Giovanni Rana

Giovanni Rana, nasce a Molfetta il 02/01/1948, dove vive.

Consegue la maturità classica presso Liceo “Leonardo Da Vinci” di Molfetta, si laurea in lettere classiche presso l’Università di Bari con 110/110 e lode con una tesi in Storia Greca sulla Democrazia Ateniese.

Attualmente in pensione dopo aver insegnato per lo più presso il Liceo Scacchi di Bari.

Sino al 2013 ha collaborato con l’Università LUM di Casamassima.

Consigliere di Municipio presso il Comune di Bari dal 2005 al 2015 per la Margherita prima, per il PD poi.

Ecco la nostra chiacchierata…

Fiore: Ciao, Giovanni, vecchio lupo di mare, come stai?

Rana: Uelà, vecchio ma sempre giovane Vincenzo, che piacere risentirti dopo tanto tempo…

Fiore: Il piacere è tutto mio, mi fai tornare indietro di una vita: al tempo in cui frequentavamo il liceo classico “Leonardo da Vinci” a Molfetta, sia pure in sezioni diverse.

Rana: Bei tempi, amico mio.

Fiore: Già…

Rana: A cosa devo la tua telefonata? Sei a Bari?

Fiore: Assolutamente no…sono chiuso in casa e osservo le regole anti Covid19.

Rana: Per un momento mi è balenato il pensiero che avessi trasgredito le regole…

Fiore: Non sono mica scemo! Ti ho cercato per avere una tua riflessione sul particolarissimo momento che stiamo attraversando…

Rana: “La mia, la nostra generazione, caro amico mio, non ha visto la guerra. L’abbiamo letta e studiata sui libri di storia, l’abbiamo sentita come un’eco lontana o talvolta vicina, ma non l’abbiamo vissuta mai sulla nostra pelle.

Molti affermano che il periodo che stiamo vivendo è un segmento che ci pone davanti alle esperienze che i nostri padri e le nostre madri, i nostri nonni, le nostre nonne hanno dovuto affrontare durante le guerre che si sono susseguite a breve distanza, l’una dall’altra, durante il secolo scorso.

Fiore: Non credo che sbaglino…

Rana: La guerra, infatti, giusta o ingiusta che sia, impone un cambiamento radicale nelle condizioni di vita di un popolo chiamato alle armi.

Siamo abituati alla democrazia, a poter decidere del nostro destino e improvvisamente non si può più.

In un momento, anche se nessuno ci mette un fucile in mano per difendere noi stessi e i nostri cari, è come se si fosse chiamati a combattere, a mettere da parte le nostre esigenze individuali, le nostre libertà, finanche le nostre abitudini, per far spazio all’interesse collettivo.

Sperimentiamo per la prima volta la “privazione”.

Non ci si può spostare, non si può uscire di casa, non ci si può avvicinare all’altro, anzi bisogna considerarlo come un potenziale nemico, non si possono frequentare locali pubblici, dobbiamo restare in casa fino a quando il pericolo non sia passato.

Fiore: Ma c’è un evento che ci fa più male…

Rana: Assolutamente sì, l’evento che più ci fa male è che ci si trova fatalmente di fronte alla morte.

Sì, perché in guerra si muore, e in questa guerra i morti sono tanti, non importa l’età anagrafica o se il destino di quelli che cadono è solo anticipato dalla malattia.

Muoiono, e dopo un po’, come in una guerra vera, ci si abitua a veder cadere i propri cari come se fosse una ineluttabile necessità e a considerare la morte in termini percentuali, come se, dietro ogni morte, ci fossero solo dei numeri e non persone con una loro storia, con i loro affetti e le loro aspettative.

Fiore: La storia, però, ci dice che dopo la guerra c’è la pace o comunque la fine della guerra stessa.

Rana: Vero! La storia ci insegna che le guerre, prima o poi, finiscono, ma lasciano profondi cambiamenti dietro di sé.

L’ultima guerra ci ha lasciato in eredità l’antifascismo, la democrazia e un grande desiderio di autodeterminazione e di libertà.

Abbiamo vissuto settanta anni di pace, di prosperità, di gioia di vivere, di progresso.

Non vorrei che questa “guerra” avesse l’effetto di inaridire le nostre coscienze, di renderci ancor più egoisti da rinchiuderci in noi stessi e che, anche a causa della crisi economica che inevitabilmente seguirà, non ci faccia più sentire il desiderio della libertà, senza la quale poi la vita davvero potrebbe non essere degna di essere vissuta.

Fiore: Auguriamoci di no, caro Giovanni! Buon tutto a te e alla tua famiglia.

Rana: Grazie, caro Vincenzo! Lasciamoci con la promessa di una gita in barca appena questo tsunami sarà passato…

Fiore: Battiamo un telefonico, “virtuale ma sonoro cinque“, a prestissimo e “in c**o alla balena”…

                                                                                     … a cura di Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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