Esiste una conoscenza sovrasensibile riservata a pochi, il cui accesso è negato alle menti logiche e agli individui avidi di potere e malvagi?

Conservo un articolo di giornale di cui non ricordo la testata, del 7 settembre 1979 a firma di Elemire Zolla, in cui si parla di una contadina messicana e dei suoi poteri.

Perchè la mia attenzione ne fu attratta?

Perchè, da sempre sono stato attratto dai diversi tipi di conoscenza riservati a noi essere umani.
Dopo la lettura dell’articolo, che cercherò di riassumervi, mi imbattei nei libri di Carlos Castaneda dove si narrava delle esperienze particolari dell’autore istruito da uno “stregone yaqui” di nome Don Juan.

Nello stato messicano di Oaxaka vivono i Mazatechi. Per poterli sottomettere ai conquistadores, bastava individuare e spegnere certe “vecchiarelle” esperte di canti e tradizioni. Contro di esse fu scatenata una caccia cruenta in seguito all’inquisizione. Della conoscenza religosa mazateca sopravvisse soltanto quello che si “imbastardì“.

In piena regione mazateca nasce nel 1874 Maria Sabina.

Crese in una capanna di fango, impara a a sopportare la fame e la fatica nei campi. Appena donna si sposa, ma il marito muore pochi anni dopo. Le tocca allevare da sola i figli che moriranno quasi tutti ammazzati. Cerca di vivere commerciando i pochi prodotti agricoli, frutti del suo lavoro.
Si risposa ma il secondo marito è un ubriacone. Anche lui muore, ma di morte violenta, viene ucciso dai figli di una sua amante. Maria Sabina apre una botteguccia, si scrive alla confraternita del Sacro Cuore, pensa di trascorrere una vecchiaia tranquilla ma un avventore le spara addosso.

Lei però non muore.

La tranquillità non è una prerogativa delle zone in cui vive; qualcuno infatti le da fuoco alla capanna.

In queste poche righe si racchiude la sua esistenza esteriore ma dietro questa realtà penosa, lei ha conosciuto l’ineffabile, quasi come una di quelle sue antenate vecchierelle alle quali i conquistadores davano la caccia.

La sua storia straordinaria iniziò intorno ai 6 anni.

Un suo zio era ammalato e fu chiamato uno stregone che arrivò con un involto di foglie e raccomandò a tutti di non guardarci dentro.

La sera il sapiente tenne la veglia per il malato.

Parlò “agli invisibili signori delle montagne e delle sorgive“, come fossero lì davanti a lui.

Distribuì all’ammalato dei funghi (che erano nell’involto), spense i lumi e in un’altra lingua intonò un canto. Riaccese una candela, la piantò al centro della stanza e le danzò intorno. Raccontò di gran personaggi, degli animali che ravvisava, strofinò del tabacco sull’avambraccio del malato, il quale l’indomani era sano.

Maria Sabina e la sorella un gorno vicino casa videro spuntare dei funghi.

Subito si accorsero che erano uguali a quelli del sapiente, poichè l’occhio infantile fu l’unico a trasgredire il divieto di guardare nell’involto.

Colsero i funghi e Maria bisbigliò:

_”Se vi mangio, mi farete cantare bene“.

Le sorelline dapprima si sentirono come ubriache piansero, poi furono travolte dalla gioia, avvertivano delle presenze alle quali parlavano ardite e trasognanti.

Da allora i genitori le sopresero spesso sdraiate nei prati, le riportavano a casa, le bimbe piangenti, ridenti, cantavano.

Così Maria Sabina imparò che i funghi erano “bambini santi”, piccoletti che zampillano”, “carne degli dei” e possono mangiarli soltanto i puri.

Un giorno si ammalò la sorella.

Maria Sabina mangiò trenta funghi e le “presenze” le insegnarono a imporre le mani per guarire. Quindi gli apparvero gli dei che l’invitarono al loro banchetto dove le rivelarono, il “Libro e la Lingua sacra terapeutica“.

Prima di mangiare i “bambini” parlava loro a lungo e li pregava.

E venne un dì, sul destriero bianco come la schiuma, il Signore della Montagna, che sotto il sombrero bianco non aveva faccia.

Era lui che curava ed esorcizzava.

Poi venne l’Uomo verde, il Cespuglio dei mille fiori.

Alla sua presenza Maria Sabina pianse, poi vorticò in una danza e sprofondò in un sonno che era un dondolio su un’amaca tesa tra due picchi sopra le terre degli uomini.

Al ritorno sulla Terra, trovò guarita la sorella.

Da allora ella fu “una curandera“.

Un giorno un uomo bianco la fotografò e ne registrò i canti.

Da quel giorno ella sentì declinare il suo potere, non c’è potere senza il suo segreto.

Vennero in paese dei ragazzi bianchi che divorarono i funghi e da allora il potere di Maria Sabina si dileguò del tutto.

Rodolfo Bagnato

2 Commenti

  1. Mi sia permesso dare un amichevole consiglio da insegnante elementare a r.: rileggasi, prima di inviare, quanto qui riassunto, per non rendere equivoco quanto scritto ( esempio: Le sorr -sic – elline, per sorelline; lette velocemente come se si trattasse di native di Sorrento, ecc. ). Chiedo venia.
    Il testo, sotto il profilo connotativo, rivela un interesse acritico ed anti scientifico d’una qualsivoglia lettura d’un fenomeno.
    Le favole di Esopo terminano – in greco – ” o muzos deloi…”: la favola insegna…( ” quod ” nello specifico? ).
    Ottimo l’interesse personale, ma – di grazie – si dia una propria interpretazione.
    Michele dr. DI GIUSEPPE

    • Michele grazie davvero per la tua lettura, le tue osservazioni e i tuoi consigli. Questo articolo ERA DI FATTO SFUGGITO alla revisione della Redazione e quindi aveva dei refusi. Questi spesso vanificano la piacevolezza dei contenuti dato che forma e sostanza vanno a “braccetto”. Grazie ancora e se ti capita – leggendo – di trovarne altri, ti saremmo grati volessi segnalarli. Buona Giornata.

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