La “selva oscura”… che cos’è la “selva oscura”?

La “selva oscura” sono le tenebre, la “selva oscura” è la mancanza assoluta di luce, la “selva oscura” sono le bassezze umane; nella “selva oscura” ci ritroviamo quando perdiamo la via della rettitudine: “ché la diritta via era smarrita”.
Quella selva che il vate fiorentino definisce oscura, proprio come il “colore oscuro” delle parole (annuncianti un castigo e una vendetta) che il Poeta vede “scritte al sommo d’una porta”, che altro non è che l’ingresso del “doloroso regno”, della “città dolente” in quanto pervasa dall’<<etterno dolore>>.

Ma la “selva oscura” rappresenta anche il principio del viaggio di Dante: sembra che il Sommo Poeta ci abbia voluto far intendere che il suo cammino verso l’<<imperador che là su regna>> non avrebbe avuto un idoneo incipit se lui medesimo non avesse toccato il fondo, se non fosse mai finito, nella vita terrena, in quella selva che “Tant’è amara che poco è più morte”, in quel luogo buio di cui non sa neanche riferire come v’è finito dentro (“Io non so ben ridìr com’i’ v’intrai”), in quella selva del male che gli ha fatto abbandonare “la verace via”, inducendolo in uno stato di traviamento morale ed intellettuale.
L’autore della “comedìa” afferma che, per poter comunicare al meglio tutto il bene che ha trovato nel suo viaggio ultraterreno (si badi bene), dovrà prima descrivere tutti i mali del mondo, i peccati ad essi mali conseguenti e le pene correlate a detti peccati, citando i nomi dei peccatori condannati per sempre ad occupare uno dei cerchi infernali, ovvero condannati – pro tempore – ad espiare le proprie colpe nelle cornici del Purgatorio: “Ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai/ dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte”.
Quindi, il bene che si può trovare durante il “viaggio”, non può prescindere dalla conoscenza di tutte “l’altre cose” che si incontrano lungo il cammino: per arrivare a “l’ultima salute” occorre conoscere l’animo umano in tutte le sue sfaccettature, anche in quelle più “oscure”; il tema viene ripreso nel XXXIII ed ultimo canto del Paradiso, nella preghiera di San Bernardo alla “Vergine Madre” (“colei che l’umana natura” nobilitò a tal punto “che ‘l suo fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura”).
San Bernardo, considerato che si trattava – nella specie – di aiutare un soggetto (Dante) che aveva percorso il suo cammino a partire dall’abisso infernale [osservando le condizioni delle anime, dopo la morte, nel primo regno della “perduta gente”, nel “secondo regno,/dove l’umano spirito si purga/ e di salire al ciel diventa degno” e nell’ultimo regno, il “regno santo” della beatitudine (“Nel ciel che più de la sua luce prende”)], supplica la Vergine perché possa intercedere e liberare il Sommo Poeta da ogni peso o limite terreno, al fine di consentirgli di godere della manifestazione di Dio: “supplica a te, per grazia, di virtute/ tanto, che possa con gli occhi levarsi/ più alto verso l’ultima salute.”
E San Bernardo invoca l’aiuto della “Vergine Madre” – si ribadisce – in quanto è perfettamente consapevole che Dante, nel viaggio attraverso i tre regni, a partire “da l’infima lacuna/de l’universo”, ha potuto scrutare le condizioni delle anime: “Or questi, che da l’infima lacuna/de l’universo infin qui ha vedute/le vite spirituali ad una ad una,”; in altre parole, San Bernardo ritiene che il vate fiorentino abbia superato brillantemente le “prove” (all’uopo preposte) ed è quindi preparato a gloriarsi della “luce etterna”.

Quindi, il viaggio dell’Alighieri, uscito dalla “selva selvaggia e aspra e forte”, non poteva completarsi con la mera ascesa del colle appena illuminato dai raggi del sole mattutino, ma il cammino doveva essere ben più articolato, difficoltoso e complesso, per poter riconoscere la vera essenza della vita terrena e proiettare così il proprio viaggio verso la vita eterna, sì da poter godere della luce del “sommo piacer”.
Franco Dattilo






