Mons. Antonio Cardillo

Direttore Casa di Riposo “A. D’Alessio” di Acerenza (PZ)

Nel periodo del “lockdown” totale le case di riposo sono state strutture in cui il Coronavirus ha picchiato con particolare durezza, seminando decessi e dolore anche per responsabilità di situazioni assolutamente inaccettabili che hanno visto pazienti positivi al Covid-19 ospitati nelle stesse strutture con anziani.

Qualcosa non da società civile che ci tiene alla salute dei suoi cittadini e degli anziani e che ha fatto lievitare quella triste “cultura dello scarto” tante volte biasimata da Papa Bergoglio.

Il virus, però, con tutto il letto e riletto sulle RSA e sulle case di riposo sta imponendo un modo diverso di pensare l’anziano, il debole, il fragile, che non possono essere confinati nella periferia della società o in istituti non opportunamente seguiti e ispezionati con dovizia e particolare attenzione.

La lezione della primavera del 2020 difficilmente sarà dimenticata, difficilmente si potrà dimenticare quell’ultimo saluto via cellulare, in videochiamata, senza il conforto di una mano che stringe e aiuta nel trapasso all’altra vita.

Ecco perché, se prima del virus le vicende della vita portavano molti anziani in una casa di riposo, da oggi questo non sarà più fatto a cuor leggero e senza le opportune e dovute verifiche sulla bontà delle stesse.

E a proposito di bontà una mia ricerca mi indirizza e mi guida ad Acerenza, presso la Casa di Riposo “Antonio D’Alessio”, assolutamente immune dal Coronavirus, nonché modello sociale e umano di luce e benessere in tanta negatività, in un periodo che non può che rivedere con urgenza l’intera organizzazione della cura dell’anziano.

Situata a 833 metri s.l.m. Acerenza, sorta sul sito dell’antica Acheruntia, è una pittoresca e antica città lucana che, dall’alto, domina la valle del Bradano e con i suoi circa 3.000 abitanti fonda la propria economia sull’agricoltura e sull’artigianato operante e in attività edili e nella lavorazione del legno, del ferro e del vetro.

Acerenza, le cui case si scorgono da lontano, costruite a formare una struttura fortificata inespugnabile, è tra 50 borghi più belli d’Italia tant’è che, nel 2014, conquista il quarto posto nel premio nazionale indetto dal programma televisivo di Rai3 “Kilimangiaro”.

Il suo centro storico mantiene le caratteristiche di borgo medievale con una struttura urbanistica a schema radiale attorno al Castello Longobardo e alla Cattedrale.

La Cattedrale, dedicata a Santa Maria Assunta e San Canio, è considerata il monumento romanico più significativo di tutta l’area mediterranea ed è un edifico del XII secolo, come evidenziato dalla struttura architettonica dell’abside a deambulatorio con absidiole radiali, secondo uno stile di derivazione settentrionale che in Italia troviamo ad Aversa, a Venosa e nell’abbazia di Sant’Antimo in Toscana.

La Cattedrale di Acerenza ha una struttura cosi imponente e bellissima nella sua semplicità, costruita su una precedente basilica paleocristiana, a sua volta eretta sul luogo, dove sorgeva un tempio pagano dedicato ad Ercole Acheruntino, che spesso Acerenza viene definita anche come Città Cattedrale.

La cripta della Cattedrale custodirebbe le spoglie di San Canio e conserva un sarcofago noto come il Cassone di San Canio.

All’interno della Cattedrale sono presenti interessanti opere pittoriche come un polittico raffigurante la Madonna del Rosario, Quindici Misteri e SS. Domenico e Tommaso realizzato da Antonio Stabile nel 1583, i 4 affreschi del Chiostro realizzati da Giovanni Todisco di Abriola.

Ed eccomi in Viale Aldo Moro,1 presso la Casa di Riposo “Antonio D’Alessio” in compagnia di Monsignor Antonio Cardillo ovvero Don Tonino, Direttore della Casa, nonché Presidente del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano di Basilicata, Docente di Diritto Canonico presso l’Istituto Canonico di Basilicata e già Parroco di Pietragalla (PZ), Presidente del Capitolo della Cattedrale, Assistente Unitario Diocesano di Azione Cattolica.

Fiore:- Come nasce la casa di riposo “Antonio D’Alessio” di Acerenza?

Don Tonino:- La storia, o la leggenda che dir si voglia, della nascita della Casa di Riposo di Acerenza presenta degli antefatti propedeutici alla realizzazione dell’idea progetto di quel ristretto gruppo di cittadini acheruntini che nel lontano 1942 accettarono l’ardua scommessa.

Fiore:- Chi sosteneva inizialmente la casa? E come?

Don Tonino:- Il Comm. Pasquale D’Alessio, il 18 Ottobre 1942, tenne una conferenza pubblica per illustrare alla cittadina l’urgente necessità di fondare ad Acerenza una casa di riposo per gli anziani.

Il sogno diventava realtà il 4 Novembre 1954, quando, dopo innumerevoli   traversie e difficoltà, l’Arcivescovo  S. E. Domenico Picchinenna inaugura la casa e accoglie i primi dieci ospiti.

In questa prima fase la struttura venne sostenuta da numerosi benefattori locali, in primis dall’Arcivescovo e dall’Amministrazione Comunale di Acerenza.

Fiore:- Oggi questa casa è una Onlus. Mi vuol delineare il percorso storico,  giuridico e gestionale della stessa?

Don Tonino:- Il 31 Dicembre 2007, con atto notarile, l’Ente morale della stessa Casa viene trasformato in Ente Privato, come previsto dalla normativa vigente, con la seguente denominazione “Casa di Riposo Antonio D’Alessio per gli anziani – ONLUS”.

Fiore:- Quanti sono gli anziani ospitati, i dipendenti specializzati e non e le religiose? 

Don Tonino:- Al momento la Casa ospita quaranta anziani, la maggior parte non autosufficienti.

I dipendenti specializzati sono diciotto e da circa tre anni collaborano per la parte animazione e cura spirituale le Suore della Congregazione Figlie di Santa Maria Bernardette del Burundi.

Fiore:- Lei è stato molto bravo nel blindare dal 5 marzo per la sicurezza sanitaria la casa tant’è che non si è verificato alcun caso di coronavirus. Intuizione, prontezza di riflessi, ispirazione divina?

Don Tonino:- Abbiamo semplicemente accolto con prontezza i protocolli di prevenzione emanati dal Governo Nazionale e dalla Regione Basilicata.

Fiore:- Siete stati aiutati nell’approvvigionarvi dei dispositivi di protezione individuale o avete raschiato il fondo del barile del vostro bilancio?

Don Tonino:- L’Amministrazione Comunale ha fornito dispositivi di protezione individuale, mentre alcune ditte hanno donato presidi medici per sanificare i locali.

Fiore:- Qual è stata la prima reazione dei suoi anziani alla notizia della chiusura della Onlus per evitare il contagio?

Don Tonino:- Gli anziani ospiti non hanno percepito completamente quanto si stava verificando a livello nazionale.

Fiore:- Quando gli anziani non hanno più visto il personale nel loro abito normale come hanno reagito?

Don Tonino:- Reazione di sorpresa nel vedere gli operatori con i DPI, ma senza disagio.

Fiore:- E come hanno vissuto l’onda dell’emergenza?

Don Tonino:- Per la maggior parte dei residenti l’emergenza non ha sortito effetti psicologici negativi ed è stata superata positivamente anche grazie a tutto il personale.

Fiore:- Che supporto siete riusciti a dare in concreto per non far troppo avvertire lo stato emergenziale in divenire?

Don Tonino:- Abbiamo garantito gli stessi standard di servizio della vita ordinaria.

Fiore:- Quanto è stato avvertito il divario digitale tra l’anziano e il resto della famiglia o degli amici?

Don Tonino:- Gli ospiti chiedevano di continuo informazioni sui propri famigliari che contattavano, mediante i moderni strumenti digitali come le  videochiamate, con l’aiuto del personale anche perché era evidente l’impaccio con la tecnologia.

Fiore:- Come siete riusciti ad abbatterlo?

Don Tonino:- Diffondendo un clima di serenità e fiducia.

Fiore:- In questo periodo di pandemia, la tecnologia ha aiutato tantissimo, è stata essenziale per far sentire meno soli gli anziani. Se non ci fosse stata cosa sarebbe successo?

Don Tonino:- E’ indubbio che la rete e la tecnologia hanno accorciato le distanze con i famigliari degli ospiti, altrimenti l’isolamento sarebbe stato totale e avrebbe causato non pochi disagi per la mancanza di socializzazione con l’esterno.

Fiore:- Quanto questi anziani fanno parte del suo “quotidiano”?

Don Tonino:- Da circa nove anni, l’Arcivescovo Giovanni Ricchiuti, accogliendo le dimissioni dello storico   Presidente,   Monsignor   Anselmo   Saluzzi,   mi   ha affidato   la   Presidenza   e   la direzione amministrativa in quanto suo Vicario Generale della Diocesi.

Questi nove anni mi hanno coinvolto non soltanto sul piano professionale ma anche umano   e   cristiano.  

Considero gli anziani della Casa  “amici”   e parte   essenziale della   mia quotidiana esperienza sacerdotale.

Fiore:- Come ha fatto avvertire la sua presenza durante la quarantena?

Don Tonino:- Ho intensificato la mia presenza quotidiana e, avvertendo una responsabilità maggiore, ho trascorso molto più tempo nella Onlus per garantire l’incolumità e il benessere di tutti gli ospiti.

Fiore:- Perdere un anziano significa perdere un punto di riferimento di esperienza e di saggezza. Quanto inciderà la scomparsa di tanti anziani sulle nuove  generazioni?

Don Tonino:- Riprendendo le parole di Papa Francesco dico che gli anziani sono un segmento fondamentale della storia per il futuro delle nuove generazioni ed è indubbio che la scomparsa di tanti anziani, che sono stati il fulcro e il perno di una generazione portatrice di un contributo antropologico unico e capace di far uscire il Paese dalle secche del secondo conflitto mondiale e porre le fondamenta di un nuovo sviluppo si avvertirà e non poco in termini di esperienza e di saper fare.

Fiore:- Papa Francesco, da Santa Marta, ha invitato a pregare il Signore perché, nel periodo della pandemia, fosse più vicino alle persone anziane sempre più intimorite dalla paura di morire da sole. I suoi anziani sono stati accompagnati in queste preghiere per liberarli dalla paura?

Don Tonino:- Durante la quarantena ho puntualmente celebrato nella Cappella della struttura la Santa Messa da solo invocando l’aiuto e la protezione del Signore perché allontanasse l’onda del coronavirus.

Fiore:- E’ indubbio che il nostro modello sociale va ripensato e riscritto. Saremo in grado di raccogliere l’opportunità che, sia pure nella tragedia, ci ha offerto il coronavirus?

Don Tonino:- Ce lo auguriamo tutti, credenti e non credenti, per continuare a tessere nella verità legami di vita famigliare e sociale.

Fiore:- Secondo lei, l’uomo, dopo questa batosta, saprà riprendersi e tornare a vivere con la fiamma accesa dei valori etici che, se non spenta, si era quanto meno affievolita?

Don Tonino:- Decisamente sì. L’individuo, oggi più che mai, dovrà rialzarsi per vivere meglio questa opportunità che, pur segnata dalla sofferenza, offrirà prospettive di speranza e di ripresa sociale, economica e spirituale.

Fiore:- E dopo questa bella chiacchierata, mi offre un caffè?

Don Tonino:- Volentieri, era già nel conto, insieme al mio grazie per essere venuto ad Acerenza a visitare la nostra Onlus e avermi dato la possibilità di illustrarla per il suo tramite ai lettori di ScrepMagazine.

Un grazie che mi piace estendere anche al vostro direttore editoriale, l’ing. Giuseppe De Nicola.

… a cura di Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

5 Commenti

  1. La scelta di una RSA, in un momento come l’attuale, quando la pandemia sta offrendo un periodo di pausa che, ci si augura non venga più interrotto in futuro, può sembrare forse anacronistico. Sarebbe forse stato più d’attualità discorrere della riacquistata libertà di gozzovigliare secondo consunti canoni della più infima crapula?
    E, invece, no.
    La sensibilità e lungimiranza di Vincenzo Fiore, ci porta a riconsiderare degli aspetti che hanno contraddistinto in positivo i mesi durissimi appena trascorsi.
    Tante e tante notizie negative ci hanno afflitto ed ossessionato dai TG e dai giornali sui decessi avvenuti nella case di riposo, colpendo la nostra sensibilità di figli e nipoti.
    L’intervista di Fiore a Don Antonio Cardillo di Acerenza fa comprendere perché le idee camminino sempre sulle gambe degli uomini e sulle individuali capacità di saper valutare le migliori scelte, nel dato momento storico in cui si vive.
    Don Cardillo ha il merito indelebile di essere riuscito a mantenere indenne una comunità di anziani “semplicemente” (si fa per dire) applicando le disposizioni in vigore e, soprattutto, usando il buon senso del Pater Familias.
    Se tutti, a seconda della propria posizione nella società, avessero adottato questo schema comportamentale, il Covid si sarebbe estinto in quindici giorni. Invece, hanno dominato nei comportamenti individuali, grande superficialità e ignoranza dei fatti.
    Poche e semplici regole ad Acerenza hanno evitato la tragedia.
    Dalle acute domande di Vincenzo Fiore è emerso, altresì, quanto siano stati determinanti i presidi tecnologici (smartphone e PC) che hanno consentito agli ospiti dell’RSA di poter tenere i contatti anche visivi con i loro familiari. Sono state, così, scongiurate sofferenze psicologiche negli anziani che ne potevano gravemente compromettere la salute forse ancor più del Covid, come negli stessi familiari, che venivano rincuorati nel vedere i volti dei loro preziosi cari e nel sentire la loro voce.
    Pertanto, dobbiamo rifugiarci negli antichi adagi popolari: “Volere è potere”, Don Antonio ha voluto ed ha, quindi, potuto.
    Il pressappochismo o peggio, il lassismo, sono deleteri nel privato come nella cosa pubblica.
    In conclusione, avendo personalmente un infinito rispetto per coloro che avendo più anni dello scrivente, sono portatori di una saggezza che va rispettata, ringrazio ancora l’operato di Don Antonio che ha preservato queste vite preziose, a fronte, invece, di ingentissime perdite che hanno depauperato il tessuto sociale ed umano italiano, privandoci di un alto numero di “nonni” che hanno costituito la memoria storica d’Italia e hanno costruito una società che le generazioni successive si stanno impegnando a demolire.

    • Non posso che ringraziarti, caro Carmine, per questo tuo commento che ha colto in pieno le motivazioni che mi hanno portato a intervistare il nobile Don Tonino.
      Un caro ed affettuoso saluto…

  2. Ho avuto occasione di conoscere personalmente mons Cardillo del quale ho apprezzato la capacità’ di coniugare sensibilità’ a pragmatismo . Virtù’ non comuni che fanno di lui un uomo di buon senso di grande equilibrio ed illuminato. Un privilegio averlo conosciuto .

    • Gentile Lidia, l’intervista a Don Tonino mi ha messo in contatto con un uomo, come giustamente dice Lei, che ha costruito il suo “fare quotidiano” sulla sensibilità e sul pragmatismo e che emana un fascino emotivo non indifferente. E’ il motivo per cui ho concordato di trascorrere una domenica in sua compagnia…
      Sono sicuro che in quella circostanza esploderanno altre sensazioni ed emozioni.
      Le farò sapere…
      Grazie e buon tutto…

      Vincenzo Fiore

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