Non è affatto mia abitudine dedicare del tempo a determinati test dal carattere pseudo introspettivo che vengono, non di rado, propinati dai social.
Tuttavia, qualche giorno addietro, mi sono imbattuta in una sorta di gioco virtuale che ebbe il fine ultimo di svelare, simpaticamente, quale sarebbe stata la canzone che mi avrebbe accompagnata nel corso della vita.
E così, un po’ per apatia e sicuramente mossa da un pizzico di sana curiosità, ho proceduto con i passaggi che mi avrebbero condotta all’ipotetico risultato.
Ebbene, il brano che a quanto sembra mi si addice senza dubbi di sorta è “Rimmel” di Francesco De Gregori.

Una canzone che ho di certo amato da sempre, sin dagli albori della mia giovinezza, tant’è che fui pervasa da un sentimento di gioia profonda che è proprio scaturito dall’esito ottenuto.
La fine di una storia d’amore, un sentire vagamente catulliano da parte dell’autore, che si snoda nella classica dicotomia esistente tra amore ed odio.
“E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure”.
Quando una relazione giunge al capolinea, nella maggior parte delle circostanze, la responsabilità è attribuibile ad entrambi i componenti della coppia.
L’autore sta cercando di dimenticarla, seppur sia pienamente consapevole del fatto che i ricordi non sono soggetti a processi di rimozione.
Rivanga l’episodio in cui si rivolse ad un chiromante per farsi leggere le famose carte e rimembra che, proprio in quell’occasione, lo zingaro svelò dei particolari molto intimi, positivi e complessi, dei quali avrebbe preferito non venire a conoscenza.
Nulla di quello che gli aveva prospettato quell’uomo si rivelò, in sostanza, in alcun modo veritiero.
È a questo punto che subentra il concetto di “trucco”.
Non a caso il brano ha per titolo proprio “Rimmel”, un cosmetico che la stragrande maggioranza delle donne utilizza abitualmente per evidenziare lo sguardo.
È come se De Gregori percepisse l’evidenza che la sua storia d’amore con questa donna abbia detenuto, in tutto e per tutto, le caratteristiche della non veridicità, che sia stata, tutto sommato, solo un banalissimo trucco.
Con nostalgia, con un accenno di rabbia e con lievissime ondate d’amore, l’autore avanza dei rimbrotti severi nei confronti di chi non gli appartiene più, quasi consigliandole di malavoglia che, da quel momento in poi, avrebbe anche potuto intrattenere dei rapporti con altri uomini e che sarebbe stata nelle condizioni di riservare loro l’analogo trattamento subito da lui stesso.
La metafora che propone con maestria e genialità è in grado di lasciare di stucco chicchessia e di destare forti emozioni: afferma che la donna, durante tutto il tempo della relazione, avrebbe avuto tra le mani un poker d’assi, ma tutti dello stesso colore.
Ecco che subentra, nuovamente, il concetto di “trucco”.
Quella storia fu solo un inganno colossale, una burla dalle proporzioni mastodontiche.
E adesso lei è libera di agire come crede.
Può decidere di continuare a giocare con molti altri uomini e di prospettare a chiunque esso sia un futuro molto simile a quello che il destino riservò a loro due, basato esclusivamente sull’instaurazione di una semplice amicizia.
De Gregori confessa all’ascoltatore di avere avuto dei sentori negativi, nel corso di tutto il tempo che lo videro protagonista di questa storia altalenante.
La donna, infatti, gli ricordò di una foto particolare e gli disse che era tutto ciò che lui avrebbe avuto di lei.
Nessuna opportunità di ritorno ad una situazione che rientrasse nella norma.
Si tratta di un evidente tentativo di proferire un addio mal celato, se mai fosse stata questa la vera intenzione, di una dichiarazione sicura di desiderio d’allontanamento.

Eppure affiorano le lacrime agli occhi quando lui la definisce “dolce venere di rimmel.”
Nonostante tutto, lei resterà sempre l’unica che non sarà in grado di rimuovere dalla sua coscienza.
Malgrado, persino, la dose ingombrante di cinismo che questa femmina, dalla personalità astrusa ed incostante, manifesta ad un uomo evidentemente innamorato.
Innamorato, sì, ma nelle piene condizioni di non smarrire del tutto la ragione.
Infatti, De Gregori non lascia trapelare sprazzi di cedimento o di disperazione che lascino presagire cenni di sconforto irrimediabile.
Tutt’altro: mantiene un atteggiamento flemmatico e severo durante l’esecuzione dell’intero brano.
Come mai l’esito del mio test fu proprio legato a questa canzone?
Forse perché, negli ultimi tempi, il mio stato d’animo poco gaudente ed intriso di poca positività ha permesso che il mio volto si rigasse frequentemente con lunghe linee scure di rimmel.
Ad ogni modo, il suddetto brano rimane uno dei più interessanti e coinvolgenti, riguardanti il panorama della musica italiana.
Se solo potessimo aver contezza di come andrà veramente la vita, se solo lo zingaro non fosse un ciarlatano in cerca di poche monete, se solo tutto godesse della poesia dell’eterno.
Come vivremmo? Chi mai saremmo?
Forse solo delle pedine che tentano, goffamente, di irridere il fato.
Ma, purtroppo o per fortuna, nulla sapremo mai dell’incerto domani.
“Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro”…
Maria Cristina Adragna







Ritengo sia caratteriale ed efficace la determinazione del proprio pensiero,in merito al rapporto
che si vuole intendere e instaurare,il domani,può riservare quello che oggi può non sembrare positivo e colorato in ogni senso umano interiore.
La psiche ha un delicato e singolare equilibrio ed un indirizzo che la ragione non può eludere in termini di concreto e specifico senso individuale : ora e sempre e mai diversamente da come ritengo che sia !
Il pensiero deve conseguire il desidero e l’atto della volontà che è il momento della Libertà !
Complimenti per avere individuato il punto di vista dell’apparenza comportamentale, a volte privo di quella sostanza ,che ci assimila tutti in modo differente e gli uni dagli altri !
Grazie mille carissimo Claudio per questa interessante disamina