“Michael”

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Erano giorni che aspettavo e finalmente ieri sera sono andata a vedere il film Michael, un biopic dedicato al grande Michael Jackson.
La sala era piena di giovani ma anche persone di mezza età che volevano rivivere il periodo della loro giovinezza.
Quando le luci si sono abbassate, la sala è diventata un luogo sospeso, dove il tempo sembrava trattenere il fiato.

Mi sono sistemata sulla poltrona, senza sapere che quel film avrebbe fatto molto più che intrattenermi: avrebbe scoperchiato una parte di me che credevo silenziosa.
La prima scena è arrivata come un colpo lieve, quasi gentile. Un palco, una voce, un movimento.
E all’improvviso non ero più lì. Ero altrove.
Ero in una stanza di tanti anni fa, con la finestra aperta e la musica che riempiva l’aria come un vento caldo.
Ho rivisto la ragazza che ero: quella che ballava senza chiedere il permesso e che si emozionava per tutto. Quella che credeva che la musica potesse aggiustare le crepe del mondo.

Poi il film ha cambiato ritmo, e con lui anche i miei ricordi. Le immagini scorrevano, ma era come se parlassero direttamente a me.
Non raccontavano solo la vita di un artista ma raccontavano la mia. Ogni canzone apriva una porta. Ogni gesto riportava alla luce un frammento che avevo lasciato indietro, convinta che crescere significasse archiviare. E invece no.
Le emozioni non si archiviano. Si nascondono, si rannicchiano in un angolo, aspettano.
Aspettano un suono, un volto, un dettaglio per tornare a bussare. Quando sullo schermo è apparsa la fragilità dell’artista, quella tensione tra la grandezza e l’ombra, ho sentito qualcosa muoversi dentro di me. C’erano le mie paure, i miei tentativi, le mie cadute,le mie gioie .

E mentre la storia avanzava, ho visto anche la donna che sono oggi. Una donna che ha imparato a camminare nel mondo e che ha smesso di nascondere la sensibilità come fosse un difetto. Una donna che, nonostante tutto, continua a emozionarsi davanti a una melodia.
Il film, a un certo punto, non era più un film.
Era un varco.
Un passaggio segreto che mi riportava a un tempo che credevo lontano, ma che in realtà non mi aveva mai lasciata davvero.
La musica riempiva la sala, ma riempiva anche me. E mentre ascoltavo, mi rendevo conto che non stavo ricordando solo un artista.
Stavo ricordando una parte di me. Una parte che ora tornava a reclamare spazio.

Alla fine, quando le luci si sono riaccese, non ero più la stessa.
Non perché il film avesse cambiato qualcosa, ma perché aveva riportato alla luce ciò che c’era già.

La memoria è un ponte, e ieri sera l’ho attraversato.

Con accanto la ragazza che ero e la donna che sono.
E con la musica che continua a camminare con me, come un filo invisibile che non si spezza.
Il protagonista è Jaafar Jackson nipote di Michael. Oggi è considerato uno dei talenti più promettenti della nuova generazione della famiglia Jackson. La sua bravura emerge sia nella musica sia nella recitazione, dove sta dimostrando una maturità artistica sorprendente per la sua età. Cresciuto a Los Angeles in una dinastia dove l’arte è quotidianità, Jaafar ha iniziato a cantare e ballare a 12 anni, mostrando fin da subito una naturalezza scenica che richiama quella dello zio Michael. La sua voce, elegante e pulita, riflette influenze come Stevie Wonder, Frank Sinatra e Bruno Mars, segno di un gusto musicale raffinato e personale. Jaafar non si limita a imitare Michael, canta con stile proprio, mescolando pop, soul e un tocco rétro. La consacrazione arriva quando Hollywood lo sceglie per interpretare Michael Jackson nel biopic “Michael”.

Qui la sua bravura diventa evidente perché
ha studiato per anni movimenti, voce e gestualità dello zio. Ha provato “fino a far sanguinare i piedi”, come racconta lui stesso, per raggiungere la perfezione nelle coreografie. Il regista Antoine Fuqua ha dichiarato che Jaafar “incarna Michael oltre la somiglianza fisica”, riconoscendogli un talento raro.

Angela Amendola

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