Vivere nel plexiglass

115459

Ora che il presidente Mattarella ha firmato il “Decreto Scuola” si accende la polemica sulle modalità del ritorno tra i banchi.

Tutti con la mascherina o con la visiera?

Si utilizzerà il plexiglass per separare gli alunni?

Saranno previste lezioni all’aperto? 

Per sapere con maggiore precisione cosa ci aspetterà al rientro, dovremo attendere le linee guida del ministero dell’Istruzione.

Tanti sono i punti interrogativi con cui esperti, genitori e insegnanti si stanno confrontando mentre, al momento, l’unica cosa certa è che a settembre finalmente si potrà tornare in classe

Secondo il rapporto del Comitato Tecnico Scientifico consegnato recentemente al Ministero dell’Istruzione si andrà a scuola con la mascherina dai 6 anni in su e si dovrà mantenere una distanza interpersonale di un metro sia in classe che negli spazi condivisi.

Questa ipotesi pare accordarsi anche con quanto dichiarato da Paolo Biasci, il Presidente Nazionale della “Federazione Italiana Medici Pediatri“, quando afferma che “il criterio nella fase 2 deve essere la precauzione, cioè il distanziamento per tutti e l’uso della mascherina negli ambienti chiusi. Per i bambini è previsto un obbligo sopra i 6 anni e, con le opportune spiegazioni, facendolo sembrare un gioco, i più piccoli sono in grado di capire, accettare e imparare a usare questo strumento che ora è molto importante”.

In Belgio, intanto, l’esecutivo federale che considera basso il rischio per i più piccoli, così come la probabilità di contagio, ha inviato a tutte le scuole una circolare in cui stabilisce che per i bambini non saranno necessarie né mascherine né distanziamento sociale. 

In effetti, i dati epidemiologici ci dicono che i bambini o non si contagiano, oppure lo fanno in maniera completamente diversa dagli adulti. Sintomi lievi o assenti potrebbero implicare una bassa contagiosità proprio per il fatto che sarebbero associati ad una altrettanto bassa carica virale, cioè ad una minore capacità di trasmettere l’agente patogeno.

Cadrebbe così anche la rappresentazione dei bambini come veri e propri untori capaci di infettare in un sol colpo nonni, adulti ed insegnanti, idea che non sarebbe peraltro sostenuta da alcuna evidenza scientifica o empirica.

Inoltre non è azzardato ipotizzare che i dati sanitari sul Covid-19 possano essere a settembre ancora più incoraggianti rispetto a quelli attuali che già, a detta di molti virologi, sono il segno di un fenomeno ormai in fase di esaurimento.

Fin qui ancora una volta, però, il dibattito sembra essere totalmente incentrato sull’aspetto sanitario mentre scarsa considerazione viene riservata ai risvolti educativi e didattici.

Monica Guerra, ricercatrice e pedagogista dell’Università degli Studi di Milano ricorda come oltre a stabilire le misure per la sicurezza, le distanze e i dispositivi di protezione individuale, dovremmo “chiederci continuamente che modello pedagogico stiamo veicolando con ciascuna decisione o ipotesi di soluzione”.

Se una determinata scelta è funzionale per certi aspetti all’obbiettivo di contenimento del contagio, occorre domandarsi quale messaggio veicoli ai bambini, in particolare ai più piccoli. “Dobbiamo fare in modo” –  prosegue la ricercatrice – “che la risposta non sia la cosa migliore per me è stare separato dagli altri”.

In sostanza dobbiamo interrogarci circa le possibili ripercussioni sullo sviluppo della personalità dei bambini e delle loro relazioni interpersonali dal punto di vista psico-pedagogico.

Daniele Novara, pedagogista e direttore del “Centro Psico Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti“, ribadisce che “per tutta l’infanzia, sia la mascherina che il distanziamento rigido e costrittivo rappresentano una vera e propria crudeltà nei confronti dei bambini già fortemente segnati dall’esclusione dai loro compagni e dalle istituzioni educative che non ha pari nel resto né dell’Europa né del mondo”. 

Individua poi nei giusti principi di igienizzazione e di verifica delle condizioni di salute il criterio da seguire affinché i bambini possano “tornare nei centri estivi e nelle scuole in maniera adeguata ai loro bisogni senza costrizioni che renderebbero difficili queste riaperture. Spiace, al proposito, che nei tanti Comitati Tecnici la presenza di esperti infantili, specie di area educativa, sia praticamente assente, se non irrilevante.“.

Da mamma e da insegnante, nel mio piccolo, ho provato ad immaginare come un bambino di prima elementare, potrebbe vivere l’impatto con la scuola nel caso in cui dovesse essere introdotto l’obbligo di mascherina e di distanziamento.

Ricordiamoci che abbiamo il dovere morale di prenderci cura delle nuove generazioni, di rispettarle e di amarle!

Maestra, non riesco a respirare…

Francesco, sei anni compiuti da poco, saluta la mamma con gli occhi lucidi.
“Mamma ho paura”.
La mamma lo bacia e lo stringe forte a sé. “Tesoro non ti preoccupare, andrà tutto bene”.
Lui varca il portone della scuola e si sente improvvisamente solo. Alcuni adulti, di cui non vede il viso, lo invitano a seguire il percorso prestabilito per raggiungere la sua nuova classe. Cercano di incoraggiarlo, ma non c’è nulla da fare. Gesticolano e alzano il tono della voce nel tentativo di farsi capire meglio ma a lui quei gesti scomposti sembrano piuttosto una minaccia.
Li segue con la testa bassa, sistemandosi meglio sul viso la mascherina che nel frattempo è scesa un po’. Respira in modo affannoso.
Entra nell’aula silenziosa, così diversa da quella cui era abituato quando ancora frequentava la scuola dell’infanzia. 
Ci sono altri bambini, seduti in banchi posti a debita distanza. Ai suoi occhi sono tutti uguali se non per i pezzi di stoffa colorati che indossano per coprire bocca e naso.
La maestra lo accoglie con un saluto. Francesco non può sapere che lei gli sta sorridendo dietro quel pezzo di tessuto né che cerca di abbracciarlo con lo sguardo.
“Benvenuto! Qui c’è il gel per disinfettare le mani, questo sarà il tuo scudo protettivo insieme alla maschera da supereroe che già indossi”. 
La maestra cerca disperatamente di trasformare la nuova regola in un gioco divertente. 
Il bambino preme il dispenser e una goccia del liquido magico cade sul grembiule. Gli viene da piangere ma trattiene le lacrime, manda giù il nodo che si affaccia ormai in gola e ci riprova. Si strofina per bene le mani, come ha già imparato a fare a casa, passando il prodotto tra le dita e stando attento a non tralasciare i pollici. 
Va a sedersi nella sua postazione solitaria. Gli manca tanto il suo amichetto della materna con cui giocava a costruire torri e castelli, gli manca la disposizione dei banchi a ferro di cavallo, gli mancano i sorrisi e gli abbracci delle maestre sempre pronte a consolarlo. Una bambina con i capelli biondi da lontano lo saluta. Forse si tratta di Federica, la sua compagna dell’asilo.
La maestra spiega che quest’anno la scuola sarà un po’ diversa. 
“Dobbiamo stare tutti più attenti… purtroppo non potrete stare vicini ai vostri compagni, né scambiarvi il materiale scolastico o altri oggetti. Ci si dovrà proteggere per fermare quel brutto virus invisibile che, come sapete, ha fatto tante vittime. Ma ci faremo l’abitudine, non vi preoccupate, e alla fine insieme impareremo tante cose belle.
Tutti ascoltano ammutoliti e con gli occhi spalancati come se volessero compensare ciò che hanno perso. Qualcuno prende coraggio e alza la mano.
“Ma se io non ho la tosse e neppure il raffreddore, come faccio a contagiare gli altri?” chiede incredulo Matteo.
“Puoi essere asintomatico e trasmettere lo stesso il virus” risponde la piccola Martina con il piglio della scienziata.
“Io faccio fatica a respirare però” aggiunge Giulia.
“Anch’ io sento caldo con la mascherina” dice Simone abbassandola sotto il mento per parlare.
Tutti i bambini puntano il dito contro il compagno: “Maestra, l’ha tolta! Ci ammaleremo tutti!”.
L’insegnante cerca di rassicurarli.
Francesco intanto li guarda. Sente le voci ma non riesce a capire da chi provengano. Lui che ha sempre fame d’aria respira ancora più a fatica. Il cuoricino gli batte forte nel petto. Gli gira la testa e comincia a piangere. È un pianto incontenibile.
La maestra allarmata si avvicina un po’ di più.
“Francesco, che ti succede?”
Il bambino non risponde. Poi prende a tossire e un sibilo acuto accompagna il suo respiro.
Il pediatra ha detto alla mamma che le mascherine in caso di asma si possono indossare tranquillamente. Anzi rappresentano una barriera per quei pollini dispettosi che tanto lo fanno star male. 
Allora preme la mascherina sul viso per paura che scivoli via sotto il peso delle lacrime.
I compagni rimangono pietrificati nei loro banchi. Nessuno ha più il coraggio di parlare.
La maestra non può fare a meno di abbracciarlo e gli libera il volto. 
Piano piano Francesco riprende a respirare bene.
Nella mano stringe forte il pupazzetto che si è portato da casa, il ricordo del suo amico del cuore.
SimonaRiccardi@copyright2020

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here