Uno stramaledetto “scherzo” della natura

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Cronaca di uno stramaledetto “scherzo” della natura

Francesco Danieletto di Dolo, incrociato sulla via di Facebook tanti anni fa, era l’agosto del 2012, e apparso dalla nebbia della virtualità più pura ed autentica con i suoi forti profili e le sue particolari copertine facebookiane, nel corso degli anni è diventato una realtà, una bella realtà, che oggi in fraterna, forte e reciproca amicizia vive con me e mi arricchisce con i suoi scritti poetici e non,  con la sua essenzialità nel porgersi e il suo essere crudo e senza fronzoli, con il suo spirito libero e il suo essere un vero uomo forgiatosi e costruitosi dietro eventi pubblici e privati non sempre teneri con lui.

Ecco perché appena appresi, nei primi di novembre, che era caduto nel cerchio del COVID-19, mi affrettai a chiedergli di scrivere per SCREPMagazine la cronaca dello sviluppo del virus per fargli tenere la mente vigile e farlo sentire in mia compagnia e della comunità screppina ed evitare che la solitudine da quarantena, e non solo, lo attanagliasse sempre più.

Ad onor del vero ero molto preoccupato per lui  conoscendo le sue vicissitudini fisiche.

Ma tutto è bene quello che finisce bene…

E io ne sono molto felice…

Il mio caro amico Vincenzo, venuto a conoscenza della malattia che mi ha costretto all’isolamento totale per tre settimane, mi ha chiesto se potevo fargli un resoconto del mio malessere e del mio stato d’animo.

Dall’iniziale resoconto tecnico, mi sono lasciato trasportare in un’analisi del comportamento umano pregresso alla malattia e a quello che potrà essere dopo, quando sarà tutto finito e si ritornerà a una normalità sicuramente medica ma anomala rispetto al nostro abituale modo di vivere consolidato negli anni.

Sapremo modificare i nostri comportamenti?

Sapremo modificare il nostro modo di vivere e soprattutto il rapporto che abbiamo avuto finora con gli altri?

Non lo so quando questi cambiamenti ci saranno, ed essendo ormai vecchio, sicuramente non sarò presente…anche perché ci vorrà un bel po’ di tempo… 

Osservavo il termometro senza rendermi conto di quello che stava scritto sul piccolo display.

Era un banale 37,6: poteva significare tutto o niente.

In altri momenti avrei pensato a un comune colpo d’aria con le conseguenti due o tre linee di febbre che sarebbero sparite nel giro di pochi giorni con qualche aspirina ma, considerata la situazione creata dal subdolo e quasi invisibile virus che penetra nelle persone come e quando vuole, prendo i dovuti  provvedimenti.

Cerco una spiegazione sul come e dove potevo essere stato contagiato: non riesco a realizzare né il luogo né chi eventualmente potesse averlo fatto inconsciamente.

Pazienza!

Telefono al dottore che mi tranquillizza e mi invita ad aspettare un paio di giorni per decidere il da farsi.

Al secondo giorno, con la febbre ormai a 38,6 e con uno stato generale che peggiora sempre più, decide per un tampone immediato.

Ricevuto l’esito due giorni dopo, accetto con mio sommo dispiacere la positività al COVID-19.

Ancora una volta il mio medico mi rassicura:

Il caso non è poi così drammatico perché, per fortuna, non risultano intaccati i polmoni. Un po’ di antibiotico per la febbre, alcune semplici regole e soprattutto isolamento totale a casa”.

Sono abituato al male ormai da troppo tempo per lasciarmi prendere da ansie e paure irrazionali: il diabete, con cui convivo da più di vent’anni, ha lasciato un segno pesante nel mio corpo e nel mio modo di affrontare queste avversità.

Quindi gli spaventi o i timori tipici di chi si ritrova nel giro di pochi giorni a dover rimettere in discussione il suo modo di vivere e pensare, il suo essere quotidiano fatto di abitudini e cose comuni mi scombussolano più di tanto.

In ogni caso, non è stato facile, credetemi.

E a voler guardare il bicchiere mezzo pieno, mi è andata tutto sommato bene.

Dopo alcuni giorni, nei quali oltre agli effetti invasivi e collaterali come la mancanza di gusto, la non percezione degli odori, il senso continuo di vomito, l’inappetenza, il dolore alle ossa e altre amenità, mi rendo conto che la cosa che più mi pesa è l’isolamento, la solitudine forzata, la mancanza di contatto fisico con le persone, la sterile comunicazione attraverso il computer, il cellulare, la televisione quasi sempre accesa che mi danno l’illusione di una compagnia tirata per i capelli senza nessuna logica, fatta di nuvole d’aria che vanno e vengono a seconda dell’umore e della razionalità che si deteriorano giorno dopo giorno.

E poi, il quotidiano bollettino di guerra dei vari comitati scientifici pronti a litigare sulle varie interpretazioni dalle quali dovrebbero uscire gli indirizzi che noi poveri mortali dovremmo seguire.

Tanti contagiati, tanti ricoverati, tanti morti.

E soprattutto quel numero di morti lanciato mi fa sentire un miracolato, e quasi mi vergogno.

C’è poi l’altra faccia ovvero il contraltare dei negazionisti, che, in nome di chissà quale perversa ideologia, hanno stabilito che la malattia è un’invenzione di superiori forze occulte che vogliono  condizionare il nostro stato sociale…

Roba da non credere!

In effetti il disagio c’è, ed è pesante, ma negare il male è peggio ed è controproducente  soprattutto per i più deboli mentalmente che non aspettano altro di sentirsi autorizzati a riprendere la vita di prima con le conseguenze che poi sono sotto gli occhi di tutti.

Comunque devo ammetterlo, vivere da solo non mi ha mai pesato.

Ho 71 anni e sono ancora assolutamente autonomo, pur soffrendo di patologie invalidanti, tanto che ormai le mie uscite sono quasi esclusivamente in macchina con carrozzina al seguito.

Ho tre figlie che preferisco lasciare in pace finché posso fare da solo, una discreta cerchia di amici, un circolo culturale che mi dà soddisfazione e tante altre cose che mi permettono di vivere più o meno intensamente una giornata ma questo isolamento totale, senza possibilità di contatto umano, non l’avevo mai provato anche se, ora più che mai, ritengo che sia necessario nei rapporti con altre persone, amici, nemici, conoscenti, sconosciuti.

Ed ecco la trappola tecnologica in cui tutti siamo caduti: il fatidico bottone che schiacciamo convinti che il progresso sia la salvezza dell’umanità, salvo poi dover ritornare con i piedi per terra per un virus qualunque, per uno stramaledetto “scherzo” della natura all’origine di migliaia di morti.

Analizziamolo questo “scherzo”, facciamo in modo che ci possa essere di aiuto nel riformulare il nostro modo di vivere, nel reimpostare i nostri rapporti sociali, nell’umanizzare la nostra vita resa sterile con la folle corsa all’esibizione di ricchezza come simbolo di status sociale, all’indifferenza tra chi può e chi non può, alla grande considerazione in cui viene tenuto chi ha fatto facili guadagni, magari in modo disonesto e furbo.

Risultato?

Nulla sarà più come prima.

Chi pensa a un ritorno alla normale vita di prima, una volta chiuso il capitolo di questa pandemia, non ragiona: niente sarà come prima, aumenterà il divario non tanto di ricchezza quanto di necessità primarie che potrebbero spingere a pericolosi istinti dettati dalla legge di sopravvivenza.

Sarò drastico e visionario ma non me la sento di prendere certi “scherzi” sotto gamba.

Se scartavetriamo la storia, la molla di tante rivoluzioni è sempre stata la fame: ai poveri si aggiungeranno altri poveri con risultati facilmente immaginabili.

Non aggiungo altro, altrimenti non finirei più di scrivere.

Meglio essere sintetico e dire le cose come stanno: la realtà a volte fa male ma è necessaria.

Ecco, caro amico Vincenzo, il mio racconto finisce qui.

Sono partito con una disquisizione sulle questioni mediche del virus e ho finito con un’analisi impietosa della società umana che ormai non ha confini.

Mi dirai perché tutto questo filosofare in modo forse spiccio: la risposta è semplice quando tocchi le cose con mano, quando la solitudine ti obbliga a pensare, ragionare, analizzare quanto succede o è successo intorno a te…

Si accendono  decine di lampadine e tutto diventa chiaro.

Magari i tanti, troppi morti, che ci sono stati e ci saranno ancora, hanno avuto una loro ultima funzione sociale: quella di aprire gli occhi ai tanti che, da troppo tempo, erano offuscati dalla cecità.

Con rinnovata stima e amicizia,

Francesco

a cura di Vincenzo Fiore

Un LockDown che libera…

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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