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l’Animo dell’Italia

Com’è potuto accadere un contagio così rapido, letale del Covid19 nel nostro Paese?

Quando passerà l’epidemia?

Questa epidemia passerà, come altre in passato?

Dipenderà dalla forza con cui sarà combattuta?

Dal senso di responsabilità di ognuno di noi, dal cittadino più sprovveduto al più colto, dal senso di autorevolezza delle autorità locali e nazionali?

Dal decisionismo senza se e senza ma del Governo?

Domande che ognuno di noi si pone e a cui non è facile dare risposte.

Un fatto, però, è certo: non è più tempo di polemiche, non è più tempo di calcoli e calcolini per individuare la migliore tattica per sconfiggere l’avversario politico.

E’ tempo, e siamo in notevole ritardo, di unire le forze e battersi con un’unica strategia per sconfiggere il mostro invisibile.

Poi verrà il tempo per dissotterrare l’ascia della polemica politica e individuare i colpevoli delle eventuali manchevolezze e di quanto non si è fatto.

Oggi interessa salvare il maggior numero possibile di vite umane e non assistere più ai cortei di camion colmi di bare e non leggere più interviste drammatiche come quella rilasciata a “Repubblica” dal Responsabile del reparto di malattie infettive del Policlinico di Bari, Gioacchino Angarano, che, per quanto riguarda la Puglia, dice:

”Finora abbiamo visto soltanto scaramucce. Le vere battaglie le combatteremo fra qualche giorno. Ormai nei reparti non ci sono più soltanto pazienti provenienti dal Nord, ma gente che è rimasta contagiata per focolai originati qui in Puglia. Per questo abbiamo disperato bisogno di medici e infermieri, altrimenti non si va da nessuna parte perché i casi aumenteranno in maniera verticale”.

E per avere uno spaccato dello stato d’animo dell’Italia in questo particolare momento abbiamo raccolto alcune riflessioni, opinioni, preghiere, poesie di alcuni nostri lettori, a cui va il nostro ringraziamento,  che hanno risposto alla richiesta di ScrepMagazine, promossa in collaborazione con il Direttore Editoriale, Giuseppe De Nicola.

Adriano Buzzanca di Bari, anni 45:

“In questo devastante momento per il nostro Paese guardo l’impegno la dedizione, l’abnegazione di medici, infermieri e personale sanitario.

Lascia perplessi la mancanza di strumenti di protezione per questi operatori della sanità impegnati in prima linea e che continuano a fare il loro lavoro a rischio della loro vita aiutando gli altri.

È doverosa la riflessione sul fatto che la politica dei tagli nella sanità in primis e nei servizi pubblici non ci può essere.

Quanto accade deve essere di insegnamento.

I tagli vanno fatti su altro, va intensificata la lotta all’ evasione e alla corruzione per recuperare danaro.

La pubblica amministrazione non è un’azienda e renderla tale pregiudica sicuramente la collettività e l’interesse pubblico e tende a vulnerare quei valori che nella costituzione sono stati magistralmente definiti dai nostri padri costituenti”.

 Serilu Serena Ciotta di Agrigento, anni 43:

“Io posso testimoniare che all’ Ospedale della mia città, Agrigento, si attendono i presidi da molti giorni. Addirittura una mia cara amica che lavora in ospedale ci ha chiesto di realizzare mascherine a casa con lenzuola e tessuti vari.  Dovrebbero essere equipaggiati anche di occhiali e tute anti contagio e qui… cuciamo mascherine!!!”

Ida Panza di Vena di Maida, provincia di Catanzaro:

“Mai come in questo momento occorre riflettere sull’importanza di adottare comportamenti responsabili: l’attenzione alla propria salute passa attraverso quella alla salute di tutti.

E speriamo anche nell’optimum delle situazioni sperimentabili: non solo riflettere, ma anche agire di conseguenza, se possibile. Grazie a chi lo farà.

Giuseppe Ceddìa di Bari, 42 anni:

“Vi siete chiesti come mai in Cina il problema si sia risolto e il contagio non si sia diffuso?

Ve lo dico io, cari filo-occidentali!

Perché la città coinvolta è stata isolata in tempo!

Perché quando è stato diffuso lo stato d’emergenza, per strada non camminava nessuno!

E per nessuno intendo “NESSUNO”, non la concezione nostra di “nessuno” che prevede almeno dieci persone a isolato!

Avete capito, cari soggetti che andate demonizzando gli altri per elevare lo spirito del popolo italiano?

E certo, la Cina è una dittatura, se qualcuno camminava per strada lo sparavano!

A voi dovrebbero sparare, irresponsabili!

La vostra ignoranza danneggia me, danneggia tutti quelli che stanno rispettando le regole!

Tutti ora a farsi la corsetta, a portare il cane a dieci chilometri, a bersi la birretta agli angoli come se nulla fosse!

L’Italia è arrivata tardi, ecco perché la situazione è questa, per non parlare di quei sottosviluppati che hanno pensato bene di venirsene al Sud dal Nord!

La verità è che se avessimo un governo (ma soprattutto un popolo) con le palle, la situazione non sarebbe questa!

Onore alla Cina quindi!

Onore a una nazione che ci sta aiutando, mentre Francia e Germania ci hanno voltato le spalle, onore a chi sa risolvere un problema, a chi riesce a mettere su un ospedale in una settimana!

E non noi, poveri bradipi dell’evoluzione.

Questa è una vergogna, abbiamo fatto la storia dell’arte, della letteratura, ecc. e per questo dovremmo sentirci sempre col sedere coperto?

E no!

Questo stato delle cose è “anche” (e non voglio osare dire soprattutto) colpa di questo popolo di irresponsabili, qualunquisti, egoisti, individualisti, narcisisti, ignoranti!”

Giusy Nicolardi di Otranto:

Che dire… qui la situazione è triste, siamo chiusi in casa, non ci fanno uscire fuori dal comune di residenza!

L’unica cosa che spero è che tutto questo passi presto… troppe vite spezzate!

Damiana Riccardi di Bitonto, anni 70:

“Mi si chiede una opinione sulla situazione sanitaria che viviamo…e cosa potrei dire di diverso di quanto non abbia già abbondantemente scritto e commentato in questi giorni?

L’iniziale epidemia da molti parrucconi presa sottogamba si è poi trasformata in pandemia grazie alla tanto decantata globalizzazione.

Il nostro Paese penalizzato alla massima potenza per la cattiva gestione della sanità pubblica a favore di quella privata e di tasche individuali.

La Puglia privata di molti ospedali che ora sarebbero stati utili e che ancora ci si rifiuta di riattivare a favore di fantomatiche nuove strutture da costruire in tempi brevi.

La scontata italianità che viene fuori attraverso gli sciocchi slogan tipo “andrà tutto bene” “siamo italiani ce la faremo” o i flash mob, chitarra e mandolino (io la luna e tu) sui balconi, mentre i camion militari trasportano i morti bergamaschi agli inceneritori.

Il nostro meridione finalmente non accusato di sporcizia, delinquenza, lavoro nero  o qualsivoglia altra cosa viene però inondato e ovviamente contagiato da sciocchi untori scappati o volutamente lasciati scappare per non ingolfare gli ospedali dai loro luoghi di permanenza a scapito di genitori, nonni, zii e parenti vari.

Ragazzi e insegnanti, che sempre tra i primi a voler stare a casa, d’improvviso si scoprono amanti della scuola e dello studio sfornando (questi ultimi) compiti su compiti telematici.

Un governicchio che tenta in tutti i modi di arginare l’emergenza senza decidersi ad usare le maniere forti per paura che le faziosità di partiti e di politici all’opposizione, non c’è unità di intenti neanche in simili situazioni, trovino gioco facile per mandarlo a casa… e nel frattempo la gente sciala per le strade mentre altri muoiono.

Una Europa disattenta e matrigna che non solo ci ignora ma addirittura ci calpesta condannandoci per l’eccessivo numero di gente anziana nella nostra popolazione!

E per ultimo ma non ultimo noi anziani ridotti a dei numeri e basta.

Noi, che abbiamo fatto l’Italia dopo la guerra, noi, che siamo gli artefici di quel boom economico che ci vide potenza competitiva con Inghilterra e Francia e seppe dire un NO forte e chiaro all’arroganza degli USA, oggi siamo le vittime sacrificali di una cattiva gestione sanitaria e di una società allo sbando”.

Nicola Petruzzi di Roma, 55 anni:

“Dal 10 marzo sono a casa.

La mia azienda fin dal primo momento fortunatamente ha adottato tutte le procedure per consentire il lavoro da casa.

Ho potuto continuare a svolgere le solite attività con regolarità.

Dopo dieci giorni, quasi come un automa, passo il mio tempo davanti allo schermo del computer: le email, il telefono, le video conferenze con i colleghi.

Tutto apparentemente normale.

Le cose vanno avanti come prima.

Ma è cambiato tutto.

E forse tutto cambierà per chissà quanto tempo.

Là fuori c’è Roma, la sua bellezza, le sue periferie abbandonate e la sua maestà. Tanto silenzio. Pochi movimenti.

Dove sono i passanti, le facce degli sconosciuti, i tanti che distrattamente incontravo ogni giorno per strada, negli uffici, nei negozi, nel traffico?

Mi manca tutto. Mi manca incredibilmente tutto.

E mi mancano gli affetti più cari.

Mia figlia, il marito e mio nipote che non posso incontrare.

 Francesco ha poco più di un anno.

È felice di vedere sempre intorno a se mamma e papà ma la vita anche per lui è cambiata.

Si chiederà, perché?

Scaccio i cattivi pensieri, le preoccupazioni per il futuro, la paura del contagio, il dispiacere per chi soffre e sta male, il dolore per chi non c’è più.

Torno davanti al mio computer.

Provo a distrarmi e penso: torneremo ad abbracciarci?

Sì, torneremo ad abbracciarci e a stringerci forte fin quasi a farci male.

Anna Rapallo Pisacane di Salemi, 57 anni:

“Ogni mattina mi sveglio con la speranza che possa essere un giorno migliore…migliore a cosa?

Ad avere meno contagi, solo perché molta gente non si è ancora resa conto della gravità della situazione.

Vivo a Salemi, un Comune di 10.000 anime dove già abbiamo 6 contagiati e due focolai attestati dalle autorità competenti, contagi che sicuramente cresceranno in maniera esponenziale.

Faccio parte della Protezione Civile e fino ad oggi sono stata al telefono del C.O.C in turni che ti fanno tornare a casa sfinita.

Da oggi, per i miei pregressi problemi di salute oltre che per l’età, 57 anni diventano tanti, ho deciso di rimanere a casa.

Il contagio può avvenire senza accorgermene malgrado guanti e mascherina, ed il mio fisico non lo sopporterebbe…

Lo debbo a me stessa, a mio figlio ed a mio marito.

Credetemi chi ha deciso come me di essere un Volontario non accetta facilmente questo dato di fatto, ma prima di tutto viene la propria incolumità.

Se preservo oggi la mia salute, posso essere utile prossimamente agli altri, in altri contesti ed altre situazioni di emergenza.

Dura da accettare, ma molto vicina ai ragazzi del Gruppo di Protezione Civile Comunale di cui faccio parte, che, con grandissimo spirito di sacrificio, stanno assicurando un servizio alla nostra comunità.

Hanno messo in secondo piano il loro lavoro, i loro interessi personali e soprattutto la loro famiglia, che sicuramente avrebbe preferito saperli a casa.

I turni sono lunghi ed anche molto faticosi: il telefono inizia a squillare la mattina alle 8.00 e finisce la sera alle 20.00.

Informazioni, autodenunce, richieste di spesa, di medicine ed ancora trasmissione dati, briefing di servizio quando le situazioni si complicano, servizio spesa, consegna medicine per le squadre che stanno fuori, informazioni con banda acustica per le strade.

Quando si torna a casa, si arriva stanchi, lasci tutti i vestiti fuori perché hai il terrore di potere contagiare qualcuno della famiglia.

Hai paura, paura che ti accompagna sempre…

Una minima svista e puoi compromettere la tua salute e quella dei tuoi cari.

Il tutto solo perché hai un cuore grande, perché vuoi aiutare gli altri…

Lo fai in maniera gratuita, lo fai perché sei un Volontario e un Grazie ti basta.

Adesso da casa, sono io a ringraziarli, sono vicina a loro, sperando che il grande sacrificio che stanno facendo possa fare capire a tutti che bisogna stare a casa.

Sono la mia seconda famiglia, raccomando a loro la massima attenzione per poterli riabbracciare presto.

Perché dopo un inverno c’è sempre una primavera, e noi tutti la festeggeremo presto, ne sono sicura!

Lizia De Leo di Bitonto, 75 anni:

“Caro Vincenzo, essendo più portata per la poesia, scelgo di rispondere così…

PRIMAVERA AL CORONAVIRUS

Nasce la meraviglia
per il risveglio primaverile
eterno e presente mistero
nonostante il gelo, la siccità,
le tragiche vicende del virus
l’apparente fragilità dei fiori.

E invece ad essere fragili
siamo noi umani
quando la Natura si ribella
e ci induce a confrontarci
con la nostra estrema
vulnerabilità.

Rossella D’Aprile di Gioia del Colle, 50 anni:

“Buonasera Vincenzo, chi l’avrebbe mai detto che nel 2020 ci saremmo trovati in una situazione che mai avremmo immaginato?

Noi sempre presi dall’ansia del tutto perfetto concentrati sull’ oggi e sul domani sempre migliore.

Dove siamo oggi?

Una domanda che se riflettiamo un attimo ci porta nel panico!

Nell’impotenza più vera: un nemico invisibile che si è impadronito della nostra libertà.

Libertà dell’incontro con gli altri sul lavoro e con gli affetti più veri, più grandi come incontrare nostri genitori fragili e anziani.

Ma tutto scorre.

Scorre con rabbia, per i conti che non tornano, su tutti gli errori compiuti.

Scorre la tristezza dei morti che ci stiamo piangendo, vittime di un qualcosa più grande di noi che non sappiamo gestire.  

Da questa situazione ne usciremo… come però non lo so.

Più fragili? Più forti?

Cerchiamo di essere uomini, più capaci di ragionare, di riflettere, di guardare oltre. Vincenzo questo è il mio pensiero, forse pasticciato ma dettato dal mio sentire  emotivo. Ora auguriamoci adesso più che mai di dimostrarci Uomini, di avere la forza di fronteggiare questa emergenza con lucidità, intelligenza e soprattutto unione.

Nicola Pice di Bitonto, anni 72:

Canta così nel suo racconto di Pandora il poeta antico:

“Mali infiniti errano in mezzo agli uomini / piena di mali la terra, pieno il mare; / morbi s’aggirano in silenzio di notte / e di giorno tra gli esseri umani / portando loro in silenzio il dolore, / perché ad esso tolse la voce il grande Zeus” (Esiodo, Opere, 100-104).

Gli faceva eco secoli più tardi un altro grande poeta:

“Quando gira nell’aria un morbo l’animo spesso vaga smarrito, perde la ragione e dice parole senza senso e spesso cade in un lungo sopore profondo, gli occhi s’offuscano e il capo penzola, non sente più voci, non riconosce i volti di chi lo circonda in preda al pianto. Perciò si deve ammettere che anche l’animo si sgretola, una volta che si diffonde il virus. Il morbo malefico è causa di morte per molti” (Lucrezio, de rerum natura, III, 463-471).

Oggi in questo tempo di coronavirus sembra che la luce insegua ogni nascondiglio e la mente di ciascuno di noi sia come pietrificata.

Il silenzio soffoca il grido di angoscia e la morte incombe nei gesti e nelle cose della realtà.

Oggi pensi che non ci sia parola che possa guarire, anzi che la parola taccia e tutto diventi un mare di silenzio nello smarrimento di ogni sentimento umano.

Eppure bisogna essere più forti della non speranza…

Maurizio Loragno di Bitonto, anni 49:

Quando il virus, il coronavirus, è arrivato in Italia, forse, era già troppo tardi.

E, infatti, all’inizio, ad impadronirsi della scena è stata la Politica.

Da una parte chi ostentava eccessiva sicurezza e dall’altra chi esagerava con le preoccupazioni.

Da una parte chi chiedeva interventi immediati e dall’altra chi ha lasciato che gli eventi rendessero necessarie le restrizioni.

Poi la chiusura delle scuole.

Ma anche allora, per alcuni, si è trattato di “vacanze inaspettate”.

E dopo, ogni giorno un provvedimento (più) restrittivo.

E quando il virus ha bussato a “casa nostra”, solo allora, abbiamo capito che tutto era reale.

Sarà il mio pessimismo (che ogni giorno mia moglie mi rimprovera), sarà che vedo troppi film (“Virus letale” con Dustin Hoffman e Rene Russo, in testa), sarà per la “capacità” di guardare oltre ma… la situazione, a me, ha dato da pensare sin da subito.

Oggi siamo chiusi in casa, con figli “impreparati” a gestire lo “studio a distanza” (con la Scuola che, oggi più che mai, ci manca e non perché teneva a parcheggio la prole); chiusi in casa ma con il pensiero a quanti devono, comunque, uscire per andare al lavoro e a quanti, invece, non possono perché le saracinesche delle loro attività devono rimanere chiuse.

A quanti sono gli “eroi” di questo Tempo.

E siamo chiamati ad essere forti, pilastri.

Chiamati ad essere come Roberto Benigni ne “La vita è bella”.

Perché se la realtà non è rosea, ai nostri “piccoli” non può essere mostrata.

Ma la speranza che ne usciremo non può e non deve lasciarci, neanche per un secondo, a patto che ognuno faccia la sua parte, con responsabilità.

Mario Sicolo di Bitonto, anni 47:

Siamo qui.

Tutti.

Chiusi in una muta quarantena, che somiglia ad una inesorabile attesa.

A furia di lavarci le mani come Pilato – specialità prediletta dai politici di ogni tempo, qualcuno potrebbe obiettare –, ci ritroviamo i dorsi piagati come quelli del Cristo trafitti dai chiodi di un dolore invisibile da vivere in collettiva solitudine.

Con gli occhi smarriti dietro sospirosi vetri, cerchiamo fuori per le strade vuote ignote vie di riposo, alla maniera dei poeti crepuscolari.

Già, ed è proprio quella sensazione di tramonto del cuore che ci attanaglia in questa prigione murata da attesa e silenzio.

Forse, avevamo pigiato troppo sull’acceleratore di questa turbo contemporaneità, lastricata di banconote e indifferenza, opportunismo e apparenza, insipienza e sicumera, tanto che un nemico subdolo e spietato, tanto minuscolo da essere vero, ci sta decimando inesorabilmente.

Ma che uomo rinascerà dalle macerie della sua protervia?

Saprà tendere la mano ai più fragili, dopo che lo siamo diventati tutti?

Saprà auscultare, anche nelle notti più buie, i più segreti palpiti del suo cuore, ora che non abbiamo altro da fare pure durante il giorno?

Saprà recuperare il calore autentico degli baci perduti e degli abbracci aboliti?

Sarà in grado di ricordare questi giorni feriti?

E che uomo verrà fuori dalla prigione del Coronavirus?

Verrebbe fatto di dire “chi vivrà, vedrà”, se non fosse che anche un’espressione così abusata come questa comincia a tremare paurosamente…

Da queste riflessioni ricaviamo che quella del Coronavirus è anche un’epidemia emotiva e il contagio è quello delle intelligenze degli uomini che si scambiano informazioni, notizie e la cui reattività è il seme positivo della forza immunitaria della società, come dire che le emozioni sono e costituiscono una risorsa, e non una ulteriore patologia.

… a cura di Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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