Continuando a scrivere piccoli racconti, oggi vi propongo uno dei ricordi più belli della mia infanzia.

 Una bella giornata in famiglia finita male…

Era una bellissima mattina estiva, io e la mia famiglia eravamo in vacanza a Scauri, piccolo borgo della frazione  di Minturno.
Come sempre ero svegliata dall’odore di cornetti appena sfornati che proveniva dalla pasticceria sotto casa.
Era bello restare ancora un poco a letto e sentire mamma e papà che parlavano tra loro,  mentre io e i miei fratelli Angelo e Francesco eravamo ancora sotto le coperte.
La mamma venne in camera per svegliarci.
“Non voglio ancora alzarmi”, pensai inabissandomi nel lenzuolo bianco. Facevo finta di dormire, mentre sentivo che svegliava i miei fratelli. Poi aprì la finestra della stanza e rifece i letti. Mi chiamò nuovamente, ma non mi mossi. Sarebbe andata in cucina a preparare la colazione ad Angelo e Francesco  che si erano alzati, pensai. Invece si avvicinò e, alzando il lenzuolo dolcemente,  disse <so che sei sveglia. Alzati, è tardi! Ti aspettano per andare al mare!!>.
Sbadigliando sorrisi.  Mi attendeva un’altra bella giornata di vacanza.
<Buongiorno mamma>, dissi allargando le braccia per contenerla; come ogni mattina, fu lei a prendermi in braccio per portarmi in cucina, mentre papà, sorridendo, aspettava il mio buongiorno.
Ero la più piccola dei tre figli, avevo otto anni e potevo permettermi ancora il privilegio di godermi le coccole di papà e mamma, tra gli sguardi ingelositi dei miei fratelli più grandi.
Così si faceva colazione e poi tutti di corsa prepararsi per andare al mare; era tardi.
Appena pronta gridai mentre uscivo di casa con papà e i miei fratelli.
<Mamma sbrigati a metterti il costume,  zia Anna  ti sta aspettando> . Zia Anna era la sorella più  cara di mia madre e, essendo vedova con quattro figli,  affittava la casa per le vacanze nello stesso palazzo dove eravamo noi.
Appena scesa,  salutai zia Anna e la simpatica vecchietta che, con un grande cesto, veniva ogni mattina a vendere le more.
Nel pieno rispetto del rituale mattutino, Papà ci aspettava al cancello e, col carisma di un Generale, ci adunava per istruirci sulla tabella di marcia.

La prima tappa di quella tabella era la pasticceria del signor Mario. Trattandosi di una tappa consolidata, il signor Mario non fece fatica a destreggiarsi nei meandri dei nostri gusti. 

A me servì una graffa gigantesca piena di zucchero, ai miei due fratelli, invece,  un cornetto al cioccolato, ai miei  due cugini una pizzetta, agli altri due un cornetto all’amarena e al mio papà un cornetto alla marmellata.
Rifocillati continuammo la nostra marcia. Con passo marziale ci dirigemmo verso la spiaggia, pronti ad invaderla.
Giunti al lido, i miei fratelli e i miei cugini si staccarono dal gruppo,  ma il severo sguardo ammonitore di papà li costrinse a tornare in riga, non senza sbuffare. Sapevano bene che la nostra missione non era terminata. L’obiettivo era arrivare all’ombrellone, dove avremmo aspettato l’arrivo di mamma e di zia Anna.

Il “generale papà” sosteneva che io ero il “soldato più bravo”.

Come premio mi concedeva la possibilità di tenergli la mano mentre impartiva il consueto ritmo di marcia “Uno. Due” …

Conquistato l’ombrellone, nell’aria riecheggiò il suo ordine preciso <E ORA LEVATEVI LE CIABATTE, PANTALONCINI, MAGLIETTE E  NON VI MUOVETE DAI VOSTRI POSTI>.
I miei fratelli e cugini obbedirono in tempo reale, mentre papà mi sfilava il vestito colorato e mi aggiustava il cappellino. Ora bisognava aspettare l’arrivo di mamma e zia Anna.
Scesi sulla spiaggia i mie fratelli ed i miei cugini chiedevano l’autorizzazione per poter rompere le righe paterne. Ottenuto il permesso c’era chi correva verso la riva con il pallone, chi si gettava in acqua.

Io, invece, continuavo a giocare con palette e secchielli sotto l’ombrellone; preferivo cosi, non mi piaceva tuffarmi in acqua.

Ma, ahimé, arrivava il momento che anche io dovevo fare il bagno. Quando vidi mamma mettersi la cuffia per non bagnarsi i capelli  cominciai a piangere, sapevo che di lì a poco mi avrebbe preso in braccio e mi  portato lì, dove  tutti, mentre facevano il bagno, avrebbero riso del mio pianto disperato. 

< NON VOGLIO, NON VOGLIO STARE QUI… NON VOGLIO FARE IL BAGNO… BASTA >.

Gridavo forte e mi dimenavo, mentre mamma provava a bagnarmi il viso con una mano, e con l’altra mi teneva a sé.
< Basta, finito > disse mamma consegnandomi  alle braccia di papà per farmi calmare.
Quel giorno neanche le coccole di papà  riuscirono a calmarmi.
Quando… si vide da lontano il vecchietto  con  il carretto dei giocattoli e palloncini colorati, venire verso di noi.
Quel vecchietto era l’attrazione dei più piccini.
Tutti si avvicinano incantati a guardare il carretto pieno di giochi e palloncini colorati; anche papà, che mi custodiva tra le braccia, si avvicinò.

< Lo vuoi un bel palloncino?> Disse zia Anna asciugandosi i capelli bagnati.

Io smisi di piangere e cominciai a vedere quale fosse il più bello da scegliere.
< Hai deciso quale vuoi?> disse mamma asciugandomi gli occhi pieni di lacrime.
Io indicati il palloncino che era più sù, il vecchietto me lo fece vedere e io dissi:

<No, non mi piace >.

Sorridendo, il vecchietto del carretto comprese la situazione e i miei capricci, abbassò i palloncini per farmeli vedere meglio. Dopo averli scrutati tutti, presi quello di colore rosso, celeste e giallo.
<Finalmente ti sei decisa>, disse zia Anna legandomi il palloncino al polso per non farlo volare via.

Felice del regalo cominciai a correre sul bagnasciuga dicendo < VOLA VOLA PALLONCINO… CHE BELLO>.

Mio fratello Angelo, per farmi uno scherzo, tirò forte il filo per prendere il mio palloncino  e io gridai così forte che papà lo prese per il braccio e lo allontanò dicendo <Lascia, è il palloncino di Mary, non farla piangere >.

Correndo guardavo in alto e vedevo il mio palloncino volare.

Mio padre mi seguiva da lontano,  mia madre si rilassava con zia Anna, i miei  fratelli con i cugini e amici avevano creato due squadre di calcio e iniziarono una partita a pallone; tutto sembrava andar bene, eravamo felici.

Ad un tratto il cielo si riempì di nuvole nere e si sentivano tuoni in lontananza.
Io mi fermai spaventata e vidi tutti lasciare la spiaggia correndo. Papà mi raggiunse, mi prese in braccio e mi avvolse in un grande asciugamano.
Non so come, ma  il filo del mio bel palloncino si staccò dal polso e sparì  tra le nuvole nere. Cominciò a piovere  e a tirare un forte vento. 

Tutti corremmo verso casa, prima che iniziasse il temporale.

Ebbi così tanta paura nel vedere tutta la gente abbandonare la spiaggia, che mi aggrappai a papà protetta dalle sue forti braccia e dall’asciugamano che mi avvolgeva, dimenticando il palloncino.
Tornata a casa, al sicuro, mentre fuori pioveva a dirotto e il vento rischiava forte, mi resi conto di non avere il palloncino e che era volato via, portato dal forte vento.
Ero così triste che a ora di cena non riuscivo a smettere di pensarci. 
“Dov’era andato? Aveva trovato un altro bambino con cui volare?”…
A occhi bassi mangiavo la pasta che mi dava zia Anna.

A fine cena andai a letto, non volevo giocare con nessuno.

Mi giravo e rigirato ma non  riuscivo a prendere sonno, pensavo al mio palloncino.

A fine serata, prima di tornare a casa, mio cugino venne in camera, si avvicinò piano e vedendomi triste disse <Non ti preoccupare del palloncino.>. Mi raccontò che i palloncini quando volavano via, andavano da un’altro bambino triste. <Come ero io in spiaggia prima di incontrarlo?> gli chiesi incuriosita,  <Certo> rispose lui. <Il palloncino doveva andare via. Non ti preoccupare, ha detto la tua mamma che domani te ne compra un altro, ancora più bello>.
<Non voglio più palloncini.. volano via a consolare altri bambini lasciandomi sola>.
< Va bene. Però non devi essere triste, promesso?> disse mio cugino accarezzandomi i capelli ricci <Promesso. Buonanotte> dissi io.

Mi addormentai confortata che il mio palloncino volasse ancora nel cielo.

Quella notte lo sognai giocare con un altro bambino che correva felice.

L’anno dopo, nel mese di Aprile, anche la mia mamma volò in cielo.
In quella triste circostanza, si disse che era volata via perché lì, in cielo, c’era bisogno di lei. Anche lei, come il mio palloncino, doveva consolare qualcuno lassù. Ed anche lei, come il mio palloncino, mi aveva lasciata sola, ma questa volta, saperla in cielo, non mi confortò per nulla.  
Di belle giornate spensierate con la mia famiglia ce ne sono state tante altre, ma non è stata più la stessa cosa, è mancato sempre qualcuno, la mamma. 

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