Marco Brando e l’informazione “dopata”

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(via mail)

il giornalista Marco Brando

Altra tappa, altro viaggio sia pure sulle ali di alcune mail verso Milano.

Ed eccomi nel salotto di Marco Brando.

Accolto dalla virtuale fragranza di un caffè e dalla sua calda amicizia instauratasi tempo fa grazie alla complicità dello storico medievista Raffaele Licinio, nostro comune e indimenticabile amico.

Marco Brando nasce a Genova nel 1958: giornalista, scrittore e blogger, lavora nel mondo   dell’informazione   da   38   anni, come   cronista,  inviato,   caposervizio   e caporedattore;  oggi  svolge  la   libera   professione.

Ha vissuto prevalentemente in Lombardia, tra Pavia e Milano, ma ha trascorso anche 2 anni a Roma e 7 in Puglia, impegnato nella redazione barese del Corriere del Mezzogiorno.

Ha scritto alcuni libri, tra  i quali due  saggi  dedicati  al  mito di “Federico  II   di Svevia” nella  società contemporanea.

Altre informazioni  sono reperibili qui:

https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Brando.

Fiore: La frase ricorrente in questo periodo in cui imperversa il Covid-19 – sui social, su un qualsiasi giornale oppure alla radio e in TV – è “Nulla sarà come prima!”. Come mai? Non ci si poteva inventare qualche altro mantra?

Brando: L’affermazione si riferisce allo stile di vita che dovremo adottare per affrontare, d’ora in avanti, la vita quotidiana e anche future emergenze su vari fronti: sanitario, economico, sociale, assistenziale, organizzativo, eccetera.

Tuttavia, se c’è un settore cui il mantra mal si adatta è proprio quello dei mass media realizzati da giornalisti professionisti.

Sarebbe davvero meglio se in futuro i professionisti dell’informazione potessero essere di nuovo “come prima”; perché prima, ancora fino a un decennio fa, la professionalità e l’affidabilità  erano, con  le  ovvie  eccezioni,  fari  insostituibili:  la pensavano così tutti gli addetti ai lavori, dai direttori fino al cronista alle prime armi.

Forse non corro il rischio di passare per nostalgico, sebbene io abbia superato i 60 anni e faccia il giornalista da quasi 40, se affermo che il sensazionalismo catastrofico, inseguito dalla maggioranza dei media italiani sul fronte del coronavirus, soprattutto nelle prime settimane, rappresenta un   altro   colpo   per   la   credibilità dell’informazione.

Un settore, per altro, già in crisi a causa di una serie di altri fattori, dal web dilagante alle difficoltà finanziarie.

Questa brutta prova è stata solo l’ultimo capitolo di un lento, ma neanche tanto…, declino della qualità dell’informazione italiana, nonostante il proliferare di scuole di giornalismo post-laurea.

Fiore:  Mi stai dicendo che il giornalismo italiano si è messo a inseguire il gergo dei social network?

Brando: Sì. E in questo io sono più severo di Stefania Zolotti , quando, in un articolo apparso su SenzaFiltro.it e intitolato “Il tampone andrebbe fatto ai giornalisti”, afferma che ”se il giornalismo italiano si mette a scimmiottare lo stile dei social network ispirati a velocità, sensazionalismo, superficialità del titolo, magrezza del contenuto, economia dell’attenzione e leve percettive, la deriva è vicina”.

Opinione condivisibile, però forse ancora ottimistica: la deriva in Italia non è vicina; semmai è in corso ed è cominciata da tempo.

E il modo irresponsabile in cui – in linea di massima – i media italiani stanno affrontando il “tema coronavirus” – o, almeno, lo hanno affrontato soprattutto nelle prime fondamentali settimane – ne è una dimostrazione pratica su scala larghissima; dimostrazione di cui, ahimè…, non si sentiva davvero la mancanza. Ecco perché la Fnsi, il sindacato dei professionisti dell’informazione, e l’Ordine dei giornalisti hanno fatto bene a lanciare appelli per evitare l’allarmismo, anche se questo è il momento giusto per provare a ragionare – tutti – su ciò che sta dietro l’alluvione di informazione drogata, dopata, montata.

Fiore: Il dubbio mi sorge spontaneo…è questa l’informazione dopata che fa fuggire sempre più i lettori verso il mordi-e-fuggi dell’“informazione” in stile social network?

Brando- Ovviamente la gente, quando si accorge di leggere sui media a pagamento notizie prive di credibilità e autorevolezza, decide (e deciderà sempre più) che tanto vale “informarsi” gratis, leggendo qua e là quello che capita; col   rischio però di intossicarsi sempre più di paure, balle e pregiudizi. Peccato.

Perché se c’è un periodo in cui potremmo e dovremmo avere la garanzia di essere

informati in modo corretto è questo.

Però oggi nelle alte sfere, incluse quelle mediatiche ed editoriali, si preferisce “influenzare” la gente, piuttosto  che informarla.

 I risultati si vedono.

E l’emergenza dettata dal coronavirus li ha messi ancor più in evidenza.

Fiore: Quale tipo di informazione servirebbe in casi come questo?

Brando: Sarebbe utile, anzi indispensabile, un’informazione istituzionale che non  crei  il panico: con notizie volubili, che cambiano più volte al giorno, e con cambi di scenari continui  e  informazioni  contraddittorie.  

Si dovrebbe evitare che ogni sindaco, governatore,  ministro  parli  a  ruota  libera, a   favore  della sua parte politica.  

E bisognerebbe coinvolgere  preventivamente  l’Ordine  dei  giornalisti,  i  direttori   di testate, gli stessi editori, concordando un piano di azione.

I social sono più che sufficienti per diffondere balle e falsità.

I media professionali e gli organi dello Stato dovrebbero invece essere preparati per rassicurare e formare le persone, non per confonderle e impaurirle.

Servirebbe finalmente la capacità di fare informazione in emergenza,   preparando   un piano prima che i disastri  accadano, come  si   fa programmando  i  soccorsi   in  caso di   disastri  naturali.  

Già ai tempi del collasso nucleare  a Chernobyl si sbagliò, creando il  panico  tra le  gente  senza  garantire un’informazione corretta.

Oggi la comunicazione in emergenza – in inglese il crisis management – viene insegnato solo in qualche corso universitario.

Ma chi conosce la materia non viene coinvolto, né preventivamente né durante l’emergenza, dalle istituzioni, né vengono formati i comunicatori pubblici in grado di informare in modo corretto.

Durante questa epidemia più che informazione istituzionale corretta è stata fatta propaganda, perché la comunicazione è stata trasformata in un strumento di lotta politica.

Mentre i media hanno inseguito, come abbiamo già detto, lo stile ansiogeno dei   social.  

I  risultati si  sono  visti: disinformazione,  code  davanti  ai supermercati, mancanza di punti di riferimento, panico.

Fiore: Chi vorresti abbracciare in queste ore?

Brando: Tanti anni fa, prima di imboccare altre strade, ero iscritto a Medicina, a Pavia. Ho sostenuto vari esami, fino a Patologia generale.

Una scelta cui mi aveva spinto soprattutto il fatto di avere seguito molto a lungo mia madre Lea, che si era ammalata quando avevo 14 anni (se ne andò nell’agosto del 1976, poco dopo i miei esami di maturità). Vivevamo a La Spezia.

In un certo senso, pensavo di dover salvare almeno gli altri.

Insomma, mi sento un po’ un medico mancato, anche se non sono affatto pentito di avere deciso di fare il giornalista.

​Di quegli anni comunque conservo tante amicizie – più o meno intense – con i compagni di allora, che sono diventati medici.

Poi ci sono i compagni di scuola a La Spezia, che, a loro volta, si sono laureati in Medicina.

E ci sono anche vari amici conosciuti dopo, a loro volta impegnati in varie professioni sanitarie.

In questi giorni ci scriviamo o ci sentiamo.

Ricevo notizie; ascolto raccomandazioni e sfoghi; percepisco tensione, umanissima

paura e tanta stanchezza. Vedo le loro fotografie, coperti da tute, guanti e maschere.

Sono loro quelli che  oggi vorrei abbracciare, uno a uno.

Così come vorrei abbracciare e ringraziare tutti i professionisti e volontari della sanità che sono in prima linea contro il coronavirus.

Fiore: Tu vivi a Milano. Che aria si respira?

Brando: Se ti riferisci proprio all’aria, se ne respira una relativamente buona, dopo decenni di inquinamento.

A Milano – e non solo – il blocco del traffico e di varie attività ha fatto diminuire di due terzi gas e polveri sottili, che prima in città erano quasi sempre oltre i livelli massimi fissati teoricamente dalla legge.

Sul fronte emotivo, si respira l’aria di una città in cui vive un grande cocktail di persone con le origini più diverse, inclusi tanti di origine straniera.

Il minimarket che mi rifornisce tempestivamente è gestito da una famiglia peruviana.

 Nel palazzi affacciati sul mio cortile vivono   anche altri  milanesi   nati   oltreconfine:   bielorussi,  brasiliani, albanesi,  cinesi,  arabi, per citarne  alcuni.

Poi  ci sono vicini di origine pugliese, siciliana, calabrese, trentina, ligure, campana,   friulana…  c’è persino qualcuno con nonni  e bisnonni milanesi.

Proprio questo cocktail è la forza di Milano, anche se ovviamente i problemi non mancano.

Oggi siamo tutti stralunati da un clima surreale, dalla quarantena, ma sento già la voglia di ricominciare.

Fiore: La speranza?

Brando: Che qui – come nel resto d’Italia e del mondo – questa tragedia abbia insegnato qualcosa, sia sul fronte dei rapporti umani, sia su quello del rispetto dell’ambiente.

Fiore: Una decina di giorni fa nei vecchi edifici della Fiera di Milano non c’era nulla, adesso c’è la più grande terapia intensiva del Paese, inaugurata qualche giorno fa. Me ne vuoi parlare?

Brando: Sì, a quanto pare verranno aperti prestissimo i primi 8 reparti, con 53 letti.

In una seconda fase sarà inaugurato il padiglione sottostante, con 104 letti; poi il padiglione 2, con altri 48.

In totale, ci saranno 200 post letto. Per la realizzazione dell’ospedale sono stati raccolti 21 milioni di euro, grazie a circa 1.200 donatori grandi e anche piccoli, come tanti milanesi veraci o acquisiti.

Sono stati sufficienti, la Regione e altri enti pubblici non hanno aggiunto nulla.

Fiore: Una grande prova di efficienza…

Brando: Una grande prova, certo.

Anche se dopo, quando il virus sarà stato sconfitto, dovremo ragionare pure su quello che non ha funzionato: siamo nella regione più ricca, ma con  la sanità più privatizzata (cioè, “ceduta” se non “regalata”, ai privati) d’Italia, dove ci sono stati più morti per Covid-19 che in tutto il resto del Paese messo assieme.

Non solo: è la regione in cui le varie inchieste per mazzette “sanitarie” non hanno risparmiato nessuna giunta regionale negli ultimi decenni, dove l’ex presidente della Regione Roberto Formigoni è stato condannato in via definitiva (ed è finito in carcere) per aver contribuito a sperperare almeno 70 milioni di soldi pubblici   destinati alla tutela della salute. E via elencando.

Non faccio i nomi dei partiti al potere in Lombardia, perché non è questo il momento; già l’eccesso di sfrontata propaganda politica – esibita in tv e sui social – rende tutto ancora più surreale.

Questo è il momento della solidarietà e della concretezza.

​Però – ripeto – ragioniamo, molto e bene, sullo stato e sul destino toccato alla sanità lombarda, tanto eccellente quanto derubata.

E anche su quello di tutto il sistema sanitario italiano.

Dopo, certo; però non troppo dopo.

Fiore: Ho visto alcune foto dell’inaugurazione. Non ti sembra che ci fosse “un assembramento”?

Brando: Certo. Lì ha trionfato la propaganda, come sostenevo prima, piuttosto che il buon senso e le regole anti-epidemia.

Fiore: Ultima domanda: se fossi stato il Presidente del Consiglio avresti firmato tanti decreti?

Brando: Magari  ne avrei firmati  di più. O di meno. 

Dipende dalla situazione e dai pareri degli scienziati, che sono gli unici validi in questi casi, ovviamente con la mediazione della politica, che ha il dovere di decidere e di assumersi responsabilità.

L’importante è riuscire a far capire bene alla gente perché si prendono certe iniziative. Di certo, dunque, mi sarei dedicato di più alla qualità della comunicazione. E sicuramente, in una fase successiva all’emergenza, ripenserei, tra le tante cose, sia alle condizioni del sistema sanitario, sia al modo in cui organizzare, in vista di eventuali altri problemi simili, il rapporto istituzionale con i cittadini e con gli   organi   di   informazione.  

Non possiamo farci trovare di nuovo impreparati, nella consapevolezza che emergenze di questo tipo potranno risuccedere, in questa forma o in un’altra.

Fiore: Grazie, caro Marco, per la tua disponibilità e arrivederci quanto prima a Bari e a Bitonto per la presentazione del tuo libro “L’imperatore nel suo labirinto – Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia” e poterti ricambiare il caffè. Un caffè reale, però!

Brando: Speriamo quanto prima, e grazie per l’ospitalità sulle pagine di ScrepMagazine.

Marco Brando … a cura di Vincenzo Fiore

 

 

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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