Accursio Truncali, libero pensatore visivo

“Caltabellotta è un paese di circa 3500 abitanti abbarbicato sul costone di un picco montuoso alto 949 mt. s.l.m., alla sommità del quale sorge il castello della “Sibilla” di epoca normanna, da cui ci si può immergere in uno dei  più belli panorami della provincia agrigentina in un abbraccio che va dalla costa meridionale siciliana tra Marsala e Agrigento alla valle del Verdura animata da tanti paesi.

E se dovessi capitare da queste parti in una notte invernale, con il paesaggio imbiancato dalla neve, potrai avere la sensazione di trovarti immerso in un magico presepe sospeso nella nebbia”, mi dice Accursio Truncali, mettendo in bella mostra tutta la sua fierezza di cittadino nato a Caltabellotta.

“Caltabellotta” aggiunge “ha origini antichissime e sorge sul suolo di Triokala, la città degli schiavi, costruita alla fine del II sec. a.C., distrutta dai romani e in seguito occupata dagli arabi che la chiamarono Kal’at al-ballut (Rocca delle Querce). 

Nel 1090 fu occupata dal conte Ruggero e vide la riedificazione del suo castello ad opera dei normanni, dove fu firmata la “pace di Caltabellotta” tra Federico d’Aragona e Carlo di Valois il 19 aprile 1302 alla fine della guerra del Vespro tra angioini e aragonesi, che riconosceva al primo il predominio sulla Sicilia”.

“Importanti”, sottolinea Accursio, “il patrimonio artistico e storico conservato nella Chiesa del Carmine, nella vecchia Chiesa Madre e nella Chiesa di Sant’Agostino e le tombe sicane, alcune di grande pregio architettonico,  di cui è ricco  il territorio di Caltabellotta”.

Ma chi è Accursio Truncali?

Mi viene in soccorso Vincenzo Carmelo Mulè, poeta e storico caltabellottese nonché biografo di Accursio.

Accursio Truncali viene concepito nei primi giorni del 1962 a Caracas, in Venezuela, dove la madre, Giuseppa Vetrano, chiamata in seguito Maria a causa di un’improvvisa guarigione di tifo all’età di18 anni dopo una presunta visione della Madonna, era arrivata per congiungersi col marito Lorenzo, sposato l’anno prima per procura e già lì per motivi di lavoro.

Purtroppo, il clima tropicale e la sopraggiunta gravidanza mettono a dura prova la salute della madre che decide di ritornare in Europa.

Nonostante l’attraversata dell’oceano con il transatlantico Sorrento sia stata faticosa, arrivati a Genova, i due scelgono di emigrare direttamente in Svizzera dove vengono messi davanti all’evidenza che la donna non ha diritto alle cure sanitarie del caso.

Con rammarico sono costretti a separarsi: il padre rimane lì a lavorare e la madre ritorna nella natia Caltabellotta in Sicilia.

Per esigenze mediche, Accursio  nasce all’Ospedale di Sciacca, il 1 ottobre  dello stesso anno, il 1962. 

Rimane a Caltabellotta fino all’età di 14 mesi, quando la madre lo affida alle cure dei nonni per raggiungere il marito.

Dopo circa un anno, i genitori lo portano con loro in Svizzera e lì rimangono per qualche tempo, finché stabiliscono di ritornare definitivamente nel paese  d’origine dove il padre riprende il doppio mestiere di ciabattino-barbiere.

​Accursio trascorre i primi anni della sua vita tra la bottega del padre e i vicoli del piccolo paese montano in cui frequenta la scuola elementare e il primo anno della scuola media.

Il suo carattere ribelle fa prendere al padre la decisione di internarlo presso il collegio dei Padri Vocazionisti di Ribera ma anche qui manifesta la sua indisciplina: tra una disubbidienza e l’altra, un giorno di primavera salta da una finestra e scappa.

Guardando la sua Caltabellotta, che vede in lontananza sulle montagne, Accursio guada a piedi il fiume Verdura, attraversa campi di fiori, grano, fave, ulivi, aranci e prima che si fa sera arriva a casa.

l padre, vistolo arrivare, non ci pensa due volte: lo carica sulla sua vecchia 500 e lo riporta subito all’istituto dove conclude l’anno scolastico.

Mosso a pietà, gli fa concludere la terza classe della scuola media nella sua amata Caltabellotta.

In quegli anni il nostro Accursio mostra uno spiccato talento per il disegno, per cui si iscrive all’Istituto Statale d’Arte di Sciacca dove consegue la qualifica di maestro d’Arte; l’anno successivo frequenta il Liceo Artistico di Agrigento, ottenendo  la maturità artistica.

Siamo negli anni ’80: un periodo difficile per tutti i giovani che oscillano tra il

girovagare per l’Italia, l’impegno politico e il contatto con paradisi artificiali. Accursio non è immune, ma alla fine sceglie il disegno e la pittura.

Nel 1983, affascinato dalla mostra ”Omaggio a Caltabellotta” dello scultore Salvatore Rizzuti, si butta a capofitto in un figurativo dolce ma “penetrante” e presenta nel suo paese la sua prima mostra personale dal titolo “Grafiche e Pitture”.

L’anno dopo si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Palermo e inizia il suo percorso artistico.

Continua lo studio della figura umana ma un giorno casualmente, legge su un

quotidiano siciliano una recensione sull’opera di Jean Dubuffet, l’artista anticlassico, antiaccademico, fondatore dell’Art Brut che, con i movimenti informali degli anni ’50 e ’60, ha rivoluzionato l’arte contemporanea attingendo ispirazione tra gli outsider e nei luoghi non deputati dell’arte (bambini in età prescolare, ospedali psichiatrici, etc..).

Ne resta talmente affascinato da laurearsi nel 1989 proprio con una tesi su “Jean Dubuffet e l’Arte Informale in Europa”.

Da questo momento la pittura di Accursio Truncali ha una tale evoluzione da non poter essere collocato in un contesto ben preciso, poiché il suo stile passa dall’Informale Materico, al Concettuale (Arte Povera) che l’artista, sotto un impulso New Dada, personalizza e rende proprio.

L’esperienza matura in lui la possibilità che qualsiasi elemento, naturale o antropico, può essere osservato attraverso l’occhio dell’artista e reso prezioso per mezzo dell’intervento intenzionale.

Quando si esprime attraverso le sue operazioni artistiche (disegni, quadri, sculture, installazioni, scritti, video), Accursio ama raccontare a tutti gli uomini storie comuni in modo non comune, per dare la possibilità di vedere con occhio nuovo rappresentazioni oniriche dell’immaginario collettivo che sembrano voler dire: Fermati un momento, lascia tutto, guarda, cerca, tocca  etc!

Egli si sente così profondamente ispirato da Jean Dubuffet, artista geniale, anticonvenzionale, irriverente e assolutamente libero da ogni schema, da tenere sul comodino la sua opera omnia.

Dal 1993 al 1995 ha insegnato Discipline Pittoriche e Tecniche d’Incisione preso l’istituto d’arte e l’annessa Accademia di Belle Arti “Picasso” di Palermo. 

Oggi Accursio Truncali vive e lavora a Palermo, ma nel tempo libero ritorna nella sua amata Caltabellotta per rinvigorire le sue radici e caricarsi di nuova linfa”.

 E tu, caro lettore, credi che sia tutto? Assolutamente no!

Accursio Truncali dal 1993 al 1995 cura il settore Arti Visive del “Guernica Club” di Palermo e dal 1998 è inserito e quotato nel Dizionario Enciclopedico Nazionale d’Arte Contemporanea.

Nel giugno del 2001, collabora con l’artista Maurizio Cattelan, alla scritta “HOLLYWOOD”, sulla collina di Bellolampo a Palermo, come evento esterno alla 49° edizione della Biennale di Venezia, diretta da Harald Szeemann.

Nel 2008 illustra il libro “lu ncontru di li nciurii” del poeta e storico caltabellottese Vincenzo Cxarmelo Mulè a cura della “Edizioni MomentiI” di Ribera.

Nel 2010  cura i costumi del film-documentario su Luigi Pirandello “Nella terra del Caos” del regista Alberto Castiglione.

Nel 2011 dona il trittico “Il Riposo di Dedalos” al Museo Civico di Caltabellotta.

Nel 2013 viene  pubblicata la monografia “Accursio Truncali”, opere dal 1982 al 2012 “attraversamenti e dis-aggregazioni” a cura di Nicolo’ D’Alessandro e nel 2017 viene pubblicato l’e-book d’artista “Otages”, Accursio Truncali, a cura di Leonardo Cusumano, con progetto grafico di Monica Lena e foto di Giulio Azzarello.

Fiore:- Sembra che tra le tue marachelle da bambino ci sia un furto…

Truncali:- Sì, il furto di uno specchio al mio papà in cui di nascosto mi specchiavo per poter disegnare il mio volto senza il rispetto religioso delle regole.

Una sorta di Tadpoles, insomma, cioè di quei disegni prescolari, ancora non influenzati dalla scuola e dagli insegnamenti che il maestro ti impone nell’indirizzarti a rispettare scrupolosamente i colori della natura: marrone, il tronco dell’albero, verdi, le foglie, giallo, il sole, verde, il prato, azzurro, il cielo.

Fiore:- Avverti già che alla creatività dell’artista non si possono mettere le briglie…

Truncali:- Assolutamente sì, tant’è che, quando giunge il momento di andare a scuola, passo tutto il tempo a disegnare sul famoso sussidiario e su due quaderni, uno a righe e uno a quadri, varie immagini oniriche che mi frullavano per la  testa.

Coprivo quel libro e quei quaderni di figure antropomorfe, scarabocchiando il libro e i quaderni a tal punto che il maestro mi bacchettava sulle mani e richiamava mio padre, accusandomi di non essere mai attento alle lezioni e e di passare il tempo tra i sogni del disegnare.

L’arte per me è sempre stata libertà e non costrizione, ecco perché è la miglior terapia oggi quanto contro la depressione e il suicidio.

Quando disegno, dipingo o invento sculture mi sento realizzato ma soprattutto avverto il mio essere vivo e utile alla società.

Fiore:- Sono certo che le tue avventure e disavventure della vita, la tua irrequietezza hanno contribuito, e non poco, a darti un  linguaggio artistico fortemente incisivo, volitivo e non facile a compromessi. Se non avessi un carattere così forgiato e duro ma sensibilissimo non avresti dato un’anima e un volto ai tanti invisibili dei vicoli e delle piazze di Palermo.

Riteniamoci fortunati quindi…

Truncali:- Sì, non sarebbero esistite le mie facce panormite.

Sono cinquanta persone di vari ceti sociali, derelitti, sconfitti dalla vita e dalla crisi, posteggiatori, gente che fruga nei cassonetti; gente che con grande dignità tira avanti, extracomunitari in solitudine e donne vinte ma non rassegnate, che vivono questa “buttanissima” città, la nobile Signora del passato.

Come ha scritto Antonio Catalfio: “scavo dentro le loro membra, ne esaspero le sinuosità, il loro candore, la fragilità, fino a raggiungere la loro anima candida.

Figure che il mezzo espressivo rende vivide, quasi uno schiaffo alla nostra indifferenza, figure che si trasfigurano quasi in essenze arboree, in mummie delle catacombe dei Cappuccini ma che nell’espressione attonita sembrano chiederci perché”.

Ed eccoci finalmente nella incantevole Piazza Umberto I di Caltabellotta, comodamente seduti e alle prese con due granite al limone guarnite con  biscotti caserecci per una migliore degustazione.

“Una granita ricavata da limoni raccolti  qualche ora fa”, mi dice, “quasi a interpretare il mio sguardo, il cameriere…”

“Una bontà in assoluto”, aggiunge… e non ha detto una fesseria, miei cari lettori.

Del resto dopo tanta arte e cultura e tanto camminare una pausa, visto il caldo asfissiante, serviva…

Riprendiamo il nostro viaggio alla scoperta di Accursio e delle sue cinquecento Otages.

Questa volta mi viene incontro il dr. Leonardo Cusumano, nonché cugino di Accursio, che  scrive:

“Accursio Truncali, con le sue Otages, sembra riportarci completamente dentro quella che, dalla fine del secondo conflitto mondiale, viene  denominata Art Brut, arte grezza, libera, non adulterata dalla cultura e, perciò, spontanea.

Dubuffet, il fondatore dell’Art Brut, ha cercato questo tipo di elaborazioni perfino negli ospedali psichiatrici e nelle opere medianiche, riuscendo a mettere insieme una collezione unica al mondo, con opere eseguite da persone che non avevano alcun interesse ad esporre o vendere i propri lavori e da individui che si erano rifugiati nell’arte “per proteggersi dalla vita”.

Accursio sembra una di queste persone, uno di questi artisti particolari e sensibili, istintivi, onirici direi, capaci di estraniarsi dal mondo e dalla cultura che hanno assimilata.

A mio modesto parere egli, che sforna opere con cadenza  impressionante, può essere annoverato di diritto fra i più genuini rappresentanti dell’Art Brut, un sognatore alla ricerca di quel qualcosa che può annidarsi solo nei meandri della nostra psiche, nelle parti più recondite, inesplorate e incomprese, dove domina l’inconscio.

Otages, titolo preso in prestito dai famosi “Ostaggi” dell’ artista francese Jean Fautrier, figura fondamentale assieme a Jean Dubuffet dell’arte informale europea nel secondo dopoguerra, è un titolo appropriato che ben si addice alla filosofia di questo genere d’arte, perché possiamo dire che tutti siamo ostaggi: della famiglia, dell’istruzione, del luogo di nascita, della religione, dell’economia, dello spazio e del tempo…, categorie che violano, chi più chi meno, le tre “S”, segreto, silenzio e solitudine, che contraddistinguono l’Art Brut.

I soggetti trattati da Accursio nei suoi collages/pitture/assemblages sono per lo più figure parzialmente antropomorfe, a volte evanescenti, deformi, che, sembra, stentino ad affermarsi, e che possono esprimere paura, dolore, sofferenza; altri possono essere maschere e mostri della nostra realtà.

E’ duplicità, insomma, poiché sappiamo che in ogni persona alberga il bene e il male, così come il caldo si contrappone al freddo, il giorno alla notte, la gioia al dolore, la veglia al sonno, la vita alla morte”.

Fiore:- Un fatto è certo, caro Accursio…

Truncali:- Cosa?

Fiore:- Leonardo Cusumano non avrebbe potuto  fotografare e descrivere la tua art brut con parole più significative e penetranti, un autentico  disegno della tua creatività sempre fuori da qualsiasi schema e figlia di una tua pulsione interiore ricca di libertà che, sin da bambino, ti ha sempre contraddistinto.

Truncali:- Per me, caro Vincenzo, non c’è comunicazione se non c’è libertà, e la libertà è sinonimo di arte, su cui poggia e trova le fondamenta la dignità della persona che va difesa a ogni costo e mai calpestata.

Questo è il mio messaggio più autentico e più vero.

E al riguardo aggiungo che, quando ho insegnato Discipline Pittoriche e Tecniche d’Incisione presso l’Istituto d’Arte e l’annessa Accademia di Belle Arti “Picasso” di Palermo, ho raggiunto il massimo del mio sentirmi libero aiutato anche dalla fraterna amicizia con Gioacchino Di Caro, artista fine, grafico eccellente e grande muralista, un pittore come pochi, che tu bene hai fatto a intervistare.

Fiore:- Mi stai confermando che aveva ed ha ragione il pittore ed educatore americano June Wayne quando afferma che: “le arti sono le foreste pluviali della società. Producono l’ossigeno della libertà, e sono il primo sistema d’allarme a scattare quando la libertà è in pericolo”.

Truncali:- Come si fa non dargli ragione?

L’arte non ha limiti e non ha confini. Sarebbe come provare ad arginare la terra con la linea dell’orizzonte e negare l’esistenza di altre forme al di là di essa.

Sarebbe come voler impedire all’immaginazione di immaginare, il che equivarrebbe a negare l’esistenza stessa della libertà che è vita, speranza, arte. 

Fiore:- Da quando non partecipi a una collettiva o non organizzi una personale?

Truncali:- L’ ultima collettiva, cui ho partecipato insieme ad altri artisti  come Antonella Affronti, Calogero Barba, Alessandro Bronzini, Aurelio Caruso, Elio Corrao, Pina D’Agostino, Angelo Denaro, Daniela Gargano, Giuseppe Gargano, Lillo Giuliana, Raffaele Iannone, Michele Lambo, Gabriella Lupinacci, Carlo Monastra, Dino Vincenzo Patroni, Caterina Rao, Giuseppina Riggi, Salvatore Salamone, Tommaso Serra, Franco Spena e Tiziana Viola-Massa, è stata la collettiva “Francesco Carbone e il suo tempo”, con catalogo curato da Vinny Scorsone e Vincenzo Viscardi, tenutasi presso la galleria Studio 71, in via Vincenzo Fuxa 9 a Palermo, in occasione del 20esimo anniversario della scomparsa di Francesco Carbone e a ricordo del suo racconto artistico che formò non poche generazioni di studenti negli anni post bellici.  

Nei primi di marzo dovevo tenere una personale a Palermo, ma il COVID-19 ha bloccato tutto. Appuntamento forse a settembre.

 Fiore:- E sei andato in lockdown artistico anche tu?

Truncali:- Assolutamente no!

E’ partito un mio nuovo segmento pittorico che ho denominato “Paesaggi sognati” che ha come perno del discorso una o più figure umane  cerniera tra il finito, la terra, e l’infinito, il divino.

Figure che nella mia libera immaginazione rappresentano gli eroi della sanità e dell’ambiente che cercano conforto nel divino per salvare il pianeta dai vari attacchi virali in atto.

 

… a cura di Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

5 Commenti

  1. L’ articolo/intervista sul pittore Accursio Truncali, l’ho trovato molto interessante, sia nel racconto della vita dell’ artista, tumultosa ma ricca di aneddoti. Poi come è descritta veramente bene Caltabellotta.
    Un plauso a Vincenzo Fiore e ad Accursio Truncali.

    • Troppo buona, gentile Cetti Gallitano.
      Grazie. In effetti la storia di Accursio è molto intrigante e meritava…

  2. La ricerca per un’artista inizia spesso con un’indagine del proprio vissuto, un’infanzia avara di reali figure d’attaccamento, un troppo sterile dialogo con il genitore assai severo, un vissuto scolastico eccessivamente aspro e costellato da insuccessi, bacchettate sulle mani e chissà quali altri abusi, violenze o privazioni. Poi, col tempo, la ricerca si evolve, si affianca alla tecnica che l’età giovanile rende cruda ma esemplare mentre con gli anni e l’esperienza piano piano si affina e migliora, così come invecchia il buon vino da meditazione. Infine, nella maturità lo stile si fa segno e così simboli, i tratti e le atmosfere sono la vera voce dell’artista. Grazie Accursio, per avermi fatto ritrovare alcune conferme di queste mio pensiero nel tuo straordinario lavoro. Bruno

  3. Purtroppo ci sono state delle dimenticanze incolpevoli su questa mia intervista.
    La Pace di Caltabellotta fu firmata da Carlo di Valois e Federico III d’Aragona, il 31 agosto 1302. La chiesa di San Pellegrino con annesso Eremo, che è in atto da parte di alcuni cittadini di di fare entrare la Chiesa di San Pellegrino, nel FAI. Poi, l’orgoglio cittadino è quello di proporre Caltabellotta, per la sua singolare posizione e bellezza del sito, come Patrimonio culturale mondiale ALL’UNESCO. Non voglio dimenticare la Chiesa Madre, ricca di opere gaginiane e la Chiesa della Pietà .
    Mi scuso umilmente con il Dr. Vincenzo Fiore.

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