Siamo uomini liberi con le mani legate

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Una storia d’amore comune, fatta di attese, speranze e sogni. Un racconto breve, dove si rispecchia chi è in attesa…. quella dolce attesa di qualcosa, anche un poccolo gesto, segno che dall’altra parte c’è la volontà di farcela insieme.
Invece ci si chiude, ognuno nel proprio guscio, in una libertà apparente.
In fondo restiamo soli, “con le mani legate” pensando che ” non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi”.
Buona lettura

Siamo uomini liberi con le mani legate

Chi lascia non cresce. E´tempo di diventare grandi, una donna ormai. Sia ama, si odia davvero una volta sola. Sia ama una seconda volta ma solo perché si vive, ci si inzuppa sotto altre piogge, si carezzano altre pelli come se si scivolasse verso una destinazione perfetta senza tempo, si perde tempo a cercare le chiavi, le motivazioni del cuore, si sceglie il cibo del gatto e del doposole, aspettando la chiamata o evitando la gente. Chi lascia non cresce, continuerá  a lasciare. Ad abbandonare il campo, a piegarsi, a frignare, vittima di rimpianti o malinconia, a perdere tempo a ricordare nei migliori dei casi. Questo pensava Evelyn mentre fissava il pavimento della sua stretta camera al sesto piano in Milano periferia. Il fratello continuava a far rumore con la playstation. Ma a questo Evelyn pensava, chiedendosi in fondo chi siamo, con che diritto lo siamo, cosa vogliamo, perché é giusto volerlo e sopratutto di chi siamo. Perché di qualcuno dobbiamo essere, nasciamo soli e soli non possiamo restare. Chi é solo ha un difetto. Ha lasciato e chi lascia non cresce. Chi non cresce non vive davvero.

Con l´indice si tormentava i boccoli castani scurissimi. Evelyn occupata da pensieri nomadi, da pensieri abusivi, da pensieri necessari e non voluti. Si passa, si trapassa, si svolta, si vola appesi a un filo sottile, si sventolano gli acquisti, si spengono le luci quando togliamo i trucchi, si scrivono i muri, si chiudono i lucchetti sui ponti a Verona e Firenze, si cancellano i messaggi, ci si lanciano occhiate a velocitá folli, ci si aggrappa ai sogni, si passa, come per caso, come per lasciare il segno e una tomba adeguata su cui far piangere persone che ci hanno voluto abbastanza bene.

Ci scuotiamo il sole, la rugiada, le stelle spettacolari, le mani, gli impegni, gli obblighi, le tasse, le tappe e i pedaggi. Ci scuotiamo di dosso il possibile per essere liberi, per arrivare a pensare di essere liberi. L´aveva letto da qualche parte un aforisma di Longanesi che gli era rimasto incollato alla sua parte grande: non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi. Libertá da un nome che non sentiva suo, un nome straniero, spigoloso contro le sue curve, un nome di ragazze lontane, che non le incontri per strada insomma. Libertá dalle lavagne piene che a forza di guardare ci si eclissa, ci si perde. Libertá da una diavolo di famiglia che finisce l´ultimo ossigeno contro se stessa, graffia e scalcia e poi si siede nel suo angolo a capelli sciolti a sputare sangue sulle costole e aria inquinata da gesti morti tra le braccia che non si sono prese. Libertá dal cane e le sue pisciate sregolate. Libertá dalle risate false delle amiche false come loro. Libertá da Raffaele e i suoi 20 anni. Raffaele. La paura della collisione ci tiene lontani, pensava Evelyn.

Lui era il primo ragazzo. Lui era il nord e lei era la bussola. L´incanto finisce si sa, piú ci si avvicina piú si vede l´anima e non sempre quel che scopri é quello che ti aspettavi. O forse nemmeno ti aspettavi qualcosa e questo é un difetto. Raffaele e Evelyn non si sarebbero mai amati. Alzó lo sguardo sul vetro bagnato dalla pioggia guardando tra i colori confusi di panorami irriconoscibili. Avrebbe aspettato qualcosa, che qualcosa cambiasse da un giorno all´altro, che il bene diventasse amore, che inventassero una nuova colla, che lui le avrebbe dato l´importanza che merita, che lui l´avrebbe capita, che almeno ci avrebbe provato anziché pensare alle sue cose. Avrebbe aspettato un fiore, una poesia, una domanda sui libri che legge, una partita dell´Inter spenta per passeggiare al parco. Avrebbe aspettato, invano. Sarebbero stati cuori agitati, tesi, pronti a scattare a catapultarsi via ovunque come biglie impazzite in mezzo al traffico del mondo. Avrebbe aspettato risposte e avrebbe atteso domande. Avrebbe aspettato un´emozione, un gesto, una resa, una dichiarazione. Doveva farlo per non morire, doveva aspettare si disse.

Avrebbe dato alla libertá una possibilitá. Avrebbe messo da parte le ragioni. Perché chi lascia non cresce. E chi cresce non vive davvero. Chi lascia continua a lasciare. É tempo di diventare grandi, non di arrendersi. Avrebbe finto di non sapere tutto questo verosimile, avrebbe pregato. Aprí la finestra. Le gocce entravano violente. Le cadevano dagli occhi. Solo cosí poteva piangere. Evelyn di Milano dai polsi fini e le guance rosse. Spento il dolcissimo cuore immune e malato. In attesa di amare una volta sola, la volta sola.

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