba”.

Non so cosa avrebbe scritto oggi…

Un fatto è certo: queste morti insieme alle altre vittime del COVID, oltre 125.028, stanno contribuendo a fare la storia della sanità italiana, della medicina e della stessa psicologia, se è vero com’è vero che tanti studenti si sono laureati e si laureeranno con tesi sull’argomento.

Oggi sul divano di ScrepMagazine è con me la Dott.ssa Cristina Borgese, da poco laureatasi in Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Bergamo, con una tesi su: “L’impatto del Covid-19 sul benessere degli operatori sanitari. Il perdono di sé e il rimorso come fattori protettivi o di rischio”.

Di cosa parleremo?

Della sua tesi, delle “emozioni di colpa e di rimorso degli operatori sanitari, derivanti dall’aver pensato, detto o fatto qualcosa in relazione all’emergenza Covid-19 quali possibili fattori di rischio per il loro benessere psicologico, e sul perdono di sé come fattore di protezione dello stesso benessere”, del periodo storico che sta segnando indelebilmente gli anni ’20 di questo secolo e degli insegnamenti che scaturiscono da questa drammatica esperienza per le generazioni future.

Fiore – L’argomento della tesi è stato scelto da te o deriva da un consiglio del relatore, la prof.ssa Francesca Giorgia Paleari?

Borgese – L’argomento della tesi è stato scelto di comune accordo con la professoressa Paleari. Le ho proposto i temi e le emozioni che avrei voluto indagare e lei li ha subito accolti, aiutandomi a svilupparli.

Ci tengo a dire che la professoressa Paleari ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della mia ricerca. 

Fiore – Tra le varie tesi lette sulla pandemia per il Covid-19 ritengo che la tua sia una delle più interessanti per aver sviluppato il dramma degli operatori sanitari che improvvisamente si sono trovati a fare i conti con un nemico sconosciuto, difficilmente controllabile, spesso letale, inizialmente combattuto quasi a mani nude e aver posto l’accento sulla necessità di “nuove strategie di cura e di prevenzione, per garantire il benessere psicologico degli operatori sanitari che si trovano a dover fronteggiare simili emergenze”.

Tu personalmente come hai vissuto quei momenti iniziali e quanto tutto questo ha influito nella scelta dell’argomento di tesi?

Borgese – Inizialmente avevo sottovalutato la portata di tale emergenza.
Quando ho capito che si trattava di un evento che avrebbe segnato la nostra storia ho cominciato a riflettere sulla incredibile fortuna di potermi sentire protetta rimanendo a casa, per quanto potessi soffrirne le limitazioni.

L’aggressività iniziale della diffusione del virus, la paura di poter essere contagiati o di poter contagiare, il senso di colpa che tali eventi potessero suscitare, questi, come altri pensieri, hanno influito sulla scelta dell’argomento e delle emozioni che avrei voluto indagare in chi, come l’operatore sanitario, ha vissuto tutto questo in modo estremamente amplificato. 

Fiore – Hai dedicato la tesi a Girolamo, con affetto, a tutte le altre vittime e agli operatori sanitari impegnati nella lotta contro il Covid-19. Chi è Girolamo?

Borgese – Girolamo, di cognome Lamattina, era un Funzionario della Prefettura di Palermo, un caro amico di famiglia, che ha combattuto il Covid perdendo, purtroppo, la battaglia.

È stato un evento che mi ha colpito profondamente.

Fiore – La lacerante decisione di chi far vivere e chi far morire, quando i respiratori non erano sufficienti per tutti, quanto ha compromesso la psiche di chi ha dovuto, tra lacrime silenziose o razionalità irrituale, prendere la decisione?

Borgese – Credo abbia rappresentato una sfida per la propria moralità, soprattutto per chi come mestiere ha scelto di salvare delle vite, dover assumersi la responsabilità di chi far vivere e chi far morire. Ciò può essere emotivamente destabilizzante. Ci sono già diversi studi che confermano quanto le ferite morali, provocate da tali scelte che ledono i valori etici e di condotta, possano compromettere il proprio stato di benessere fisico e mentale. 

Fiore – Le pandemie abbattutesi sulle popolazioni nel corso dei secoli oltre che calamità sanitarie sono state anche drammi sociali che hanno sconvolto i capisaldi etici e morali che sino ad allora reggevano le diverse società. Che mi dici al riguardo?

Borgese – Le pandemie, le epidemie, le grandi catastrofi della storia innescano la necessità di una ridefinizione dei paradigmi sociali, economici, culturali soprattutto quando attaccano il sistema dall’interno, confliggendo con le convinzioni correnti come avvenne nel Medioevo quando ci si rese conto che le pandemie non potevano essere affrontare con gli stessi paradigmi culturali, religiosi e sociali che fino ad allora erano stati i capisaldi sui quali si reggeva la società. L’Europa, infatti, aveva reagito alla peste facendo leva sulle proprie convinzioni tradizionali e religiose, ma ogni azione messa in atto non aveva portato ad esiti positivi, al contrario aveva avuto un impatto psicologico tale da far riconsiderare i paradigmi esistenziali ed epistemologici.

Fiore – Quanto la globalizzazione e il cambio degli stili di vita hanno contribuito alla diffusione del COVID – 19?

Borgese – Sicuramente, rispetto al passato, il virus ha avuto la possibilità di diffondersi più rapidamente. È realistico pensare che la globalizzazione abbia influito sulla velocità di diffusione del Covid-19. Ma allo stesso tempo, se parliamo di globalizzazione, parliamo di progresso e questo sicuramente rispetto al passato ci ha consentito di contrastare l’emergenza in modo più rapido e più efficace con i farmaci e con le terapie intensive ma soprattutto con i vaccini. 

Fiore – Quali sono le colpe e i meriti dei mass-media nel passare la comunicazione sulle malattie infettive alla società facendola oscillare fra la fiducia e la sfiducia nella medicina, tra l’incertezza, lo sgomento e la paura di nuove e sempre più dure infezioni virali?

Borgese –  I mass-media garantiscono una interazione continua con i cittadini e assicurano, attraverso la rete, una informazione in tempo reale in ogni angolo del mondo. Ogni testata giornalistica è portatrice di interessi che possono essere economici ed anche politici. L’informazione, che è lo specchio della società, non è avulsa da essa.

Ad esempio, i NoVax vogliono leggere che il vaccino faccia male e le testate di riferimento danno risalto alle notizie che riguardano i pochissimi casi di problemi causati dai vaccini amplificandoli e ricorrendo spesso alle fake news, la stessa cosa succede per i catastrofisti, ecc…

Sta ai cittadini cercare di difendersi maneggiando le notizie che leggono con la massima prudenza e, soprattutto, approfondendole senza rilanciarle sui social prima di avere la certezza che non siano fake. Seguire le indicazioni ufficiali delle autorità nazionali, regionali e locali credo sia la strada maestra per evitare di adottare comportamenti non in linea con le azioni di contenimento e di contrasto al Covid-19.

Fiore – Giustamente nel tuo elaborato di tesi affermi che “la storia delle più antiche epidemie fino a quella attuale che stiamo vivendo ci insegna come l’impatto delle stesse non sia solo di natura medica o sanitaria, ma anche psicologica, sociale ed economica”. Significa che non si è mai pronti ad affrontarle?

Borgese – Significa che seppur in modo violento, questi disastri ci ricordano quanto possano essere fragili i nostri sistemi sociali e inadeguate le risposte tecniche e scientifiche a disposizione. Bisogna valutare diverse variabili come l’intensità dell’impatto del virus, la prontezza nel rispondere e le risorse a disposizione.

Credo sia essenziale imparare dalle esperienze. 

Fiore – Torniamo all’informazione…

Lo sviluppo dei social media ha accelerato la divulgazione delle notizie ma ha anche favorito la disinformazione con il lancio delle fake news. Quanto secondo te le fake news hanno contribuito ad abbattere l’equilibrio psicologico del cittadino in questo periodo di pandemia?

Borgese – Le fake news hanno fatto emergere paure, ansie, attacchi di panico e disorientamento nei cittadini più indifesi culturalmente e sicuramente hanno influito negativamente sull’equilibrio psicologico del cittadino.

Fiore – Come l’informazione avrebbe potuto abbassare il volume dell’angoscia, dell’ansia, dello stress e di tutte quelle emozioni che hanno causato un offuscamento delle funzioni razionali e intellettive?

Borgese – Avrebbe potuto evitare di estremizzare i fatti e di creare, spesso surrettiziamente, scalpore per catturare l’attenzione del cittadino. Rincorrere il titolo ad effetto per guadagnare lettori e profitto è uno dei limiti dell’informazione.

Fiore – Perché l’attuale pandemia da Covid-19 è da classificare come evento stressante tanto da spingere l’Organizzazione Mondiale della Sanità ad affermare che la tutela della salute mentale deve essere una priorità assoluta?

Borgese – Perché sono aumentate a dismisura, dall’inizio della pandemia, le richieste di intervento relative alla salute mentale, come ansia e paura, disturbi del sonno e depressione anche gravi. È necessario considerare gli effetti che la pandemia può aver causato sulla popolazione tutta.

Fiore – Gli operatori sanitari, gli eroi della sanità, hanno avuto e continuano ad avere un ruolo cardine nel fronteggiare l’emergenza sanitaria da pandemia di Covid-19. Secondo te è stato corretto definirli “eroi”?

Borgese – Credo possa essere gratificante per gli operatori sanitari sapere che per ogni singolo essere umano il loro lavoro è stato riconosciuto e considerato come indispensabile. 

Credo che nella vita sia necessario non sottovalutare il lavoro di chi è chiamato a farlo solo perché ha scelto quella professione soprattutto quando i ritmi di lavoro e le responsabilità diventano insostenibili come è successo con l’emergenza pandemica. Ecco perché possano essere definiti legittimamente eroi.

Fiore – Mi risulta che nel nostro Paese sono state allestite stanze di decompressione per aiutare gli operatori sanitari a uscire dallo stato di ansia e stress in cui erano caduti.

Tu ne parli anche nella tua tesi. Vuoi parlarne anche ai lettori di ScrepMagazine?

Borgese – Certamente.  Al fine di tutelare la salute mentale degli operatori sanitari sono stati organizzati diversi interventi ed è stata garantita la presenza di psicologi nei vari reparti. Nello specifico, le stanze di decompressione sono state create in modo tale da fornire un setting accogliente e munito di materiale informativo sulla prevenzione psicologica, sul burnout, sullo stress e su come dare brutte notizie. Il setting così costituito ha come obiettivo quello di poter essere vissuto come un luogo sicuro dove, guidati da uno psicologo, possono essere raccolte le emozioni emergenti.

Fiore – Come mai siamo andati in crisi anche mentalmente a causa del Covid-19? 

Borgese – Si è trattato di un evento traumatico e spesso eventi di tale fatta possono portare a stress disfunzionali. Con la quarantena ci si è ritrovati costretti a cambiare abitudini che hanno avuto un impatto anche a livello fisiologico e sociale, come ad esempio il cambiamento nel ritmo sonno-sveglia, nell’alimentazione, nelle routine che possono avere avuto un impatto negativo sul regolare funzionamento emotivo e fisico degli individui. Incertezza, fragilità, paura, sono tutti elementi che purtroppo hanno contribuito a generare un malessere anche mentale. 

Fiore – Quindi mi stai dicendo che la pandemia ha avuto un ruolo determinante ed efficace nel modificare e condizionare il nostro vissuto emotivo?

Borgese – Ha sicuramente avuto un ruolo nella percezione della propria realtà tanto da costringerci a doverla ricostruire per adattarci agli eventi. Ogni evento condiziona il nostro modo di sentire, di vedere; cambiano le prospettive, cambiano le abitudini, cambia il modo di stare nel mondo, nel bene e nel male. Ad esempio, abbiamo dovuto rinunziare agli incontri ai quali eravamo abituati ed abbiamo optato per nuove forme di contatto attraverso i social e le piattaforme di videoconferenza. L’uomo cerca sempre di riadattarsi e, come in questo caso, non rinunzia alla propria socialità. 

Fiore – È la conferma di quanto sosteneva Aristotele nella Politica “l’uomo è un animale sociale”.

Borgese – L’uomo è un animale sociale ed è incapace di vivere isolato dagli altri. Aggregarsi agli altri è un istinto primario che sicuramente è stato messo a dura prova.

Fiore – Quanto sarà possibile guarire dallo stato di incertezza derivante dal senso di vulnerabilità e dall’aumento delle ansie nei confronti di un futuro non ancora chiaro?

Borgese –  L’essere umano ha, per fortuna, la capacità di adattarsi. Spero e credo che l’esigenza di unirsi di nuovo agli altri e di ritrovare sé stessi possa accelerare lo stato di una totale ripresa. Sicuramente è un evento che ci ha segnati, ma ho fiducia.

Fiore – Mi vuoi parlare del moral injury?

Borgese – Il moral injury, o danno morale, fa riferimento ad un particolare tipo di lesione che colpisce la propria coscienza quando vengono messe in atto o non si riescono a prevenire delle azioni che trasgrediscono le proprie convinzioni e – o aspettative morali.

Fiore – Quali sono le caratteristiche tipiche della ferita morale?

Borgese – Spesso le ferite morali si manifestano attraverso sensi di colpa e vergogna, percezione di tradimento dei propri valori, senso di rottura rispetto a profonde convinzioni morali, tutte caratteristiche che hanno ripercussioni sugli stati interni dell’individuo attraverso pensieri negativi, rimuginazione mentale, isolamento ed evitamento. 

Fiore – Tu affermi che gli operatori sanitari in questo periodo di pandemia, soprattutto quando mancavano i dispositivi di sicurezza, sono stati particolarmente vulnerabili a subire lesioni di tipo morale… Perché questo?

Borgese – Perché sono stati chiamati a fare delle scelte di vita o di morte assumendosi delle responsabilità eticamente destabilizzanti. Uno dei dilemmi che ha caratterizzato il lavoro degli operatori sanitari durante la pandemia, infatti, è stato sicuramente quello di operare una scelta di carattere etico nel momento in cui non potevano garantire le stesse cure, come l’intubazione o l’accesso in terapia intensiva, a tutti i pazienti positivi al coronavirus. 

Fiore – Quanto è stato destabilizzante per i medici la responsabilità di scelta tra “a chi dare una chance di sopravvivenza e a chi no”?

Borgese – In ambito sanitario c’è la consapevolezza di dover far certe scelte a volte eticamente contrarie al proprio volere. Durante questa emergenza pandemica, aldilà della consapevolezza, il problema si è ingigantito a causa dell’elevato numero di scelte da dover prendere così di frequente e in un tempo così limitato. Tutto ciò è stato estremamente destabilizzante. Un recente studio pubblicato sul British Medical Journal ha, infatti, indicato il moral injury come uno dei rischi per la salute mentale degli operatori impegnati nell’emergenza covid-19.

Fiore – Dilemmi morali ed emergenze hanno alimentato non pochi sentimenti di colpa, rimuginazione e rimpianto tra il personale sanitario… Me ne vuole parlare?

Borgese – Sì. Le difficoltà del personale sanitario nel fronteggiare i dilemmi morali e le emergenze che la situazione pandemica ha comportato hanno alimentato sentimenti di colpa, rimuginazione e rimpianto di non aver fatto abbastanza.
Nell’attuale situazione di emergenza da Covid-19 il ruolo delle trasgressioni e dei fallimenti da parte del personale sanitario potrebbe essere maggiormente circoscritto a tutte quelle situazioni in cui non è stato possibile far fronte a tutte le intense e interminabili richieste da parte dell’utenza, alla paura di poter contagiare i familiari, di poterli esporre allo stigma di cui loro stessi sono stati vittime in alcune circostanze. I medici e gli psicologi, nonostante gli sforzi, in determinate situazioni, possono essere responsabili di esiti indesiderabili e il senso di colpa che ne deriva può assumere manifestazioni ruminative di auto-rimprovero, rimorso o rammarico che hanno delle ricadute negative sul proprio benessere. 

Diversi operatori sanitari hanno ammesso di aver pianto durante il lavoro, quando assistevano i loro pazienti mentre morivano e mentre in auto tornavano a casa attraversando delle strade deserte. 

Fiore – Quanto ha influito in tutto questo l’incapacità di soddisfare più richieste contemporaneamente e quindi di salvare la vita di un paziente?

Borgese – Tantissimo. La pandemia ci ha colti impreparati. Non c’erano a disposizione del personale sanitario strutture e protocolli tali da permettere di rispondere adeguatamente alla sfida del Covid-19. Bisogna sperare che per il futuro si adottino dei piani pandemici che ci diano la possibilità di contrastare e contenere con più efficacia eventuali altre emergenze.

Fiore – Quanto la ruminazione, la rimuginazione ha impedito a volte la risoluzione dei problemi e ha esacerbato pensieri e sentimenti negativi di cui si è alimentata l’angoscia creando altro stress?

Borgese – Pensieri di tipo ruminativo impediscono di impegnarsi nella risoluzione dei propri problemi o nel coping attivo, esacerbando pensieri e sentimenti negativi che contribuiscono a periodi di angoscia prolungati nel tempo, ben dopo l’evento stressante. Gli operatori sanitari hanno dovuto prendere delle decisioni improvvise, immediate, hanno dovuto risolvere problemi inizialmente senza avere protocolli da seguire, quindi, sicuramente, rimuginare sulle proprie scelte può aver prolungato stati emotivi di tristezza, rabbia, ansia e depressione.

Fiore – Nel capitolo secondo della tua tesi si parla di “medicina narrativa”. Ti confesso che ne ignoravo, sino a qualche giorno addietro, l’esistenza…

Borgese – Sì, è una metodologia di intervento clinico-assistenziale molto interessante utilizzata per dare valore alla cura in relazione agli aspetti più personali del malato attraverso il racconto delle loro storie e dei loro vissuti anche nella pratica clinica. Nell’attuale situazione di emergenza sanitaria, la medicina narrativa è stata applicata in ambito sanitario per indagare in modo più approfondito i vissuti degli operatori sanitari, per dare voce alle loro emozioni, alle loro storie.

Fiore – Assolutamente interessante, intelligente e direi anche intrigante la tua attenzione sul perdono di sé che ho interpretato come un allontanarsi di alcuni operatori sanitari dalle responsabilità per aver procurato eventi negativi o emozioni di colpa nella cura per il COVID-19, un riprendersi il prima possibile la salute fisica, il benessere psicologico, la soddisfazione per la vita e lo sconfiggere la depressione, l’ansia, la rabbia, il senso di colpa e la vergogna. Mi sbaglio?

Borgese – Se il perdono di sé permettesse semplicemente di liberarsi dalla colpa facendo accrescere le emozioni positive, non si dovrebbe parlare di vero perdono di sé ma di ciò che alcuni studiosi definiscono pseudo-perdono di sé.

Infatti, accanto a chi ha sperimentato un vero perdono di sé vi sono quelli che, per sbarazzarsi delle emozioni negative susseguenti un’azione dannosa, si sono semplicemente scusati o hanno incolpato qualcun altro o la vittima stessa del loro comportamento, non intraprendendo il difficile percorso di accettazione delle proprie responsabilità. 

Allontanare le emozioni negative semplicemente non considerandole non garantisce una totale ripresa dallo stato di malessere.

Perdonare sé implica una sfida in cui bisogna sia accettare la responsabilità di una presunta violazione, sia accettare sé stessi come persone di valore; prevede il fare ammenda sia per il torto commesso, sia per un cambiamento nella esperienza emotiva lontano da emozioni di vergogna, colpa, rimpianti, rimorsi e auto-condanna. Tutti questi cambiamenti portano a riaffermare i propri impegni morali e a ritrovare l’equanimità emotiva.

Fiore – Per chiudere… La tua tesi, oltre ad avere una robusta e ben bibliografia, fa riferimento anche a una ricerca i cui partecipanti sono stati contattati tramite indirizzo e-mail o WhatsApp o Messenger con un messaggio in cui vengono specificati i criteri di inclusione per la ricerca, ovvero: svolgere la professione di medico, infermiere, volontario o soccorritore 118 nella regione Lombardia o Sicilia. In sintesi mi dà i risultati di questa indagine?

Borgese –  I risultati hanno evidenziato che la variabile, che ha dimostrato essere determinante per rispondere alla nostra ipotesi di ricerca, è stata la dimensione negativa del perdono di sé, emersa come unica variabile ad avere una significativa e negativa correlazione con il benessere.

Tali risultati suggeriscono che chi non riusciva a mettere in atto un processo di perdono di sé avvertiva più ansia, più depressione, minore soddisfazione per la vita, minore vitalità, maggiore rimuginazione e inoltre percepiva maggiormente la minaccia del Covid-19 patendone anche di più l’impatto a livello psicologico.

Inoltre, discriminando il campione relativamente alla professione di medico ed infermiere, è emerso che essere medico e non infermiere abbia provocato un maggiore malessere psicofisico, determinato anche e soprattutto dalla difficoltà a perdonare sé stessi.

Fiore – Il suo futuro?

Borgese – Dopo l’Esame di Stato, grazie al quale mi abiliterò alla professione, voglio continuare a studiare per diventare una psicoterapeuta per ampliare il mio bagaglio culturale e professionale a partire dall’apprendere nuovi metodi psicoterapici come l’EMDR, un approccio che si focalizza sul ricordo di esperienze traumatiche, bene integrato in contesti di emergenza e diffusamente usato per lenire le ferite psicologiche dei sopravvissuti ad eventi calamitosi e catastrofici come terremoti, tsunami, ecc. e che ha avuto risultati eccellenti.

Insomma, il viaggio è ancora lungo ma è tanta la voglia e la determinazione nel proseguirlo. 

Fiore – Grazie e buon tutto con un caro abbraccio al tuo papà con cui ho interlocuzioni su Facebook.

Borgese – Grazie e buon tutto anche a te. Mio papà ricambia con affetto il tuo abbraccio.

Vincenzo Fiore

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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