Le prime saracinesche polverose ed un po’ arrugginite che, dopo tanto tempo, s’apprestano a risollevare di buon grado la loro struttura ferrosa ed ingiallita, mi fanno ricordare un gruppo di atlete ben disposte sulla linea di partenza: colme di adrenalina, impazienti di sgomitare, accanite per un’attesa costata parecchio cara sotto innumerevoli fronti, intrise dell’impellenza di riassemblare cocci di normalità.

In questo caso, per fortuna, a differenza di quanto accade in una competizione a livello agonistico, nessuno desidera attentare in alcun modo al primato altrui: i commercianti si affacciano timidamente sulla soglia delle rispettive attività , in parecchi indossano le mascherine sul volto, si scrutano con un accenno di commozione, tentano a tutti i costi di comunicare sopratutto con gli sguardi.

Eh sì, si ricomincia!

Credo proprio che gli effetti sortiti da un’ansia maledettamente diffusa, indotti inevitabilmente dal pensiero di quello che di sconosciuto accadrà, superi di gran lunga la gioia della ripartenza

Il timore dell’attesa di come risponderà l’ignoto corso delle cose, prospettato dalla natura, pare che cinga chiunque in una morsa di precarie ed umane certezze.

S’attendono con ansia buone nuove in campo sanitario, che ci consentano di acquisire una certa dose di tranquillità in merito ad un vaccino che faccia il proprio esordio in tempi celeri.

Ed io mi aggiro in mascherina con attenzione ed irrequietezza per i vicoli straripanti di ciottoli della mia Alcamo, facendomi guidare solo ed esclusivamente da un istinto pressappochista che mi trascina a zonzo e con incuria , senza mete prestabilite, senza nulla di interessante da fare.

Ah, se solo mi fosse stata concessa la possibilità di regalare, “due mesi or sono”, un saluto di tipo differente a mio padre, al cospetto di quelle ferrose cancellate tristemente sbarrate di un cimitero lugubre , inusualmente deserto, spoglio ed immobile.

Quel virus maledetto ed incoronato da imperatore della sofferenza, a causa di mille limitazioni inevitabilmente imposte, ci separò in tutta fretta ed impunemente.

Chi pagherà per non aver potuto sfiorare la sua bara un’ultima volta?

Pagherò io, lo so già, io soltanto, accompagnata da quegli insormontabili macigni che mi perseguiteranno senza dubbi di sorta , non so ancora per quanto interminabile tempo.

Ma come cantava l’intramontabile Riccardo Cocciante, in una di quelle sue disperate e magnifiche canzoni, ” La vita continua, né diversa né uguale”.

In questo caso è però mutato parecchio nella nostra quotidianità ed una ripartenza meritata o immeritata che sia, con annessi e connessi prevedibili e talvolta inquietanti, necessiterà di gradualità e di spirito accomodante.

Tuttavia  percepisco che la mia gente non s’arrende di fronte all’ipotetica paura, continua a condurre la propria vita come meglio crede e come meglio può, regalandomi la gioia di fragranze inconfondibilmente genuine ed invitanti, mentre tento con un desiderio flebile ed incostante di prendere un’ardente boccata d’aria mattutina, sotto questo “velo asfissiante”, indesiderato ma necessario.

Ore 11.30.

Per la strada si impongono profumi invitanti di soffritto e di sugo fresco.

Ricordo mia nonna affaccendata in cucina, sin dalle prime ore del mattino, con la vita fasciata da un grembiule turchese e col suo sguardo attentamente “appoggiato” sugli affilati coltelli.

Nessuna mascherina copriva il suo incarnato roseo, praticamente perfetto.

Erano tempi di grande spensieratezza e gioia vera, quelli, rimpianti e rivangati con prospettive che si accostano all’eternità.

Mi sono sempre chiesta, osservandola mentre preparava il pranzo, se stesse a mia insaputa rimpiangendo qualcosa.

Credo proprio che abbia nutrito, in tante occasioni, parecchia nostalgia di un tempo distante.

Ma poi le bastava continuare ad affettare un po’ di cipolla e una manciata di pomodori maturi ed insieme assistevamo, felici e già molto affamate, alla debacle dell’amarezza.

In Sicilia, ancora oggi, in molte abitazioni si comincia a cucinare di buon’ora.

Lo si fa in barba a qualsivoglia ostilità potenziale e non esiste covid-19, né 20 né 21che tengano o che frenino il desiderio di coccolare lo stomaco, men che mai si prenderebbe in considerazione il mero supelfluo, “picchi prima ri tuttu s’ava a manciari”.

Il cibo viene accostato ad una sorta di concezione ancestrale , improntata sulla convinzione che i sapori della tavola vadano associati ad un’idea purissima di sacralità.

Non a caso, chi ci vuol bene, si preoccupa di domandarci se abbiamo mangiato.

Spero per voi, che in questi due mesi di clausura forzata, qualcuno vi abbia domandato, di tanto in tanto, quale fosse stato il vostro umore.

Io sono stata raggiunta da una dose talmente massiccia d’affetto da non riuscire a scorgere sovente il confine tra la felicità e la mia malinconia.

Ed intanto continuo a girovagare distrattamente e con aria nostalgica per le vie assolate della mia città.

Ho scoperto, tra l’altro, l’assoluto ed incontrastato potere che sono in grado di detenere gli occhi della gente.

Nonostante i nostri volti camuffati siamo riusciti a riconoscerci tutti.

E che manifestazioni goliardiche nel far comprendere all’altro d’essere stato identificato!

In via del tutto precauzionale non ho abbracciato nessuno.

Sono fermamente convinta che la prudenza, allo stato attuale, non sia né eccessiva né ridicola.

Ho un’assoluta necessità di riacquisire appieno le migliori sfumature della mia esistenza.

Attenzione, ho scritto volutamente “esistenza” e non “vita”.

L’esistenza, infatti, implica a mio parere la totalità del senso profondo per il quale siamo stati generati.

È un concetto pieno, profondamente ancorato a quelle radici inestirpabili che ci hanno saldamente piantati al centro dei nostri giorni, in un costante e perpetuo divenire che cesserà solamente quando il fato vorrà.

Ma non posso riaccogliere tra le mani la mia esistenza se mi abbandono alla tentazione di abbassare la guardia proprio adesso.

Già, proprio adesso che tanti sacrifici stanno per essere relegati ai margini del triste ricordo , proprio adesso che stiamo tentando, a piccoli passi, di scrollarci di dosso una solitudine alla quale non eravamo forse abituati, ma che ci ha insegnato di certo il valore di ascoltare di più la personale esigenza di ritrovar pace, di far soprattutto questa benedetta pace, dopo esserci opportunamene interrogati, con la sfera più profonda ed esigente del .

Chissà se questa esperienza surreale e totalmente inattesa abbia avuto la capacità di modificare gli aspetti negativi che contraddistinguono da sempre ciò che siamo.

Quel che so è che ci sono ancora parecchi passi da compiere, tanta strada da affrontare con caparbia coscienza, centinaia di chilometri da percorrere a piedi totalmente scalzi. 

Non è come quando da bambini, il più temerario e celere del gruppo, usciva dalla tana ed urlava a gran voce un rassicurante “liberi tutti! “.

Non siamo ancora liberi né esenti da grandi responsabilità, non siamo liberi da niente!

Abbiamo il sacrosanto dovere di proteggere noi stessi dall’altro e di proteggere l’altro al tempo stesso.

Abbiamo il dovere di fare in modo che non facciano ritorno i momenti di grande scoramento.

Abbiamo il dovere di garantire ai nostri figli l’annullamento di tutti i timori, il ritorno sui banchi di scuola, il sano e stimolante contatto con l’indispensabile gruppo dei pari.

Oculatezza, rispetto delle regole, integrità d’intenti, scrupolosità.

Questi, a mio avviso, i principi cardine da rispettare per un progressivo ritorno alla vera normalità.

Ed ecco, mi trovo innanzi ad un negozio che frequento abitualmente, davanti ad una di quelle suddette e famose saracinesche polverose ed arrugginite che non vedevano l’ora di ricominciare a cigolare di buon mattino.

“Cristina, sei tu? Che piacere immenso, tesoro! Vedi? Abbiamo riaperto i battenti , finalmente! Oh, cara, non sai quanto vorrei farti dono del mio abbraccio. Ma momentaneamente mi è bastato rivederti!

“Ciao, amica mia e buon ritorno al tuo lavoro. Riguardati con costanza maniacale e non abbassare mai la guardia, nemmeno per una frazione di secondo. Abbi cura di te, mi raccomando. La prossima volta la forte stretta te la donero’ io, di cuore, con tutta la mia riacquista” esistenza”, contenuta abbondantemente tra le braccia...

Maria Cristina Adragna 

Articolo precedente“Alba” di Enza Nardi
Articolo successivo“I nostri sguardi” di F. Rainaldi
Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui