C’era una volta la Nazionale Italiana

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Non scrivo mai di sport ma la Nazionale di calcio è altro.

L’eliminazione dell’Italia dai Mondiali non è mai solo una sconfitta sportiva. È una crepa che attraversa il Paese, un silenzio che sostituisce il rumore delle piazze, delle bandiere ai balconi, dei clacson nella notte.

È una domenica che sa di lunedì, un’estate che perde colore .

C’era un tempo in cui la Nazionale era un rifugio. Non importava quanto fosse complicata la realtà fuori dal campo: per novanta minuti, tutto si fermava. Le generazioni si incontravano davanti allo stesso schermo, i nonni raccontavano imprese lontane, i padri spiegavano schemi mai davvero capiti, i figli sognavano maglie azzurre troppo grandi per le loro spalle. Era una liturgia collettiva.

Tutti allenatori, esperti di tattiche e strategie, co-allenatori di un gruppo unito dall’ambizione.

Oggi resta un senso di vuoto difficile da spiegare. Non tanto per la sconfitta in sé, che fa parte del gioco, ma per il modo in cui è arrivata. Senza epica, senza quel pathos che almeno consola. È stata un’uscita grigia, quasi inevitabile, come se il destino fosse già scritto e nessuno avesse davvero la forza di cambiarlo.

E forse è proprio questo che fa più male: la sensazione di aver smarrito qualcosa lungo il cammino, ben prima del fischio finale.

Si dirà che il calcio è cambiato, che i talenti si disperdono o si perdono. Tutto vero, probabilmente. Ma c’è anche altro, qualcosa di più sottile e difficile da nominare. Una distanza crescente tra la squadra e il suo popolo, tra la maglia e ciò che rappresenta. Come se quell’azzurro, un tempo carico di significati, si fosse lentamente scolorito.

Eppure, nei momenti di crisi, affiora sempre la memoria. Tornano alla mente notti magiche, rigori che sembravano eterni, abbracci collettivi tra sconosciuti. Ricordi che oggi pesano come macigni, perché mostrano con crudezza la distanza tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.

La nostalgia non è solo rimpianto: è anche una forma di resistenza, il tentativo di non dimenticare.

Forse è proprio da qui che bisogna ripartire. Non da una rivoluzione annunciata o da promesse vuote, ma da un ritorno a ciò che rendeva speciale quella maglia. L’orgoglio, prima di tutto. La capacità di soffrire insieme, di lottare su ogni pallone come se fosse l’ultimo.

Valori semplici, quasi banali, ma che nel tempo si sono persi tra tatticismi esasperati e pressioni sempre più grandi.

L’uscita dai Mondiali lascia un’eredità amara, ma anche una domanda aperta: cosa significa oggi tifare Italia? Forse la risposta non sta nei risultati, ma nel legame che resiste nonostante tutto.

C’era un tempo… tornerà?

in copertina : Umberto Boccioni: Dinamismo di un foot-baller, cm. 195 x 200 Museum of Modern Art of New York N.Y.

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Sandra Orlando
Sono Sandra Orlando, mamma di Anna e Andrea, laureata in Lingue e insegnante. Faccio parte dell'Associazione Accademia e collaboro come Editor a SCREPmagazine. Dal 2020 Sono redattrice ed Editor nella redazione della rivista di Cinema Taxidrivers per cui ho ricoperto il ruolo di Programmatrice e Head of editorial Contents . Amo la letteratura, il cinema, la musica ed in genere tutto ciò che di artistico “sa dirmi qualcosa”. Mi incuriosisce l'estro dell'inconsueto e il sorriso genuino dell'umiltà intelligente.  Scrivere fa parte di me. 

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