“Ognuno ha la sua croce” …racconto di Francesca Rita Bartoletta

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Ognuno ha la sua croce.
Nella mia fantasia, a nord più estremo della fervida immaginazione, esiste un piccolo paesino, dove tutto può accadere se l’amore e la bontà tocca i cuori, il villaggio è incastonato nella valle della speranza e dei buoni propositi.Le vie del villaggio profumavano di aghi di pini e di rose selvatiche e dalle case l’aroma di pane caldo appena sfornato era costante, come quello dei biscotti di miele e cannella. Il villaggio era talmente piccolo, che gli abitanti si conoscevano l’un l’altro, tanto da considerarsi parenti di tutti. Anche le loro abitudini erano familiari, come pure gli orari che scandivano i ritmi della loro vita e se qualcuno ritardava il rientro a casa dal lavoro o l’apertura della bottega, i vicini presto si allarmavano e andavano a sincerarsi del perchè.

Le abitazioni del villaggio erano distribuite in due stecche, una di fronte all’altra, le separava un viottolo, ampio quanto bastava, per favorire il passaggio dei carretti trascinati dai buoi, le case adagiate una accanto all’altra, per scongiurare il freddo gelido nelle sere d’inverno.

In fondo al viale delle abitazioni, sorgevano i piccoli negozi, per soddisfare le primarie necessità degli abitanti: un emporio ben fornito, dove si vendevano merci di ogni genere diverse tra di loro, ammucchiate disordinatamente, dove solo il negoziante sapeva tirar fuori senza difficoltà, quello che gli era stato richiesto; una drogheria che fungeva anche da farmacia, un ambulatorio dove sia gli abitanti, che gli animali ricevevano le cure necessarie per la sopravvivenza, poiché da loro proveniva il sostentamento principale; infine il barbiere cavadenti, il fornaio, il lattaio e la chiesetta annessa alla canonica.

Gli abitanti del villaggio conducevano una vita semplice, misurata, essenziale, e la parrocchia era il loro maggiore punto d’incontro e diversivo. Le messe domenicali, la ricorrenza del santo patrono, e le feste comandate, erano motivo di allegria e di condivisione. In queste occasioni l’unico viale del villaggio e la piazzetta di fronte alla chiesa ,si riempiva di urla festanti dei bambini e le ragazze da marito avevano l’occasione per sfoggiare l’abito nuovo…

Nel piccolo villaggio, regnava pace e armonia, la solidarietà, la condivisione e l’aiuto reciproco erano punti di forza per gli abitanti, valori sperimentati durante la prima guerra mondiale e usati per fronteggiare le medesime difficoltà, che la guerra aveva causato ad ognuno di loro. Ogni famiglia era stata toccata, dalla povertà, da lutti o dalla distruzione della propria umile casa, ma poiché compresero che, il dolore e la difficoltà condivisa dava buoni risultati, tali valori, rimasero come stile di vita nel loro vivere quotidiano.

Come spesso accade ogni regola ha la sua eccezione, infatti fra le genti del villaggio, viveva una signora di mezza età, vedova della recente guerra , piena di malanni e di crucci, il quale soleva passare le sue giornate a piangersi addosso.

Chiunque aveva la sfortuna di incrociare il suo passo, veniva tediato dai suoi guai, raccontati sempre al medesimo modo e con le stesse parole. E’ risaputo come le voci corrono veloci nei piccoli centri urbani, e la voce sul comportamento negativo della petulante signora, si sparse in un batter d’occhio.

Così, i paesani decisero di evitare d’incontrare la vecchia brontolona, per non essere sopraffatti e toccati dalla sua cattiva stella, che elargiva senza risparmio. La mal capitata, si rese subito conto di essere stata emarginata dai suoi vicini di casa, poiché ogni qual volta incrociava qualcuno , capitava che, questo affrettava il passo o addirittura scappava via, facendo i dovuti scongiuri.

Furono giorni di pianto e disperazione per la donna, alla quale non mancavano gli amici persi, ma bensì, la spalla sulla quale vomitare addosso le sue sciagure. Rimestando sulle sue sventure, la donna decise di andare in chiesa tutti i giorni, per chiedere la grazia a Dio , di alleviare le sue pene e la sua croce, troppo pesante da portare.

E così fece, all’indomani mattina si recò alla prima messa e non appena la funzione ebbe fine, iniziò il suo lamento: Mio caro Gesù, perché mi hai riservato questa triste sventura, la croce che porto su queste spalle ormai stanche, è la più pesante rispetto a quelle degli altri, cosa ho fatto di male, dopotutto vengo tutte le domeniche a messa e cerco di essere una buona cristiana.

Cominciò così a sciorinare tutte le buone azioni, che secondo lei aveva compiuto durante la sua vita… Poi continuando la sua rivendicazione, cominciò a nominare il tale che viveva felice, e la vicina di casa, che aveva il marito ancora in vita, e tanti altri esempi di persone, che secondo la sua opinione perversa , erano rimasti indenni dal castigo di Dio.

La processione andò avanti per lungo tempo, né la pioggia e il forte vento, fece desistere la donna a mancare al suo appuntamento con Dio.

Finché un giorno, mentre la signora sproloquiava sull’unico argomento che preferiva, il Signore sfinito dall’ottusa e accanita fedele, decise di scendere dalla Santa Croce e rendere grazia e giustizia a colei che tanto si lagnava. Fu così che all’improvviso Il Signore le si palesò innanzi e con voce ferma, priva di ogni compassione, le disse: Alzati donna e seguimi.

La donna incredula e spaventata, cadde nel silenzio più profondo, e alzandosi in piedi, con le mani giunte in segno di devozione lo seguì. Non camminarono molto, quando improvvisamente, si trovarono all’interno di una grande stanza piena di croci, ve ne erano di ogni misura, peso e fattezza.

Il Signore colse il suo sguardo colmo di meraviglia, e le disse:

< Visto che sei insoddisfatta della tua vita e che conosci solo il lamento, e non sai vedere la grazia di Dio nella tua vita, tanto da considerare chiunque più fortunato di te, ti do la possibilità di scegliere la croce che dovrai portare. Guardati intorno e scegli bene, perché indietro non si torna e sarai solo tu la responsabile della scelta che farai>.

Sì, sì, rispose la donna contenta di quella grande opportunità che il Signore le aveva riservato e guardandosi attorno, scelse la croce più piccola, così piccola da stare nel palmo della sua mano. Insieme ritornarono in chiesa, ringraziò Il Signore, che intanto era ritornato al suo solito posto e lei ritornò a casa soddisfatta. Il giorno dopo, felice di possedere la piccola croce, affrontò la giornata più sollevata, ma nei giorni a seguire notò, che nulla era cambiato rispetto a prima, e che i suoi guai non erano affatto diminuiti. Sconsolata si recò in chiesa e di nuovo si rivolse a Gesù dicendo seccata…

<Tu mi hai fatto scegliere la croce, e io ho scelto la più piccola, così minuta, che pure un neonato sarebbe capace di sopportare il peso, mentre invece grava tanto>.

Il Signore che conosce bene il cuore di ognuno, non fu per niente sorpreso della sua visita e guardandola con commiserazione, le rispose:
< Hai sprecato molti giorni lieti della tua vita, chiusa nel tuo lamento, preferisci vivere di commiserazione e di pietà, e mai hai ringraziato chi ti ha ascoltato e aiutato, hai ripagato con ingratitudine e indifferenza la mano tesa, perché a te tutto era dovuto… Ora non stai piangendo per gli amici che hai perso, ma rimpiangi la mancata spalla, dove solevi riversare le tue sventure. Per quanto ne so, hai sempre comparato la gioia altrui , con la tua tristezza. Il tuo occhio asciutto di pianto di commozione per il dolore altrui, sa versare lacrime solo per compiangersi, eppure in questa piccola valle quanti lutti ingiuste ha seminato la guerra? Bastava consolare chi ti ha consolato, per sentirti sollevata dal tormento che ti dai, e non giudicare invece meno sofferente, chi per dignità non mostra la sua pena. Io davvero ti ho dato una croce priva di tormenti, ma a cosa è servito, se il tuo cuore arido è disamorato per tutto quello che ti circonda? La tua croce, è la tua anima>.

Dagli occhi della donna mentre il Signore parlava , scendevano lacrime di vergognoso pentimento e per una volta si era mostrata sincera. Rivide la sua vita chiusa nell’indifferenza e di quante parole non dette era colmo il suo cuore.

Quando fece ritorno a casa ancora piangendo, si guardò allo specchio come se fosse per la prima volta, si accorse che i lati della bocca erano segnati da profonde rughe, le labbra erano rinsecchite asciutte senza espressione, come chi non ha mai pronunciato una parola gentile e non aveva mai sorriso e riso di gusto.

Si tolse gli abiti scuri, il fazzoletto nero che portava in testa da tempo in segno di lutto e li buttò nel fuoco, che ardeva scoppiettante e felice testimone di quella inaspettata presa di coscienza.

Tirò fuori la tinozza che usava per lavarsi, si spazzolò a lungo i lunghi capelli ormai grigi e ne fece un elegante treccia che appuntò dietro la nuca, scelse un vestito meno severo di quello che indossava di solito, si riguardò allo specchio e si compiacque per il suo nuovo aspetto.

Ora per lei, era giunto il momento di sciogliere la congiura che l’intero paese aveva giustamente tramato nei suoi confronti, ne era consapevole finalmente. Si mise a sfornare dolci per tutto il giorno, l’aroma si diffuse per tutto il villaggio, mai nessuno poteva immaginare che quel profumo proveniva da casa sua, considerata da tutti priva di ogni entusiasmo umano.

Depose i biscotti ancora caldi in un grande cesto, e andò a trovare gli abitanti, del villaggio uno per uno.

Quel giorno ci fu una grande festa, anche lei si era aggregata allo spirito solidale, che teneva unito il villaggio della mia fantasia…

Francesca Rita Bartoletta

 

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