Ecco un Uomo, in compagnia del suo bastone da passeggio, fermo in riva al lago, si attarda prima di sedersi su una panchina vicina, il suo sguardo si perde oltre la collina che lambisce una parte dello specchio d’acqua, gli occhi umidi di passato, stanchi di tempo, segnati dalle rughe, binari e stazioni, tanti quanti gli anni, tra le soste e il passare oltre.
L’uomo ha un tremore alle spalle, quello delle emozioni consumate, spesso riconosciute in ritardo, in un drastico e indelebile oramai, è un tremore di recipiente di latta vuoto, è un uovo rotto incidentalmente, è una lettera scritta confusamente.
Poi si siede, pone l’attenzione, è un’aiuola, sembra un’aquila che non riesce più a spiccare il volo, intanto domani è Natale.
Un Natale ancora,
Quanti Natali ancora,
Per quanti Natali ancora,
Quanti ne sono andati,
Quanti Natali mai arrivati,
Quanti non arriveranno,
Natali in stanze sempre
Più vuote,
Quanti Natali vuoti d’amore
Ci sono stati,
Natali di speranze perdute,
Natali in valigia.
L’uomo si alza dalla sua seduta, non guarda più intorno a lui, è stanco, si avvia verso la sua dimora poco lontano, una grande villa, la villa del silenzio, quadri muti d’autore, arriva al grande cancello, una musica da troppo lontano, apre l’antica porta, per quanti Natali ancora…
Tommaso Cozzitorto
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