La cultura non è un feudo della Sinistra

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L’idea che la cultura “sia di sinistra” non nasce da un fatto reale, ma da una “specie di pretesa”.

Per decenni, una parte della sinistra ha trattato il mondo culturale come un territorio da occupare, controllare e amministrare.
Ha imposto l’idea che solo chi si riconosceva in certi valori potesse definirsi “intellettuale”, trasformando la cultura in un recinto.

Nel dopoguerra, molti artisti e pensatori si sono schierati a sinistra…e fin qui, nulla di male.
Il problema è che da quella scelta è nata una egemonia culturale che ha escluso tutto ciò che non rientrava nel loro canone.
Chi non si allineava veniva bollato come  “arretrato”, “non moderno”.
Una strategia comoda per mantenere il monopolio.

La sinistra ha trasformato la critica al potere in un marchio di fabbrica, come se fosse un diritto naturale.
Ha confuso la cultura con la propaganda, la complessità con il moralismo, la pluralità con l’uniformità.
E per anni ha fatto passare l’idea che la cultura dovesse parlare con una sola voce: la sua.

Ma la cultura non è un catechismo progressista.
Non è un pulpito da cui impartire lezioni morali.
Non è un certificato di superiorità etica.

È un terreno libero, dove vivono sensibilità diverse, spesso in conflitto tra loro.
Ridurre tutto a un’unica matrice politica significa trasformare la cultura in un rituale autoreferenziale. Negli ultimi anni, una parte della sinistra ha costruito attorno a sé una serie di “caste identitarie”, gruppi che vengono trattati come simboli più che come persone.

Ad esempio gli arcobaleno.

Non è un mistero, perché la sinistra ha trasformato alcune battaglie sociali in etichette di appartenenza.
In questo schema, l’identità diventa totem politico.
Chi appartiene a certe categorie viene automaticamente considerato “dalla parte giusta”, mentre chi non si allinea viene guardato con sospetto, come se fosse culturalmente arretrato.

La sinistra ha trasformato alcune minoranze in simboli da esibire e, amio avviso, non per ascoltarle davvero, ma per rafforzare la propria immagine di avanguardia morale.

È un meccanismo che crea gerarchie interne: chi appartiene alle categorie “giuste” viene celebrato, chi non rientra in quel perimetro viene ignorato.
Questa dinamica ha prodotto una sorta di moda, dove l’appartenenza a un gruppo diventa un lasciapassare culturale.

Non conta cosa dici, ma da quale gruppo provieni.
Non conta la qualità del pensiero, ma la sua conformità al linguaggio dominante.
Il risultato? Una cultura che non è più libera
Chi non si adegua al linguaggio imposto viene escluso.
Chi non usa le parole “giuste” viene accusato di essere contro il progresso.

È un modo, questo, anche per controllare il discorso pubblico senza dirlo apertamente.
La cultura, però, non può essere ridotta a un catalogo di categorie protette.
Non può essere gestita come un elenco di appartenenze da esibire. La cultura è fatta di persone, non di etichette.

Per anni, la sinistra ha raccontato la destra come culturalmente irrilevante, narrazione distruttiva utile solo a mantenere il proprio primato.
La destra ha sempre avuto un rapporto profondo con la cultura, anche se non ha dovuto usare i codici “giusti” per essere accettata nei salotti progressisti.

Ha valorizzato la tradizione, l’identità, il patrimonio storico, la continuità con il passato .
Tutto ciò che la sinistra ha spesso liquidato come “conservatorismo”, senza provare a capirlo.

La sinistra ha scambiato la propria egemonia per superiorità.
Ha confuso il consenso interno con la legittimità.
Ha creduto che bastasse occupare accademie, giornali e teatri per rappresentare l’intero Paese.
Ma negli ultimi anni questo equilibrio si è incrinato.
La destra ha iniziato a costruire i propri spazi culturali, i propri linguaggi, le proprie narrazioni.

E questo ha messo in crisi un sistema che si era abituato a non avere rivali.

La cultura non è né di sinistra né di destra. 

È un campo dove convivono tradizione e innovazione, identità e cambiamento, critica e conservazione. Quando la usa come arma identitaria, la svuota.

La cultura non ha padroni.
E soprattutto non ha bisogno di un’etichetta politica per esistere.
La verità è che la cultura non è né di destra né di sinistra.
È un terreno aperto, dove convivono:
la tradizione e l’innovazione , conservazione , l’identità e il cambiamento.
Quando la cultura viene ridotta a un’etichetta politica, perde la sua forza più grande: la capacità di parlare a tutti.

La destra ha un rapporto con la cultura diverso da quello della sinistra, ma non meno legittimo.

È un rapporto che oggi sta evolvendo, cercando nuovi linguaggi e nuove forme di presenza. E forse è proprio questo il momento in cui possiamo smettere di pensare alla cultura come a un campo di battaglia e iniziare a vederla come un luogo di incontro.

Angela Amendola

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