Avevi i calzoncini che ti coprivano a stento le ginocchia e due occhi scuri che parevano che avessero usurpato un pezzo d’ebano dalla foresta.

Giocavamo sovente per la strada, dopo aver ascoltato le milioni di raccomandazioni di mio padre sui pericoli che avrebbe comportato un repentino attraversamento stradale:

“Dovete guardare a destra, poi a sinistra. Fatelo con molta attenzione. Quando non vedrete nessuna automobile passare, solo allora potrete proseguire per la via rapidamente”.

La famosa via da attraversare distava ad occhio e croce due metri dal negozio di mio padre ma lui era come sempre molto apprensivo ed oculato.

D’altronde avremmo avuto circa sette anni, ed il mio desiderio e quello del fedele accompagnatore era quello di raggiungere la botteguccia di giocattoli che si trovava proprio all’angolo.

La proprietaria si chiamava Patrizia e ci attendeva puntualmente tutti i pomeriggi, dopo lo svolgimento dei nostri compiti scolastici.

All’epoca Patrizia aveva diciotto anni ed avrebbe dovuto conseguire la maturità classica nell’arco di pochi mesi.

Così era solita sistemarsi innanzi a questi due “pulcini” totalmente ignari degli argomenti, e cominciava a ripetere senza sosta e con un’eloquente proprietà di linguaggio.

Ma chi erano Dante, Foscolo, Ariosto, Catullo?
Non avevamo alcuna contezza delle loro identità né delle opere che avessero realizzato.

Eppure amavamo molto introitare le disquisizioni forsennate di Patrizia.

Il mio amico si chiamava Salvatore.

La sua mamma aveva una parrucchieria accanto il negozio di mio padre.

Se ripensando a quei tempi che ci videro tanto vicini dovessi formulare una personale definizione di amicizia, direi senza esitare che quest’ultima è la benedizione della quale si serve Dio per unire due anime che hanno bisogno d’affetto.

L’amicizia è una sorta di miracolo che si compie raramente, anche se molto spesso si tende ad aver la sensazione di detenere un numero di amici maggiormente cospicuo di quanto in realtà non sia.

Con l’avvento della tecnologia, inoltre, il concetto di amicizia è incline certamente a subire degli abusi assolutamente ingiusti.

I vari social nei quali ci imbattiamo tutti i giorni tendono ad operare un accostamento al termine “amicizia” ad una concezione del tutto errata ed effimera, in termini di corretto valore attribuibile.

L’amico non è il conoscente occasionale che con un click ha la pretesa di entrare nella tua vita.

L’amico è la sede insostituibile della tua fiducia, la cassaforte ove hai riposto i tuoi segreti più intimi, lo stupidone che tenta a qualsiasi costo di farti sorridere anche quando parrebbe impossibile che potesse accadere, la parte mancante della tua forza, l’incentivo alla riacquisizione di un coraggio che hai smarrito chissà dove.

Ricordo che un giorno litigai con Salvatore in maniera abbastanza brutale.

Gli sferrai un pugno sul naso che lo fece sanguinare parecchio.

Da piccola, a volte, sapevo controllare a stento la mia ira, quando il torto subito superava di gran lunga i miei canoni di tolleranza.

Mi perdonò dopo due ore.

Ci abbracciamo come due fratelli inseparabili e legatissimi  e continuammo a giocare davanti la parrucchieria.

Quando Salvatore aveva soli tredici anni subì la perdita del suo adorato papà.

La madre decise di portare lui e gli altri due figli a Milano, per ragioni di lavoro.

Il tempo sa essere inclemente e privo totalmente privo di generosità, così ci perdemmo di vista.

D’altro canto, però, la vita si rivela nelle condizioni di mostrare una generosità fortissima ed inaspettata.

Ho riabbracciato Salvatore dopo ventiquattro anni interminabili, meno di un mese fa.

È ritornato in Sicilia per un breve periodo e siamo riusciti a rivederci.

Lo avevo lasciato con delle sembianze da ragazzino immaturo e l’ho ritrovato un uomo di trentasette anni, con una moglie a fianco e con delle consapevolezze meravigliosamente nuove.

“Cristina, lu zu’ Cicciu ( riferendosi a mio padre), non ce l’ho fatta a rivederlo e nemmeno la nonna Pina.”

Amico mio, è cambiato così tanto, lo sappiamo perfettamente entrambi.

Ma quell’affetto che ci unì da piccini non si è mai dileguato, né ha mutato la sua intensità.

Il fatto è che bambini ci si resta davvero poco e noi non lo siamo più.

Ma se solo fossimo riusciti a salvarci, avremmo potuto rallentare i danni che provoca l’essere adulti.

Se ancora fosse esistita quella piccola altalena dove eravamo soliti dondolarci, stai più che tranquillo che ti ci avrei portato.

Non c’è più niente, Salvatore..

Non c’è più nessuno…

Maria Cristina Adragna 

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

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