le parole di Papa Francesco

del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

e con il sentiment di alcuni italiani…

“Da settimane sembra che sia scesa la sera.

Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città, si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, ci siamo ritrovati impauriti e smarriti, presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Lo ha detto il Papa durante la sua preghiera prima della benedizione ‘Urbi et Orbi’. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità e di solidarietà”.


Un momento di preghiera molto intenso, quello di ieri sera, di Papa Francesco per molti versi senza precedenti, in un’atmosfera surreale, quasi ipnotica, in quella solitudine celeste e terrena nello stesso tempo del sagrato della basilica di San Pietro, con la piazza vuota ma con il mondo intero collegato e poi…le campane, le sirene e una benedizione verso il mondo, tutto il mondo.

“Mi permetto nuovamente, care concittadine e cari concittadini, di rivolgermi a voi, nel corso di questa difficile emergenza, per condividere alcune riflessioni. Ne avverto il dovere. La prima si traduce in un pensiero rivolto alle persone che hanno perso la vita a causa di questa epidemia; e ai loro familiari. Il dolore del distacco è stato ingigantito dalla sofferenza di non poter essere loro vicini e dalla tristezza dell’impossibilità di celebrare, come dovuto, il commiato dalle comunità di cui erano parte. Comunità che sono duramente impoverite dalla loro scomparsa. 

Sono indispensabili ulteriori iniziative comuni, superando vecchi schemi ormai fuori dalla realtà delle drammatiche condizioni in cui si trova il nostro Continente. Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa. La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse.

Nell’Unione Europea la Banca Centrale e la Commissione, nei giorni scorsi, hanno assunto importanti e positive decisioni finanziarie ed economiche, sostenute dal Parlamento Europeo.

Non lo ha ancora fatto il Consiglio dei capi dei governi nazionali.

Ci si attende che questo avvenga concretamente nei prossimi giorni. 

Stiamo vivendo una pagina triste della nostra storia.

Abbiamo visto immagini che sarà impossibile dimenticare.

Alcuni territori – e in particolare la generazione più anziana – stanno pagando un prezzo altissimo.

Ho parlato, in questi giorni, con tanti amministratori e ho rappresentato loro la vicinanza e la solidarietà di tutti gli italiani.  

Nel nostro Paese, come ho ricordato, sono state prese misure rigorose ma indispensabili, con norme di legge – sia all’inizio che dopo la fase di necessario continuo aggiornamento – quindi, sottoposte all’approvazione del Parlamento.

Il senso di responsabilità dei cittadini è la risorsa più importante su cui può contare uno stato democratico in momenti come quello che stiamo vivendo. La risposta collettiva che il popolo italiano sta dando all’emergenza è oggetto di ammirazione anche all’estero, come ho potuto constatare nei tanti colloqui telefonici con Capi di Stato stranieri.

Mentre provvediamo ad applicare, con tempestività ed efficacia, gli strumenti contro le difficoltà economiche, dobbiamo iniziare a pensare al dopo emergenza: alle iniziative e alle modalità per rilanciare, gradualmente, la nostra vita sociale e la nostra economia. 

Nella ricostruzione il nostro popolo ha sempre saputo esprimere il meglio di sé“. 

Parole di coraggio, di conforto per tutti gli italiani del nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ma anche parole dure verso l’Unione Europea a cui ha ricordato i suoi doveri, come aveva fatto già fatto la sera della gaffe della Presidente della Bce Lagarde.

E gli italiani cosa dicono?

Leggiamo…

 Mimmo Scapati di Palermo, 70 anni

Mi rammarico dell’inutilità dell’uomo che non ha contezza del Male invisibile, suo nemico, che, per vincere, fa leva sulla stolidaggine umana.

La notte, per fortuna, mette sempre fine alle paure e alle insicurezze,  le   peggiori   insidie dell’inconscio.

Ad essa rimetto la stanchezza delle mani e delle braccia per ore a pigiare sulla tastiera: non scrivo romanzi, non dipingo anime, non scrivo poesie.

Non scrivo neppure rime in prosa perché non riuscirei mai a descrivere ciò che vedo oltre della mia anima, piuttosto ferita dall’inerzia e dal dolore per le sofferenze umane.

Non so bene se m’accorderò con un pianto  liberatorio quando tornerò libero d’essere padrone del mondo: per ora mi accontento delle mura di casa mia (un dono di Dio).

Voglio restare ottimista: spero che questo mondo non veda più soffrire il morso d’amore per un   mancato   ultimo   abbraccio e,   meno   che   mai, vedere   l’individuo   non   riflettere, giocato dall’incapacità del sentirsi umano, reso dalla vita riluttante,   inconsapevole,   freddo,   fastidioso, ingordo, indifferente.

Torno all’assordante silenzio d’attorno, rotto appena, ogni tanto, dagli schiamazzi dei bambini del piano di sotto.

È silenzio mentre scrivo.

Ci vuole un altro buon caffè, come quello rituale del mattino.

Come quello delle 6,30 che mi preparo   con   la   vecchissima   Moka   recuperata   in soffitta.

Certamente,  lo   confesso,   mi   manca   la colazione  e  la  lettura  del quotidiano  al bar con quell’ottimo caffè cremoso, in tazza bollente, un po’ lungo.

Mi manca questa piccola coccola: pazienza, aspetterò.

Giuseppe Secondo di Bitonto, 43 anni, avvocato

Chiaramente ho paura e c’è una accentuata psicosi che dilaga un po’ ovunque.

Tutti, pare, abbiano perso la bussola o non tollerano la situazione generale proprio in questo momento in cui bisogna cercare di essere razionali e mantenere la calma e il sangue freddo.

Condivido le preoccupazioni consistenti per i più deboli e bisognosi (anziani, senza tetto, etc.).

Spero che vada tutto bene anche se temo, poi, fuori dal contagio, una catastrofe per il lavoro e l’economia in generale del nostro Paese, già in precedenza provato.

Francesco Danieletto di Dolo, 70 anni, pensionato

In queste purtroppo lunghissime giornate passate tra le mura  domestiche, ascoltando  televisione o internet sento parlare ossessivamente di segregazione, panico da isolamento e tanto altro.

Per mia natura sono sempre stato abituato ad andare contro corrente, quindi niente in contrario se faccio una premessa che potrà sembrare fuori luogo ma che, alla fine, sarà sicuramente compresa da chi ha voglia di leggere quanto scrivo.

Vivo in un piccolo paese di campagna anche se posto giusto in mezzo a due grandi città che a ben ragione, visto lo sviluppo forsennato degli ultimi anni, può essere considerato una cintura urbana di ambedue.

Il paese ha origini lontane e nobili e ha una sua storia come centro di commerci, di fiorente agricoltura, come luogo di villeggiatura dei nobili dell’epoca e tanto altro. Avendo ormai quasi 71 anni, me lo ricordo quando era un paese con due grandi realtà occupazionali, una fabbrica di scarpe e un ospedale insediato a fine ‘800 da un lascito di un benefattore locale.

Me lo ricordo da giovane, quando a settembre lunghe file di carri trasportavano l’uva nelle due cantine.

Le rare macchine di proprietà dei pochi privilegiati che potevano permettersele.

Il camion del Comune che d’estate bagnava le strade di terra battuta con l’acqua prelevata dal canale.

Quindi vedere poca gente per le strade, per me non è una novità anche se l’emergenza attuale da un’immagine diversa di quella di altri tempi.

Per noi ragazzi dell’epoca c’erano ben pochi svaghi più o meno organizzati, specie d’estate quando la voglia di andarsene in giro era tanta.

Lunghe corse in bicicletta, le serate al bar con qualche partita di biliardo e poi le lunghe interminabili discussioni fatte in giro per il paese dopo la chiusura, nel silenzio, quello sì, spettrale della notte estiva quando si ragionava di donne, calcio, politica e quant’altro ci passava per la testa.

Si accompagnava a casa il primo, e quando si era arrivati visto che la discussione non era finita si tornava indietro tutti insieme accompagnando a casa il secondo e poi il terzo e via fino alle 3 o 4 di mattina.

L’altro giorno ero qui a casa segregato come tutti e, tra internet, televisione e giornali, cercavo di capire non tanto il motivo della segregazione, è tragicamente evidente, ma della fobia che prende molte persone per fortuna non tutte, riguardo alla solitudine e mi sono fatto un’idea mia personale, magari sbagliata…

Ovvero che la solitudine sia generata non solo dalla mancanza di contatto umano già di per se inesistente ma dalla confusione dovuta alla iperattività della nostra società. Dal correre frenetico in mezzo a flussi enormi di gente che si sposta in macchina, metropolitana, in treno, a piedi e che ha bisogno di sentirsi accerchiata da molecole impazzite in eterno movimento.

Quando tutto questo all’improvviso si ferma è il panico.

Ci si trova a dovere affrontare il silenzio, i piccoli rumori quotidiani ormai dimenticati o mai conosciuti, le piccole azioni fatte male e in fretta.

In quel momento si invoca la solitudine come alibi all’angoscia, ci si aggrappa all’informazione, spesso inesistente, sicuramente di parte che pilota il cervello in luoghi sconosciuti, tranquilli fino a che non si interrompe la trasmissione.

I giovani non accettano nemmeno la rete loro feudo inattaccabile, la sentono distante, si accorgono, era ora, che non è umana, i genitori costretti a dividere spazi angusti scoprono e si rinfacciano vecchi difetti che la finta convivenza per poche ore alla notte aveva nascosto.

Il Re è nudo, non sanno affrontare se stessi e le loro paure spesso soffocate dalla sicurezza economica e dalla ormai abissale distanza l’uno dall’altro, figli compresi, costretti alla convivenza con i genitori.

Tutto questo potrà sembrare irrazionale ma ha un suo fondo di verità e soprattutto può e deve essere una base di partenza per riscrivere e inventare un nuovo modo di vivere e di accettare una nuova società che nella vecchia normalità non contemplava il contatto umano come forma primaria di convivenza intelligente e appagante per se stessi e per gli altri.

Il tutto con le dovute eccezioni ovvio, non voglio fare di ogni erba un fascio…

Germana Rondelli di Assisi, 35 anni, in uno a Michele Orefice, sempre di Assisi, 36 anni

Strade vuote, colori spenti e non vedi l’ora di tornare a casa e nasconderti dietro un tricolore.

Chiuderti nel tuo “porto quieto” tra le mura di una dispensa che trabocca, tra i libri e il tempo che dedichi a te stesso.

Scapperesti ma sei obbligato a fare i conti con le tue paure e le effimere certezze.

I divieti, quei guanti e quelle mascherine basteranno a salvarti?

E poi c’è il futuro…il futuro sì….il futuro sempre più scalfito dall’ennesimo colpo che modella questo popolo ma, come un grande blocco di marmo, nasconde in sé la più bella anima.

Carmela Rossiello di Bitonto, 61 anni

Vorrei tanto che fosse solo un bruttissimo sogno…invece è una tristissima realtà.

Dirigente scolastico del Liceo Scientifico di Bitetto, Bari, come tutti, anche noi da subito ci siamo attivati per porre in atto la DAD (didattica a distanza).

La prima cosa che ho sentito di dire ai nostri docenti è stato quello di non correre, anzi li ho invitati a rallentare, a fermarsi perché non va bene insegnare correndo, non funziona, gli studenti non ci seguono, né comprendono il senso e il significato di quanto proponiamo.

Allo stato attuale è opportuno non mettere in atto la cosiddetta “valutazione sommativa” ma piuttosto giudizi sintetici che possano riferirsi non ad una singola performance, ma ad un processo cumulativo.

E poi ciò che più conta è non abbandonare i più deboli, i più fragili…

Ce la faremo, andrà tutto bene…

Tea Sisto di Brindisi, 67 anni, giornalista, Coordinamento Nazionale donne ANPI

Anche oggi abbiamo riempito altre tre borse della spesa con alla mano un elenco di beni di prima necessità che ci erano stati richiesti.

L’ANPI Brindisi ha potuto farlo grazie ai generosi contributi che stanno arrivano dagli antifascisti.

Il supermarket, tra poche ore, porterà il tutto a famiglie in difficoltà e a chi ha perso il lavoro e vive ai confini della dignità umana.

Cerchiamo soluzioni minime solidali da portare avanti, come abbiamo sempre fatto.

Questa volta con un occhio più attento alla salute e alla sicurezza.

Oggi siamo tornati al market per fare la spesa personalmente in un orario nel quale non ci sono altri clienti.

Ma, se si vuole, si può ordinare tutto per telefono, fornire l’indirizzo della destinataria o del destinatario della spesa e mettersi d’accordo sul pagamento.

Vietato rischiare di ammalarsi.

Muovendoci come possiamo, in totale sicurezza, faremo fronte alle altre emergenze che ci stanno proponendo.

Altre associazioni, con noi in rete, si stanno organizzando allo stesso modo, così come le sezioni ANPI della provincia di Brindisi.

Se ci sono segnalazioni di persone in serie difficoltà e se volete contribuire, in qualche modo, contattate privatamente il Comitato provinciale ANPI di Brindisi.

Grazie di tutto agli iscritti e agli antifascisti tutti. Partigiani sempre. Con Donato Peccerillo, Presidente del Comitato provinciale ANPI Brindisi.

Da questi interventi e dai precedenti degli “a tu per tu” si continua ad avere sempre più la consapevolezza che l’Italia dalle Isole, al Nord, dal Sud al Centro è sempre più investita da una vera e propria tempesta emotiva e di solidarietà che ha letteralmente sconvolto il nostro vecchio sentire quotidiano.

E non poteva essere diversamente…

… a cura di Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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