Senza lasciare traccia: due vite al margine

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Di Debra Granik con Ben Foster, Thomasin McKenzie (2018).

Un uomo, reduce della guerra in Afganisthan, vive con la figlia adolescente Tom in una foresta ai margini del centro urbano. Tra i due c’è un legame forte e simbiotico, un amore filiale con un profondo sentimento protettivo del padre verso la ragazzina. Sono poche le parole che si scambiano  molti rumori di passi fra gli alberi, fruscii di foglie al vento, rivoli di acqua che fanno da contraltare al silenzioso sentiero della Foresta. Si riscaldano col fuoco e si cibano di quanto concede il denaro elargito dal Governo, con qualche tappa veloce al Market di zona.

Vivono di sguardi e di taciti assensi, respirando l’aria tersa del verde e sfuggendo il contatto con gli altri uomini. Siamo in realtà nel Parco di Portland, non in una giungla, nel bel mezzo dello Stato dell’Oregon. L’uomo è un sopravvissuto agli orrori della guerra, orrori che non gli danno pace e che turbano il suo vivere di incubi continui, orrori che lo hanno destabilizzato a tal punto da voler allontanarsi dalla vita reale. Solo nel silenzio del verde sembra aver trovato una sua dimensione.

Finchè un giorno i due vengono scoperti e inizierà una nuova fase  con conseguenze inevitabili sul delicato equilibrio esistenziale.

La normalità è una coperta di cui si sente il bisogno prima o poi quando si ha freddo.

E Tom, (interpretata da una stupefacente Thomasin Mckenzie) ha in realtà il desiderio di trovare un rifugio più stabile per la sua solitudine. Ama l’inconsueto del suo quotidiano e ama il padre ma, l’uomo è un animale sociale che non troppo a lungo può sopravvivere se non in relazione con l’altro. con il caos, con l’esterno, con il Mondo. Una volta che la vita irrompe nella loro esistenza, non si può più tornare indietro.

Dopo il già acclamato Gelido Inverno del 2010 (4 candidature agli Oscar) che aveva lanciato la stella di Jennifer Lawrence, Debra Granik con questo Leave no trace ripropone un altro grande personaggio femminile; ancora una volta una ragazza al centro del suo film, una pellicola forte  che esplora con minuzia psicologica due vite al margine, due anime in balia dell’onda dell’alienazione.

L’adattamento del romanzo di Peter Rock diventa per il Cinema un film intenso e ben raccontato, toccante da far vibrare il cuore, ma senza mielosi sentimentalismi.

Merito di un cast riuscito, di una grande affinità recitativa tra i due interpreti principali e di un tema sociale che è ormai al centro di molte storie di cronaca americana: quello degli “eroi” smarriti, dei soldati tormentati, i veterani di guerra spesso alienati dal Mondo, abbandonati al loro destino e  costretti ai margini della società.

Foster, che interpreta il padre Will, è noto per le sue interpretazioni in titoli come Hell or High Water, Lone Survivor e Quel treno per Yuma.

Ho sempre apprezzato il lavoro di Ben in molti film, in particolare in Oltre le regole. The Messenger. Ho pensato a lui per il ruolo del veterano, dal momento che ha dal punto di vista lavorativo ha fatto molto per portare al centro dell’attenzione le esperienze dei soldati di ritorno dal fronte, ha detto di lui la Granik.

La giovane Thomasin Harcourt Mckenzie è al suo debutto con il personaggio della figlia Tom: originaria della Nuova Zelanda, è stata scelta dopo un provino che ha  colpito la regista.

Senza lasciare traccia è  ispirato a una storia vera. La vicenda ha avuto luogo realmente a Portland, dove una ragazza e suo padre hanno vissuto per quattro anni nella vicina riserva naturale. I due si recavano in città solo per riscuotere gli assegni di disabilità e acquistare ciò che non potevano coltivare o crescere loro.

La ragazza era sana, curata e ben educata. Dopo il trasferimento in una fattoria di cavalli in cui al padre era stato assicurato un lavoro, i due scomparirono nel nulla. Incuriosito dal mistero che circonda ancora oggi la coppia, Rock ha costruito una versione romanzata della vicenda, riempiendola di dettagli poco conosciuti e costruendo un film solido e commovente che affronta un argomento difficile: quello dei veterani che, di ritorno dalle guerre in Afghanistan e Iraq, devono dimenticare ciò a cui hanno assistito e ricominciare a vivere.

Sandra Orlando

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