<<Ecco quindi che saremo costretti a strappare una parte del territorio ai vicini, se vorremo avere abbastanza terreno da mettere al pascolo o a coltura? Ma non è forse vero che anche i confinanti avrebbero bisogno dei nostri territori, quando come noi si abbandonassero ad una smodata ricerca di ricchezze, andando oltre i limiti di uno stretto necessario? >>
<<Per forza di cose, caro Socrate>> disse
<<E a tal punto, faremo guerra contro di loro, o Glaucone? O come andrà a finire?>>
<<Proprio così>> convenne. Platone, Repubblica, 373 d
Ho scelto questo passo della Repubblica di Platone perché mi sembra introduca in modo efficace nel tema di cui vorrei parlare oggi: la guerra.
La guerra c’è sempre stata, basta sfogliare un libro di storia, leggere romanzi, guardare la tv e prima o poi si incontra la guerra in qualche parte del mondo. Anche la filosofia, come mostra l’incipit, riflette sulla guerra e se ne pone il problema in modi diversi.
Alcuni filosofi considerano la guerra quasi come una necessità ineluttabile. Come se l’aggressività dell’uomo non possa essere tenuta a freno e la guerra diventi necessaria per il raggiungimento di uno scopo e utile per il progresso di una società o di una nazione.
Ci sono poi i filosofi che non amano la guerra, pensano che essa sia da evitare perché ritengono necessario soffocare l’irrazionalità della natura umana, sia perché pensano che ogni questione possa essere risolta senza arrivare al conflitto armato.
Infine ci sono coloro che parlano di guerre giuste, sono quei filosofi che rifiutano la guerra ma credono che in alcuni casi la guerra sia giustificata dalle circostanze. E’ il caso, per esempio, della seconda guerra mondiale condotta contro il nazismo.
La tesi della guerra giusta è sostenuta, soprattutto, dai teologi cristiani. Già in passato, Agostino, nella Città di Dio, parlò della guerra come caratteristica della città terrena, quella abitata dagli uomini. Per i vizi e le debolezze che caratterizzano la natura umana, questa va alla ricerca continua di beni materiali per ottenere i quali è disposta anche a fare la guerra, senza pensare che questa la trascinerà in una situazione carica di violenze e di difficoltà. Ammette però, Agostino, che talvolta la guerra è giustificata da validi motivi anche se i motivi sono sempre umani e non bisogna dimenticare che l’unica vera via e l’unico bene è quello che Dio darà agli uomini nella vita eterna, dove non ci sarà alcuna guerra.
Anche san Tommaso ammise la guerra che per essere giusta deve rispettare alcune regole. Una di queste sostiene che la guerra può essere dichiarata solo dall’autorità del principe che ha anche la responsabilità del bene degli abitanti della città. Un altro motivo è che ci sia una giusta causa e infine, che con la guerra si voglia promuovere il bene e non il male, evitando inutili violenze e crudeltà.
Un radicale rifiuto della guerra troviamo in Erasmo da Rotterdam (1466 /1536), teologo, il quale afferma l’assurdità della guerra. Egli pensa che gli uomini abbiano tutto ciò che serva per vivere in pace e prosperare, purtroppo sono guidati da sovrani che, invece di occuparsi della cura del popolo, tessono intrighi che portano alla guerra. Anche la Chiesa che dovrebbe cercare la pace secondo il messaggio evangelico, è responsabile di un comportamento che si allontana sempre più dai principi del cristianesimo.
La stessa posizione ma in un tempo e in una cultura diversa troviamo in Voltaire (1694 – 1778), filosofo illuminista che considera la guerra un flagello dell’umanità per cui si muore per motivi incomprensibili a chi combatte; in questo contesto, pensa Voltaire, le belle parole della cultura non aiutano più ed esprime il suo pensiero modo ironico e pungente:
<< Filosofi moralisti, bruciate tutti i vostri libri! Finché il capriccio di pochi spingerà milioni di nostri fratelli a scannarsi lealmente, quella parte del genere umano che si consacra all’eroismo sarà la cosa più orribile dell’intera natura. Che cosa diventano e che m’importano l’umanità, la beneficenza, la modestia, la temperanza, la mitezza, la saggezza, la pietà quando una mezza libbra di piombo tiratami da seicento passi mi fracassa il corpo e muoio a vent’anni tra tormenti indicibili in mezzo ad altri cinque o seimila moribondi, mentre i miei occhi, aprendosi per l’ultima volta, vedono la mia città natale distrutta dal ferro e dal fuoco, e gli ultimi suoni che intendo sono le grida delle donne e dei bambini spiranti sotto le rovine: tutto per i pretesi interessi di un uomo che non ho mai visto né conosciuto? >>
Gli esempi fin qui fatti riguardano filosofi che non amano la guerra, ma ce ne sono molti che la considerano come fatto necessario e questa idea attraversa tutta la storia della filosofia.
Da Eraclito, filosofo vissuto nel VII sec. a. C., da cui ho preso la parola greca polemos e che considerava la guerra padre di tutte le cose e di tutte re, al filosofo Giovanni Gentile che nel Novecento definisce la guerra unità dei contrari, rifacendosi a quanto scrive Eraclito ma prosegue con una discutibile apologia della guerra che viene definita un dramma divino.
Anche il filosofo Benedetto Croce, che nel periodo del fascismo ebbe posizioni diverse rispetto a quelle di Gentile, ritiene che la guerra sia un avvenimento necessario che va giudicato in termini di economicità e non in termini di moralità.
Tra i filosofi che sostengono la tesi della guerra necessaria incontriamo il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588 -1679) il quale ritiene che in uno stato di natura originario, in cui non ci sia un sovrano o un governo civile, regni la guerra di tutti contro tutti perché ogni uomo pensa di avere il diritto di agire come vuole ma si scontra con l’altro che ritiene di avere gli stessi diritti. Il conflitto diventa inevitabile, però, gli uomini sono dotati anche di ragione, non solo di istinti, e potrebbero, volendo, costruire lo Stato e quindi il diritto.
Per Georg Hegel (1770 – 1831), invece, la guerra ha una precisa ragion d’essere, essa partecipa al progresso della storia e anche ciò che in essa appare accidentale serve per portare verso il suo compimento lo sviluppo dello spirito. Per questo motivo sono da lui grandemente ammirati gli individui che con le loro imprese hanno contribuito alla diffusione di idee e di civiltà, come Alessandro Magno o Napoleone Bonaparte.
Infine, ma non ultima per la sua importanza, ricordo la lotta di classe di cui scrissero tanto Karl Marx e F. Engels. Nel Manifesto del partito comunista spiegano come la lotta tra il proletariato e la borghesia, che si concluderà con la vittoria dei lavoratori, porrà fine anche alle guerre che nascono nelle società fondate sulla proprietà e sulle disuguaglianze sociali. Se la lotta del proletariato riuscirà ad abolire le differenze sociali, anche le guerre perderanno la loro ragione di essere. Saranno quindi le condizioni economiche e non i principi morali o religiosi che determineranno la fine delle guerre.
Le guerre tra gli stati nascono di solito per motivi economici: il bisogno di terre più estese, il controllo di un fiume ricco di acqua, il possesso di giacimenti minerari, la conquista di territori strategici per il controllo di stretti, ponti, passaggi.
Le nazioni moderne rifiutano la guerra, anche la Costituzione italiana, all’articolo 11, ripudia la guerra come offesa agli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
E’ da ammirare grandemente la volontà degli italiani di aver cercato la pace dopo aver partecipato ad una guerra che aveva provocato cinquanta milioni di morti e sterminato gli ebrei nei campi di concentramento.
L’Italia aveva contribuito a questo orrore e alla fine della guerra, il clima nella popolazione era pieno di divisioni e sospetti, fu encomiabile l’opera di chi affermò pensieri di pacificazione e collaborazione per costruire un futuro comune anche con altri paesi europei che fino a pochi mesi prima erano schierati su fronti opposti.
Quando vedo in tv scene di guerra penso che sia fortunato chi non l’ha mai conosciuta; bisogna sperare che le guerre nel mondo finiscano, che gli uomini comprendano che le guerre producono altre guerre, si convincano che in caso di controversie debbano prevalere la legalità e il diritto. Ci sono istituzioni internazionali nate con questi fini, che agiscano.
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Platone, Repubblica, 373 d sta – pari pari – a Montesquieu (che passava per un uomo umano, come dice Francois-Marie Arouet / Voltaire) per il quale era “giusto portare il ferro e il fuoco fra i propri vicini, nel dubbio che essi non vengano a prosperar troppo”.
Ecco testualmente come si espresse: “Fra gli Stati il diritto di legittima difesa comporta talvolta la necessità di attaccare, quando un popolo vede che stare in pace più a lungo metterebbe un altro popolo in condizioni di distruggerlo, mentre attaccarlo in questo momento è il solo mezzo di impedire una tal distruzione”.
Ma, se questo fosse vero, necessita sfatarlo.
Questa (cosiddetta guerra preventiva) è ingiusta: ci si mette nella circostanza di rovinare il proprio paese, sperando di rovinare quello di un altro.
Ciò, infatti, non è né utile, né onesto, né addirittura certo: non si è mai sicuri di vincere.
Il Marinetti, nel suo manifesto del Futurismo, esaltava tale eroismo: sappiamo come s’è realizzato quel futuro nelle successive guerre mondiali.
Considerando pure le inclinazioni del genere umano, la guerra è proprio un flagello inevitabile?
Ed è pur vero che, come si legge in Omero, Minerva connota Marte dio infernale, furioso ed insensato.
Ha scritto bene, professoressa Gabriella: “Come se l’aggressività dell’uomo non possa essere tenuta a freno”.
Mi sembra di poter conciliare sia le istanze di sant’Agostino (De civitate Dei,19,13), di san Tommaso d’Aquino (Summa theologiae,II-158,1,ad 3), della Chiesa cattolica (Cf Con. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 78), che all’art. 2304 del Catechismo della Chiesa Cattolica testualmente prescrive “Il rispetto e lo sviluppo della vita umana richiedono la PACE. La pace non è la semplice assenza della guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza. E’ la “tranquillità dell’ordine” (v. sant’Agostino). E’ frutto della giustizia (Cf Is 32,17) ed effetto della carità (Gaudium et spes).
Come ormai è Sua caratteristica, professoressa Gabriella, Lei spazia – si direbbe – a trecento sessanta gradi fra i filosofi, ed è per questa ricchezza culturale che leggo con grandissimo interesse i Suoi articoli. Grazie per tutto ciò che fa per noi Suoi fans.
Michele dr. DI GIUSEPPE
Gentile dr. Michele, giuste le sue osservazioni. L’elenco di coloro che hanno parlato della guerra si potrebbe molto allungare ma resteremmo nell’ambito delle posizioni già toccate. Nei secoli passati la guerra era un mezzo a cui si ricorreva molto spesso per risolvere questioni varie, con il tempo l’idea della guerra si allontana dalle prospettive di molti Stati, ma siamo molto lontani dalla fine delle guerre. E’ legittimo aspirare ad un futuro di pace, diffondere l’idea della pace, la prima cosa che ritengo si debba fare è vivere in pace nel nostro piccolo mondo dove si litiga per tutto, dalle liti condominiali alle grande questioni è tutto un essere l’un contro l’altro armati.
Come sempre le sono grata per le sue osservazioni puntuali e pertinenti.
La saluto cordialmente, Gabriella Colistra