Raffaele Licinio: “Intervista impossibile” di Vincenzo Fiore

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Raffaele Licinio


Buongiorno, Giulia…

Ciao, Vincenzo… che piacere risentirti.

Il piacere è anche tutto mio, cara Giulia…

Al di là del saluto perché questa telefonata? Conoscendoti, non sei il tipo che fa una telefonata solo per salutare…

E’ proprio vero, mi conosci molto bene…

Allora, dimmi…

Vorrei che mi accompagnassi all’Università di Bari, presso il Centro di Studi Normanno-Svevi, per “l’intervista: impossibile” al nostro amico, il Prof. Raffaele Licinio.

Mi stai chiedendo qualcosa di molto bello ma nello stesso tempo di assurdo e impossibile…

Hai ragione ma non devi dimenticare che qualcosa più impossibile è, più bella è!

Del resto noi siamo dei sognatori e la parola “impossibile” non esiste nel nostro vocabolario.

Dimentichi che i sogni sono il possibile dell’impossibile che si realizza…

Benissimo, mi hai convinta… domani, alle 12.00, ci vediamo in Piazza Umberto all’ingresso dell’Ateneo.

Raffaele Licinio si laurea con il massimo dei voti in Lettere presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari con una tesi in Storia medievale.

Nella stessa Facoltà dal maggio 1971 usufruisce di una borsa di studio in Filologia e storia bizantina, e nel 1974 entra nel ruolo di assistente ordinario, afferente alla cattedra di Storia medievale.

Professore associato di Istituzioni medievali dal 1985, confermato in ruolo per la stessa disciplina dal giugno 1988, ricopre in affidamento a titolo gratuito, negli a. a. 1994-95 e 1995-96, l’insegnamento di Storia medievale per il corso di Diploma Universitario di Operatore dei Beni Culturali della suddetta Facoltà.

Inquadrato nel 1996 nel settore scientifico-disciplinare M01X e nella disciplina Antichità e istituzioni medievali, nel giugno 1999 viene inquadrato nella disciplina Storia medievale, per la quale a partire dall’a. a. 1999-2000 gli è affidata dalla Facoltà la titolarità dell’insegnamento.

Nel giugno 2001 consegue l’idoneità, con unanime giudizio della commissione, nel concorso di prima fascia nel settore M01X, Storia medievale, bandito dalla Facoltà di Lingue dell’Università di Lecce, e in qualità di professore ordinario è chiamato nel luglio 2001 dalla Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari per l’insegnamento di Storia medievale, nel settore disciplinare M-STO/01.

Dopo lo straordinariato è confermato in ruolo nel dicembre 2004.

Dal 2004-2005, nella stessa Facoltà, insegna Storia medievale per Lettere e Storia e scienze sociali (nell’a. a. 2005-2006, anche nel Corso di Laurea Magistrale in Filologia Moderna).

Riceve la supplenza di Antichità e Istituzioni medievali (Laurea Magistrale) nell’a. a. 2010-11, e di Storia economica e sociale del Medioevo, nell’a. a. 2011-12.

Dalla Facoltà di Lettere dell’Università di Foggia gli è affidata la supplenza dell’insegnamento di Storia medievale dall’a. a. 2001-02 all’a. a. 2006-07.

Dal novembre 2002 al 2011 direttore del Centro di Studi Normanno-Svevi dell’Università di Bari, presieduto dal Rettore in carica dell’Università barese, e in qualità di direttore organizza i convegni biennali internazionali detti “Giornate normanno-sveve” dal 2004 al 2010.

Dal 1997-98 al 2001-02 dirige il Corso di Perfezionamento post-laurea in «Storia del Mezzogiorno medievale» dell’Università di Bari, e negli a. a. 2000-01 e 2001-02 anche quello in «Cinema e Storia».

Nel 1995 fonda e dirige sino al 1998 la Scuola Laboratorio di Medievistica di Troia (Foggia).

Nel 1997 partecipa alla fondazione del «Centro di studi per la storia delle campagne e del lavoro contadino» di Montalcino (Siena).

Partecipa, in veste di relatore, a numerosi convegni scientifici, conferenze e seminari, in Italia e all’estero.

Dal 1976, anno della sua fondazione, sino al 1979, fa parte della redazione della rivista «Quaderni medievali».

La sua attività scientifica è incentrata in particolare sui rapporti tra strutture sociali e produttive, assetto del territorio e realtà istituzionali all’interno del Mezzogiorno bassomedievale, con particolare attenzione verso gli ambiti territoriali pugliesi. Attraverso l’analisi della società, dell’economia e dei quadri politico-istituzionali, senza trascurare il ruolo e la specificità dei dati giuridici e normativi, mira a cogliere le funzioni e le forme, le continuità e i mutamenti, le dinamiche e le contraddizioni che soprattutto nei secoli XI-XV hanno contraddistinto la storia della Puglia e dell’Italia meridionale.

I suoi interessi di ricerca rispetto alla Puglia bassomedievale si indirizzano principalmente su due filoni tematici, sino ad allora in ombra o insufficientemente dibattuti dalla storiografia medievistica: la storia agraria regionale e la storia delle strutture di fortificazione all’interno del «sistema castellare» del regno.

In pensione dal 1^ novembre 2013.

 Mercoledì, ore 12.00, Piazza Umberto. Bari.

Io e Giulia ci salutiamo con gli sguardi, delle lacrime bagnano i nostri volti, ci incamminiamo, raggiungiamo l’ascensore.

Eccoci al piano del Centro di Studi Normanno-Svevi.

Ci siamo.

La porta è aperta, il nostro Professore, seduto sulla poltrona, ci accoglie.

Un breve ma intenso e affettuoso saluto, un abbraccio e…

Fiore_  Perché si fantastica troppo sul Medioevo?

Licinio_ «Perché il Medioevo non è mai esistito.

Il Medioevo è una costruzione culturale; è l’unica età, nella Storia, in cui l’uomo che viveva in quel periodo non sapeva di vivere nel Medioevo.

Il Medioevo nasce quando il Medioevo finisce.

E tutte le varie età lo hanno interpretato in maniera diversa.

L’immagine che abbiamo noi è quella che ci hanno consegnato il Romanticismo e i mezzi di comunicazione, in particolare il Cinema».

Fiore_ Ha catalogato nella sezione “cinema e medioevo” del suo sito “Storia Medievale dai castelli ai monstra” 3341 film sul medioevo che “dalla nascita del cinema ad oggi, in Italia e nel mondo intero, si sono interessati in qualche modo all’età medievale, ai suoi personaggi, ai suoi miti, ai suoi archetipi e alle sue atmosfere”.

Licinio_ «Il cinema – non solo il cinema – non ha il compito di riprodurre né l’intento di spiegare il Medioevo: al contrario, esso lo “reinventa”, lo ricrea ricostruendolo senza vincoli filologici e con una potenza immaginifica senza pari. È, il suo, un tempo “altro” e parallelo rispetto a quello storico, in grado però di sovrapporglisi e oscurarlo sino a risultare a sua volta, nell’immaginario della cultura di massa, il Medioevo “reale”».

Fiore_ E delle trasmissioni televisive “di divulgazione” ne vogliamo parlare?

Licinio_ «Sulle trasmissioni televisive “di divulgazione” bisogna essere chiari sino in fondo.

La cultura non serve a far aumentare i flussi turistici: serve di per sé, altrimenti non è cultura.

La divulgazione storica e culturale in genere non è al servizio del turismo, ma della crescita culturale. Punto».

Fiore_ Questione complessa, oggetto di discussione e caratterizzata  da un forte conflitto tra tesi opposte, rispetto alla quale non si è mai giunti ad una conclusione unanimemente accettata. Insomma una “vexata quaestio”.

Licinio_ «Chi non conosce un argomento, una disciplina, una questione, un problema, una teoria, un autore, un romanzo, un’opera poetica, un’opera d’arte, un algoritmo, NON sarà mai in grado di divulgare correttamente quell’argomento, quella disciplina, quella questione, e così via. Non si può divulgare ciò che NON si conosce se non superficialmente o per sentito dire.

Di più: il divulgatore non è colui che ha il diritto o la licenza di comunicare sciocchezze o di sostituire la conoscenza con le emozioni, ma chi – anche coniugando conoscenza ed emozioni – ha il DOVERE di far conoscere qualcosa anche di molto complesso nella maniera più semplice e immediata. Il divulgatore è una persona altamente specializzata, una persona che conosce un dato argomento per averlo studiato: lo erano Umberto Eco, Jacques Le Goff, Rita Levi Montalcini, per fare qualche nome.

Tutto il resto è superficialità e noia».

 Fiore_ Insomma siamo al “DIVULGARELLUM”…

Licinio_ «Lo hanno scritto Jacques Le Goff, Umberto Eco e tanti, tanti altri: se non conosci la storia (non solo la storia), non sarai mai in grado di divulgarla.

E non è assolutamente accettabile che se hai di fronte un pubblico vasto di non specialisti tu divulgatore sei autorizzato a raccontare fregnacce: è vero l’esatto contrario, più il tuo “pubblico” è disinformato, più tu hai l’obbligo di controllare quello che racconti e di eliminare almeno (ripeto, almeno) le inesattezze».

Fiore_ Ti riferisci alla puntata del 24 gennaio 2018 della nuova serie di Ulisse di Alberto Angela, “Meraviglie, la penisola dei tesori, dedicata ai castelli in cui si è pure parlato di Castel del Monte?

Licinio_ «Non ho visto la trasmissione di Angela su Castel del Monte (per cautelarmi dagli sbalzi di pressione), quindi non posso esprimere alcun giudizio.

Mi riferiscono, per altro, che, tra le più vistose bufale, diciamo così, ci sarebbe la definizione di Federico II data da Angela: era Re d’Italia. Sic… Al che pare che Muti lo abbia corretto dicendo che no, era invece Re di Napoli. Spero che queste perle siano esagerazioni, ma se sono vere…

Dopo di che, vi prego, risparmiatemi, abbiate pietà, non segnalatemi altre perle, l’ipertensione è pericolosa assai… ».

Fiore_ Siamo tutti uguali su Facebook?

Licinio_ «Su Facebook, non siamo tutti uguali.

Inutile girarci attorno.

Lo dico a quei “contatti” che s’imbarcano con me in lunghe ed esasperanti discussioni su temi che attengono in qualche modo alla mia “professione”.

Vi prego, smettetela di dimostrarmi quanto poco io sappia di storia, di cultura e “affini” (sic), lasciatemi illudere di essere almeno un po’ alla vostra altezza.

Volete che lo ammetta pubblicamente?

Lo ammetto, non capisco un tubo di niente, e quel poco che capisco e continuo a imparare è nulla rispetto a quello che voi sapete e che volete insegnarmi.

Lo so, è appena mezzo secolo che studio, senza mai riuscire wikipedianamente a raggiungervi, ma scusatemi, non è colpa mia, sono un incorreggibile testone, non insistete, è tanto profondo, a vostro vantaggio, il divario che ci divide, che non potrò mai riuscire a raggiungervi.

Mai.

Così è, non siamo tutti uguali, nemmeno qui. Perciò lasciatemi stare, con me proprio non è cosa».

Fiore_ Cosa ti piacque dell’intervista su “la 7” del 17 gennaio 2018 della Gruber a Carlo De Benedetti?

Licinio_ «Quello che mi piacque non è quello che l’ingegnere disse, ma quello che non disse.

Soprattutto, rimasi molto colpito dalla quasi totale assenza, da parte sua, di narcisistica superbia per il fatto di avere frequentato e frequentare praticamente tutti i Presidenti del Consiglio italiani, moltissimi leader mondiali, tante note e potenti personalità.

Ecco, la sua ingenua e innocente identificazione con il potere è persino commovente.

Bravo, proprio bravo. Glielo dirò personalmente domattina, a colazione».

Fiore_ Un tuo stato su Facebook dice con una lungimiranza incredibile…

“Contrariamente a come appaio a molti – coerente e sicuro – nelle mie convinzioni e nelle mie scelte politiche sono da sempre e continuamente in preda a dubbi e interrogativi che spesso non trovano risposte.

Ad esempio, in questi giorni mi chiedo – e non so rispondermi – perché Liberi e Uguali oggi si allontana da Giorgio Gori, e domani invece si avvicinerebbe a Luigi Di Maio?”

Licinio_ …

 

Fiore_ A proposito di Grasso…

Come giudichi la sua proposta di eliminare le tasse universitarie fatta dal palco della prima assemblea della lista unitaria della sinistra?

Licinio_ La proposta, avanzata ufficialmente da Pietro Grasso e dunque da LeU, di eliminare le tasse universitarie è sbagliata e puzza di “imitazione” delle proposte populiste avanzate da ogni altra forza politica in merito a tasse di diverso tipo.

Altro sarebbe sostenere che, specialmente per i ceti medio-bassi, esse andrebbero (ulteriormente) diminuite, e fatte pagare realmente a chi le evade. Non credo che quella proposta sia stata un “errore di comunicazione”, tutt’altro.

Credo che sia nata dall’assenza di una reale e approfondita analisi dei processi che hanno riguardato e riguardano l’università e la scuola in questi anni.

Peccato!… che altro si può aggiungere, se non che la speranza (purtroppo) è sempre l’ultima a morire?»

Fiore_ La politica e la sua barbarie…

Licinio_ «Barbarie e imbarbarimento sempre più profondi, sempre più irrimediabili, sempre più disgustosamente poltronari, sempre più infinitamente lontani dalla nobiltà e dignità che alla politica necessitano come l’aria.

Ed è un’impresa trovare in questo degrado senza limiti, anche peggiore di quello che in altri anni abbiamo conosciuto, persone che conservino da candidate/i uno spessore umano e politico.

Ce ne sono, guardiamo bene, ce ne sono sempre state/i e ce ne sono, ma è disperante per tutti che siano così poche/i… »

Fiore_ Federico II può essere considerato il marchio di denominazione d’origine controllata per la Puglia e il capostipite della «pugliesità»? 

Licinio_ «Mi rendo conto che contraddire la “pugliesità” di Federico II può apparire a tanti quasi un sacrilegio. Eppure, senza voler nulla togliere all’enorme rilevanza storica del personaggio, quel sovrano guardò alla Puglia in misura non del tutto dissimile rispetto ad altre aree del suo vasto regno. Certo, veniva in Puglia, ma non era certo il suo chiodo fisso. Solo in Capitanata svolse alcuni importanti esperimenti che oggi chiameremmo imprenditoriali, fondando le prime masserie statali. Ma fu una scelta dettata dalle favorevoli caratteristiche geografiche e ambientali di quel territorio, non da una particolare predilezione».

Fiore_ E allora perché l’appellativo di “puer Apuliae”?

Licinio_ «Federico II non amava essere definito “puer Apuliae”, che, oggi, con qualche esagerazione, potremmo tradurre con il termine “terrone”.

L’epiteto gli fu affibbiato da cronisti al servizio del suo antagonista per la corona imperale, Ottone di Braunschweig: nessun cronista meridionale – ripeto, nessun cronista del regno di Sicilia – si è mai permesso di scriverlo.

«Bisogna ricordare, altresì, che durante l’epoca di Federico II il termine “Apulia” non si riferiva solo alla regione oggi chiamata Puglia, i cui confini furono definiti solo nell’Ottocento, dopo l’unità d’Italia, e delineati dal punto di vista amministrativo nell’ultimo dopoguerra.

Veniva definita Apulia un’area che comprendeva anche parte della Basilicata e della Calabria; in alcuni casi veniva definito con questo nome tutto il Mezzogiorno non insulare.

Per cui dare del “puer Apuliae”, cioè figlio del Mezzogiorno, a Federico II era una sorta di affronto.

 Fiore_ E l’espressione “stupor mundi” che viene usata a palate per magnificare ed esaltare lo Svevo?

Licinio_ «Anche in questo caso bisogna attribuire a questa espressione il significato che poteva avere ottocento anni fa e passa.

“Stupor” può significare “stupore” ma anche “mostruosità”.

Come possiamo notare, le conclusioni si prestano ad essere controverse.

E l’espressione mai è stata usata dai sudditi federiciani: nel Duecento era usata spesso con valore negativo, di smisurata presunzione dell’uomo rispetto all’ordine divino dell’Universo.

Ma questa è un’altra storia: ripeto a tutti il consiglio di leggere il recente volume di Fulvio delle Donne, “Federico II: la condanna della memoria. Metamorfosi di un mito”, Viella, 2012».

Fiore_ Un dato è certo, però: Federico II in Puglia è un mito…

Licinio_ «Sì, Federico II in Puglia è un mito più che altrove.

Tale circostanza è anche determinata dal fatto che questa regione ha un’identità meno marcata di altre regioni del Sud in cui egli ha svolto ruoli analoghi, come la Sicilia o la Campania. Ciò ha determinato la ricerca, più o meno consapevole, di un punto di riferimento storico. Tuttavia Federico è oggi, e non solo in Puglia, quello che noi storici definiamo un mito-motore.

In più, il suo mito è in grado di generare altri miti».

Fiore_ Le radici di tutto questo?

Licinio_ «In Italia Federico II fu riscoperto nella seconda metà dell’Ottocento, nel clima dell’unità d’Italia, privilegiando il suo ruolo anti guelfo, perché all’epoca lo Stato sabaudo era in polemica col Papa. Ma è in Germania che l’imperatore torna alla ribalta dopo la Prima Guerra Mondiale.

Di fronte alla grande crisi economica e morale seguita al conflitto, soprattutto lo storico Ernst Kantorowicz guardò a lui come prototipo del demiurgo che unificava le masse e costruiva la coscienza del popolo tedesco.

È fondamentale il suo libro Federico II Imperatore, edito a Berlino nel 1927.

Ed è soprattutto a quella lettura della biografia di Federico che guardano ancora coloro che in Puglia si sono appassionati alle radici locali del sovrano.

Non solo.

Quell’interpretazione di Kantorowicz piacque molto, durante gli anni Trenta, alle locali società di Storia patria.

Ed è a quegli anni, infatti, che si deve il radicamento del mito di Federico II in chiave pugliese».

Fiore_ Federico II “UNO E TRINO”?

Licinio_ 13 dicembre 1250. Muore Federico II di Svevia, mentre era a Castelfiorentino, a nord di Foggia.

E il 13 dicembre non mancheranno gli appassionati fan dello Svevo, che ne riesumeranno una memoria incerta e metastorica per condirla con tutte le salse magnificenti e piccanti della primazia in ogni campo: primo come laico, tollerante, amante della pace, e poi scienziato, poeta, femminista, animalista, ambientalista, ecologista…

E riesumeranno, noblesse oblige, anche i due epiteti di cui non conoscono in realtà il vero significato nel secolo decimoterzo, “Stupor mundi” e “Puer Apuliae”, per invertirne in positivo come sempre, con la fierezza dell’incoscienza, il significato.

Misteri nella vita dello Svevo non ce ne sono stati (tranne ovviamente per gli storici della domenica), zone d’ombra invece sì, ma quelle dipendono in primo luogo dall’approccio e dalle domande che ogni cultura, ogni concezione della storia, pone ai personaggi su cui indaga.

Doverosamente precisato questo – per evitare che Federico II continui a esser pasto prelibato per chi non solo non conosce la storia, ma non è in grado nemmeno di riconoscerne correttamente i segni nel presente (oggi lo Svevo è diventato a sua insaputa l’emblema dell’esoterismo massonico più ossessivo, lo stesso che divora in gran quantità sacri graal, piramidi e templari) – mi piacerebbe sapere quanti sanno che nel sarcofago in cui, poco tempo dopo la sua morte, a fine febbraio 1251, fu posto il corpo dell’imperatore, nella cattedrale di Palermo, furono trovati, alla sua improvvida e maldestra riapertura nel 1761, ben tre corpi: quello di Federico e, sopra di lui, quello attribuito al re di Trinacria Pietro d’Aragona, morto nel 1342, e quello di una donna (si pensava fosse il corpo di un uomo, Guglielmo d’Aragona duca d’Atene, ma si tratta in realtà di quello di una donna, il cui nome resta a tutt’oggi sconosciuto).

Questo il brano di Francesco Danieli, in “I regali Sepolcri del Duomo di Palermo” (edito nel 1784 a Napoli), che descrive la scoperta all’atto dell’apertura nel 1761:

«Dischiusa che fu l’arca di questo sepolcro, si presentarono alla prima due corpi, sotto quindi stava il terzo; e quello ch’era al lato destro, si copriva di un manto regale, sebbene fosse tutto cucito in un sacco alla cui estremità verso la testa avea un ricamo di piccole perle che rappresentavano tante aquilette, che formavano corona; di più avea di spada armato il fianco le quali cose tutte ci condussero ad opinare, essere un Re; ed a riconoscerlo per Pietro II d’Aragona ci servì di guida ciocchè di lui lasciò scritto il Surita cioè, ch’essendo egli morto in Calascibetta l’anno del Signore 1342, fu il suo corpo trasportato in Palermo, dove ebbe sepoltura nel Duomo accanto all’Imperatore Federico; e le stesse aquilette ricamate nella parte superiore del sacco il distinguono abbastanza per un principe aragonese. L’altro corpo di minor grandezza, giacea al lato manco, ridotto a nude ossa, avea il braccio diritto disteso sotto Pietro; anche si poté argomentare, essere ivi stato deposto prima di lui. Era questo involto in un logoro drappo, nel quale furono rinvenute due anelli d’oro con pietre di non molto valore; e per quanto si poté dallo scheletro conoscere, dovett’essere di donna, che nel denso buio dell’antichità non sapremo indovinare chi mai sie si ella stata»…

Insomma, Federico II uno e trino…

Fiore_ Mi puoi parlare dei “LUOGHI COMUNI” che uccidono la storia?

Licinio_ La storia è sempre revisionista. Come semplificazione di una realtà estremamente complessa è una frase che ha una sua logica.

A patto però che la storia sia storia, segua una metodologia precisata e affinata nei secoli, una filologia condivisa nei suoi aspetti fondamentali, a iniziare da un uso corretto e consapevole della bibliografia (insieme di fonti e letteratura storiografica).

Altrimenti non è revisionismo, è fuffa, imbroglio, uso strumentale della storia, quando non ignoranza.

Se uno storico dimostra che Cristoforo Colombo era cinese, e lo dimostra secondo canoni filologicamente verificabili, bene, quello è un esempio di storia revisionista. Ma se quello storico afferma che Colombo era cinese, non genovese o spagnolo come da tradizione, perché la storia non può che essere revisionista, allora siamo alle astratte dichiarazioni di principio che sostituiscono la storia, ai luoghi comuni che uccidono la storia. Sto schematizzando, ma non così tanto.

Fiore_ Su Facebook, hai scritto in uno stato che “NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE, O FORSE SÌ”. Cioè?

Licinio_ Dopo quaranta minuti di permanenza su Facebook, passeggiando tra bacheche, post, interventi in discussioni, foto di animaletti, animalucci, animalotti e animalacci, proverbi, aforismi, similcitazioni e improbabili attribuzioni, albe, pomeriggi, vespri, tramonti, notti, la conclusione è che effettivamente il sabato e la domenica la percentuale di storici in questo social aumenta del tremila per cento.

Fiore_ Arrivederci, professore, e grazie…

Licinio_ Salve!

La mia salute ha deciso – spontaneamente ma non liberamente – di prendersi una pausa di riflessione.

Nella logica delle cose, questa pausa prima o poi dovrà pur cessare.

Nella logica delle cose, o lei, o io.

Fate le vostre puntate.

Il 4 febbraio 2018, all’età di 73 anni, Raffaele Licinio si spegne.

Il 5 febbraio 2018, alle ore 15.30, presso l’Auditorium di Santa Chiara in piazza Santa Chiara a Foggia, gli amici lo hanno salutato per l’ultima volta.

 

Vincenzo Fiore

 Fonti:

1) la bacheca Facebook di Raffaele Licinio

2) Intervista rilasciata a Marco Brando uscita sul Corriere del Mezzogiorno il 27 febbraio 2003

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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