Qual è il prezzo dell’inclusione?
La scuola, vive un profondo periodo di crisi, da almeno un ventennio, culminato in una scuola che ha dimenticato la missione educativa per divenire un contenitore ibrido di una moltitudine di progetti, o giornate che ne hanno snaturato il quid della sua creazione.
La scuola nasce per formare, istruire, educare, appassionare, responsabilizzare, salvare, far relazionare, fare crescere, per poter sviluppare il pensiero critico, per fornire gli strumenti di libertà al popolo di domani. Non nasce per addestrare né per essere svuotata di ogni peculiare sua sostanza, divenendo creatura amorfa, dove le competenze superano le conoscenze.
Tutto ciò con difficoltà lo ha sempre fatto, attraversando governi Rossi, governi Neri, lunghi periodi democristiani, stragi di mafie, terrorismo eversivo, crisi economiche ed anche periodi di guerra.
Avvalendosi dell’implicito consenso delle famiglie, prima comunità educante e successivamente di altre comunità educanti minori, parrocchie, palestre e centri di relazione per fanciulli e adolescenti.
La scuola non è avulsa dalla società, è immersa in essa e nell’ interscambio pedagogico risente del fluttuare dei costumi, l’affacciarsi di nuovi valori, e la necessaria apertura al nuovo pur mantenendo necessariamente tradizione e secolarizzazione.
Gli ultimi due decenni, complice una certa politica legislativa condivisa da ogni schieramento, volta a depotenziare la scuola, la situazione è seria e grave.
Contenuti scarni, resi all’ osso, un attacco alla libertà di insegnamento, progetti esterni sempre più frequenti che hanno invaso la normalità didattica, rendendola di fatto difficile da esplicare e da attuare.
Siamo passati dall’ ingerenza delle famiglie dei decreti delegati, al totale potere delle famiglie in sede di Consiglio scolastico, siamo passati dal POF al Ptof, abbiamo visto la scuola invasa da device per una digitalizzazione imposta in maniera cannibalistica durante il periodo COVID, ai banchi a rotelle, lasciati marcire negli sgabuzzini, alla soppressione dell’ aula docente, ai metodi dada con la sostituzione dell’ aule con spazi di apprendimento dinamico, il tutto tradotto in scorazzamenti nei corridoi perenni per cercare ove si fa’ lezione.
Abbiamo visto, le nuove indicazioni nazionali, in chiave eurocentrica, la riduzione di un anno di corso delle professionali, e soprattutto abbiamo assistito alla scuola come centro per l’impiego con i docenti di sostegno.
Le materie completamente esautorare vengono quasi considerate impossibili ormai da fare per ragioni di posti, di pensionamenti, di cattedre, di ruoli, di mobilità, di assegnazioni.
La costante richiesta di nuovi docenti di sostegno è motivata dalle continue certificazioni scolastiche, etichette alcuni, purtroppo frettolosamente cucite sui ragazzi, Senza chiedersi se veramente siano opportune, e invece di costituire un punto di partenza forte, diventano limiti, bolle costruite per rendere zoppi i ragazzi ancora prima di poter correre.
I programmi, ormai non più presenti nelle scuole, sostituite dalle indicazioni, sono talmente esigui che la capacità anche cognitiva dei ragazzi ne risente sulla lunga.
Pochi stimoli, pochi vocaboli, poca dialettica, poca capacità di collegamento, poca intelligenza potenziata, la scuola del fare sopprime la scuola del sapere, non considerando che senza sapere, non si può saper fare.
Aumentano anche i procedimenti disciplinari, l’ autorevolezza, viene confusa con autorità e basta poco che quell’ inclusione già implicita nella missione educativa della scuola pubblica, diviene gabbia e arma a doppio taglio.
Non di rado, giornalmente, gli addetti ai lavori riferiscono di una serie di procedimenti disciplinari subiti dai docenti, per dei comportamenti che un tempo non sarebbero mai stati emendati.
Attenzione non si parla di in ginocchio sui ceci, o di un cappello d’ asino dietro la lavagna, o di una bacchettata sulle mani, o di un bonario scappellotto.
Si parla di gesti normalissimi, come richiamare all’ordine con un colpo sulla cattedra per ricentrare l’ attenzione, già deficitaria ormai per tutti anche per gli adulti, si tratta di un gesto semplicissimo divenuto un procedimento disciplinare, poiché il gesto ha turbato un ragazzino con una serie di patologie.
Invece di spiegare al ragazzino il perché del gesto, una collega di sostegno pensa bene di segnalare il caso in dirigenza e tramutare ciò in procedimento disciplinare.
Siamo ormai all’ assurdo, un docente non può richiamare all’ ordine con un colpo sulla cattedra una classe che ha perso la bussola attentiva, perché questo significa trauma?
Cos è un trauma? un qualcosa che rompe, che segna, che turba, che causa una cicatrice emotiva o fisica.
Basta un colpo sulla cattedra per definire ciò un trauma?
Veramente la gioventù è divenuta così fragile, così claudicante, così debole da non comprendere se si fa chiasso che un docente possa anche inalberarsi nei limiti del lecito e richiamare anche in maniera dura l’ordine in classe per svolgere il suo lavoro?
Veramente il prezzo dell’inclusione è non poter svolgere il proprio mestiere, senza recrudescenze autoritarie ma con logica autorevolezza?
Siamo nella scuola dell’assurdo, senza zaini, senza compiti, senza aule ed a breve senza insegnanti per via dell’intelligenza artificiale, con gli insegnanti che non possono neanche svolgere normalmente il loro lavoro.
Questo è il prezzo che oggi si deve pagare?
Non sembra esagerato?
Sarebbe opportuno che docenti di sostegno e di materia convergessero con una visione unitaria senza lotte intestine inutili per preservare ciò che non può essere preservato.
Simona Bagnato






