La grande disfatta

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Ieri sera tutta l’Italia è stata per ore col fiato sospeso guardando la partita di calcio della Nazionale italiana. E stamane, la mia polemica è semplice: i campioni di ieri sembravano guerrieri, quelli di oggi sembrano influencer con le scarpette ai piedi.

E non è solo una sensazione romantica, è un cambiamento strutturale del calcio, che ha trasformato i giocatori da protagonisti a comparse di un grande spettacolo commerciale… perché sembra di guardare un reality.

Il calcio moderno ha prodotto una generazione di giocatori che spesso sembrano più preoccupati del taglio di capelli che del taglio della difesa avversaria.
Non è colpa loro: è il sistema che li ha costruiti così.

Dove sono i leader?

Dove sono quelli che si prendono la squadra sulle spalle?

Dove sono quelli che urlano, che trascinano, che si arrabbiano?

L’unico degno di nota è Ringhio, ma ahimè è solo in quel tritacarne calcistico.
L’assenza di veri campioni oggi non è un mistero: finché il calcio resterà ostaggio della sua parte commerciale, i fuoriclasse non torneranno.

È inutile girarci intorno.

Il sistema attuale non premia chi ha personalità, coraggio o fame, premia chi genera profitti, chi vende magliette, chi mantiene un profilo social pulito e monetizzabile. E un ambiente così non può produrre eroi: produce prodotti.

Il calcio dei campioni era un’altra cosa

I giocatori che vincevano i Mondiali erano cresciuti in un calcio dove contavano la strada, la sofferenza, la responsabilità, la leadership, l’orgoglio della maglia e la voglia di “spaccare il mondo”.

Non erano perfetti, ma erano veri e, soprattutto erano liberi: liberi di rischiare, di sbagliare, di inventare.

Nessuno li misurava con algoritmi di vendita, nessuno li giudicava per un post sbagliato, nessuno li trattava come profitti finanziari.
Il problema non è che tutti i giocatori sono scarsi. Il problema è che sono cresciuti in un sistema che li vuole controllabili, vendibili.

Il calcio moderno sappiamo tutti che è costruito su tre pilastri:
marketing;
sponsor;
diritti televisivi.

E quando il denaro diventa il motore principale, il talento diventa un dettaglio.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: giocatori che sembrano più modelli che atleti nazionali senza leader partite senza anima, giovani che pensano al procuratore prima che al pallone.
Il calcio ha trasformato i calciatori in brand e i brand non devono rischiare ma devono piacere per vendere.

Finché il calcio sarà governato da logiche commerciali, i campioni veri non nasceranno più.
Perché un campione non è solo tecnica: è carattere, ribellione, personalità.
E il sistema attuale soffoca tutto questo.

Un campione oggi sarebbe considerato “problematico”, “difficile da gestire”, “non allineato”.
I campioni del passato, in questo calcio, verrebbero silenziati, normalizzati, addomesticati.
Solo quando il calcio tornerà a essere un gioco prima che un business, una battaglia prima che un contenuto, una passione prima che un prodotto, finché non si rompe questa gabbia commerciale…continueremo a vedere giocatori perfetti… ma vuoti.

E continueremo a rimpiangere chi, con meno soldi e più cuore, ha scritto la storia.

Angela Amendola

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