“A tu per tu con…” i germogli delle emozioni

111977

il cuore del Paese Italia

Gli anziani e la pandemia, la morte vissuta in solitudine e lontana dagli affetti più cari a cui un giorno tocca ricevere un’urna con le loro ceneri!

Tristezza infinita e ancor di più rabbia e tanto altro quando il nostro pensiero va alle notizie  che abbiamo appreso  nei giorni scorsi ma che probabilmente covavano sotto i tappeti degli ingressi delle RSA e che per gli sporchi guadagni si cercava di nascondere.

E oggi gli anziani, soprattutto chi ha i figli lontano per motivi di lavoro o rimasti soli, hanno gli occhi colmi di paura e di timore.

Si sa, per legge di natura, la morte arriva ma come ha detto Papa Francesco “in questi giorni di tanta sofferenza ha un non so che di ingiusto e tragico”.

E’ qualcosa che non si può vivere, anche perché, come afferma sempre il Papa, “i sogni degli anziani sono impregnati di memoria, e quindi fondamentali per il cammino dei giovani, perché sono le radici. Dagli anziani viene quella linfa che fa crescere l’albero, fa fiorire, dà nuovi frutti”.  

Ecco perché chi ha sbagliato nelle RSA deve pagare senza se e senza ma, né tanto meno il tutto potrà essere archiviato, prescritto o godere di qualsivoglia immunità penale e civile.

Lo loro scomparsa è perdita di esperienze, di racconti, di aneddoti, di favole che non potranno più essere raccontati con la loro tipica gestualità e mimica dei volti.

Si interrompe il reciproco raccontare e il raccontarsi.

Non si interrompe, però, il nostro racconto, il nostro viaggio alla continua ricerca delle emozioni che sempre più germogliano nel cuore della nostra Italia e dei suoi abitanti.

Chiara Antonini Vitali di Monterotondo, Roma, 57 anni, insegnante

Un signore di 85 anni è morto in una casa di riposo lasciando un testamento che è un atto di accusa nei confronti della nostra società.

Il Coronavirus ha portato alla ribalta le RSA ma, considerando che nelle RSA ci sono 300000 anziani, credo che questa realtà fosse sotto gli occhi di molti da molti anni.

Ma non vogliamo vedere.

Non possiamo accusare la “società” moderna che ci fa correre e non ci fa prendere cura dell’altro… non ci credo.

Ho visto persone che continuano a prendersi cura dei loro cari, non necessariamente anziani, a costo di sacrifici enormi, economici e non solo.

Eh, già, sembra che la permanenza nelle RSA tocchi solo il portafoglio ma in realtà tocca il cuore. Quante volte si sente dire “si, sta in una casa di cura, ma spendiamo parecchio, è un’ottima soluzione” oppure…”si, sta in quella casa di cura di cui non si parla bene ma non potevamo permetterci altro”..

Oltre a denunciare situazioni veramente scandalose, di case che più di riabilitazione erano già in tempi di “pace” case di attesa della fine, per le quali si prendeva comunque il contributo dallo Stato per l’occupazione del posto letto, c’è da recuperare il senso della parola sacrificio legata alla parola amore.

Conosco persone che per accudire il proprio caro, per estrema necessità in una di queste strutture, non mancano mai ai pasti e ai fine settimana, dimenticando anche riposo settimanale e ferie.

Si, stanno rinunciando a sé stessi per l’altro, il papà.

E non si professano Cristiani, ma stanno seguendo il comandamento dell’amore. Se si ama qualcuno si è disposti a sacrificarsi. E non bastano i soldi per ridurre il sacrificio.

Quando ebbi la mia prima figlia capii che da quel momento io avrei vissuto in sua funzione.

Il mio tempo non sarebbe più stato mio, i miei soldi non sarebbero più stati miei, la mia felicità sarebbe stata condizionata dalla sua e la sua salute sarebbe stata più importante della mia.
Quando la famiglia è cresciuta il bene (economico, di tempo, di cura) per me e mio marito è diminuito via via, ma abbiamo sempre messo al centro nostri figli.

E sono convinta, perché l’ho vissuto, che non è solo una questione di possibilità economica, i soldi non sostituiscono le ore passate accanto a tuo figlio a studiare, a parlargli.

Sembra che il discorso per gli anziani sia diverso ma non è cosi: papà e mamma, che magari ci hanno aiutato tutta la vita, nel momento in cui hanno bisogno di noi, diventano un problema.

Ci sottraggono energia, ci chiedono presenza.

Non è facile, anzi spesso diventa un problema grande visto l’età nostra che avanza.

Ma penso che, anche in questo caso, non possiamo far tacere la coscienza pensando solo al portafoglio o al nostro benessere.

La società del consumo ci è stata complice in questo egoismo di massa (non dimentichiamo che più persone sono abbandonate nelle RSA più chi le gestisce può fare come gli pare senza controlli o denunce), chi di noi non ha mai sentito qualcuno dire “mi voglio coccolare”?

Mi voglio coccolare… è una espressione che non sopporto.

Metto al centro me. Lavoro per coccolarmi, vivo per coccolarmi, spendo per coccolarmi.
Svegliamoci.

 Stare più di 40 giorni senza spendere in cose che non fossero strettamente necessarie forse ha fatto capire a qualcuno che vivere per comprare non è il fine dell’umanità.

E che l’unica legge che non tradisce è quella dell’Amore.

Maria de Sousa di Roma

Le 4 pareti della nostra casa sono il rifugio più intimo del nostro essere.  

Lì  dove possiamo essere noi   stessi,   stare   con   noi   stessi, staccarci dal mondo, affrontare i nostri demoni, prender decisioni che ci cambieranno per sempre.

Non sapremo mai se sia stato l’universo ad avere avuto clemenza e costringerci a fermarci confinati nelle nostre 4 pareti, così di colpo, così  all’improvviso.  

Arrabbiati,   delusi,   maledetti,   insofferenti, petulanti,  con  i  lavori  lasciati  a metà  in  ufficio,  con le  cause  da vincere in tribunale, e tanti soldi da guadagnare.

Non è un mistero per nessuno che l’universo ci sorprende sempre in maniera   cruda,   tagliente,   da   toglierci   il   fiato!   Per   la   prima   volta nell’esistenza di tanti, la nostra mente è cambiata. I nostri pensieri sono   altri,   forse   più   giusti,   più   umani.  

I   60   giorni   più   incerti   e turbolenti della nostra vita, senza poter nasconderci dietro ad una quotidianità fatta di un impegno dietro l’altro, con il solo obbiettivo di procrastinare il fatidico dialogo con la nostra mente.

Non abbiamo più scuse!

Allora siamo costretti al faccia a faccia con la nostra mente, con i nostri pensieri più profondi, più scomodi e spigolosi.

E ci arriva lo schiaffo in faccia da quella emozione rimasta in sospeso da tanti anni, perché faceva tanto male.

E’ ora d’affrontarla, di piangere, di districarla,   di   ripulirci   e   prendere   quella   decisione   rimandata all’infinito.

Ora o mai più!

Il senso di insicurezza si è fatto largo in noi.

La paura di non vedere più il sole che sorge l’indomani e i visi tristi dei nostri cari che rimarranno. L’incertezza di un male che sta portando via tanta gente e di cui si conosce così poco.

Allora tutto diventa chiaro e trasparente.

E la sensazione di essere fortunati, in salute, in vita, protetti dietro 4 pareti insieme alle persone che si amano, è di colpo l’unica priorità.

L’unica cosa che conta.

E allora la vita rallenta, ci ne accorgiamo che non serve più correre dietro agli appuntamenti, alle persone, alle opportunità.

Abbiamo già tutto quello di cui abbiamo bisogno: l’amore e l’affetto dei nostri cari e poco più. Questo amore conflittuale, a tratti pungente, doloroso, ostile, ma che la sera torna sereno, con abbracci e baci avvolgenti fino al sorgere del sole.

Giorgio di Napoli,  56 anni, marinaio

Sono nato in una famiglia poverissima.

Casa mia?

Una stanza di piccole dimensioni in un palazzo costruito adiacente al mare.

Mamma era una donna meravigliosa, papà forte e coraggioso.

Non avevano nulla e da bambino amavo correre sulla spiaggia e giocare con tutto quello che galleggiava.

Ero in continuo contatto con la natura.

Anche se eravamo ai piedi di Cristo, verso sera, nel momento in cui il sole baciava il mare, la mamma ci riuniva vicino alla finestra e con chiarezza iniziava a raccontare storie ricche di colpi di scena con parole affettuose, umili, poetiche: ancora oggi provo una grande emozione ogni volta che le riporto alla memoria.

Parole semplici, autentiche, capaci di annullare qualsiasi distanza.

Quei racconti brevi ma fantastici mi colpirono e mi incuriosirono così tanto da farmi scegliere il mare come amico ed il vento come compagno di viaggio per scoprire dove il sole andava a nascondersi.

Io credo che oggi per il virus tutti  ci siamo fermati almeno un istante per riflettere, per tirare un bilancio delle cose che abbiamo visto e vissuto.

Siamo in un nuovo tratto di vita dove il dolore è presente, profondo, protagonista del nostro pessimismo e del nostro sconforto.

Una riflessione ci tocca, però!

Non possiamo non vedere i danni irreparabili che l’essere umano ha causato all’ambiente, alla natura e quindi a se stesso.

Così come credo che sia arrivato il tempo di prendere posizione di fronte alle scelleratezze della politica italiana ricca di tecnicismi, di enti, circa 400, luoghi di potere che producono sprechi inutili, incapaci di prevenire e attuare misure adeguate a proteggerci.

Una politica brava soltanto a generare burocrazia che ingolfa le normali attività di qualsiasi cittadino.

Questa politica che non ha cuore e dimostra sempre più di avere la testa distratta in continuazione dal potere  meriterebbe un processo stile Norimberga per individuare i responsabili dei tanti morti, dei danni economici e di quant’altro tutti provocato per non aver preventivamente messo in campo misure di protezione adeguate a fronteggiare il virus.

C’è bisogno di una legge elettorale oggettiva che tagli qualsiasi convivenza tra politica, poteri forti e malaffare.

La politica ha bisogno di una nuova fase, aperta verso scelte che sappiano brillare per condivisione e sappiano offrire ai giovani l’opportunità di riscoprire ideali sempre vivi, profondamente attuali, soprattutto in un momento storico come questo dove c’è bisogno di un alto senso di responsabilità nei confronti dell’altro e di farsi carico con disinteresse dei problemi della comunità.

Comunità è una parola importante, perché racchiude il senso di appartenenza alla realtà, che si basa su autentica e vera relazione con gli altri.

Questo è il significato di circa due mesi di disagio sanitario e sociale,  irrobustito da pensieri sospesi tra la tristezza, l’amarezza e la nostalgia che non si potrà tornare a vivere come una volta e che l’essere umano può scomparire per un minuscolo e invisibile virus.

Sono un uomo che ha a che fare con il mare,  dove ci vivo e dove, in un modo o nell’altro, mi guadagno da vivere.

Mi ha insegnato tante cose, che ora metto in atto.

Quando in mare ti trovi in una tempesta e non è possibile trovare un riparo, quando hai la responsabilità della vita del tuo equipaggio, quando tutto sembra perso, è allora che non devi perdere la calma.

Bisogna mettere tutto in sicurezza, fare di tutto affinché la nave non prenda botte di mare per non subire danni.

Bisogna anche sapersi preparare al peggio e in caso di affondamento con calma e tranquillità distribuire i salvagente.

Poi aspetti… e quando il mare è incavolato, devi abbassare la testa e lo assecondarlo.

E ognuno deve fare la sua parte, dal Comandante al mozzo.

Tutti uniti con l’unico scopo di salvare la vita, se possibile la nave.

Oggi da voi mi aspetto che non perdiate la calma.

Mettete in sicurezza le vostre famiglie e distribuite sorrisi.

Ci vorranno giorni, settimane, il tempo necessario ma la tempesta passerà.  

Ci vorranno giorni, settimane, il tempo necessario ma la tempesta passerà e proverete l’immensa gioia di aver rimesso  il piede in porto.

Ora siamo in una gran tempesta, ci bruciano gli occhi per gli spruzzi dell’acqua di mare, le ginocchia fanno male per i molti lividi per gli scivoloni presi.

Ma prima o poi rimetteremo i piedi a terra, sulla banchina.

Paola Budini di Castelfidardo, Ancona, avvocato

Il periodo che stiamo vivendo è tragico e difficile da superare.

Fare fronte ad una simile emergenza è complicato e non mi sento di fare polemiche o rimproveri nei confronti di chi ci governa.

Gli errori sono inevitabili, siamo tutti esseri umani con le nostre capacità e le nostre manchevolezze.

Con un’ondata così improvvisa di un virus sconosciuto, non si possono chiedere miracoli.

La solidarietà e la tolleranza possono alleviare la sofferenza, il rispetto delle regole è indispensabile per il contenimento di questa terribile pandemia.

Katia Attardi di Partinico, 52 anni, casalinga

Ringrazio vivamente Vincenzo Fiore per avermi dato l’opportunità di esprimere la mia opinione sul momento che stiamo attraversando, su cui ho  un personale punto di vista: quello di vedere il tutto come se fossi immersa in una vasca con la sola faccia fuori per respirare…

Non ho le competenze necessarie per fornire una soluzione pratica e di conseguenza lascio a chi è esperto nel settore a fornire soluzioni utili per darci una mano ad uscire quanto più incolumi da questa situazione.

La sensazione, però, che risalta è che non sono né i soldi né il potere capaci di risolvere la questione.

Personalmente mi auguro che questa lezione, perché è così che la considero, ci dia il modo di riflettere su come sia importante rispettare gli “altri” .

Gli uomini non devono essere valutati in base al proprio portafoglio, visto che non sarà certo quello a proteggerlo da tali eventi.

L’invito pertanto che rivolgo soprattutto ai nostri giovani è quello di essere il più possibile collaborativi con il mettersi a disposizione di chi ha bisogno, senza cercare di imporsi con atteggiamenti di forza, prepotenza e arroganza.

Mi auguro che il tutto possa avere la parola “fine” il prima possibile e che tutti possiamo tornare alla nostra quotidianità godendo della nostra libertà, con la consapevolezza che questo tragico evento possa averci  eventi insegnato il modo di apprezzare di più la vita e coloro che ci accompagnano in questo cammino. Grazie…

Antonella Gulmini di Cervia, 66 anni

Ciao Vincenzo,  posso dirti che  mi sembra di vivere in una bolla, separata dal resto del mondo con la tristezza che mi accompagna tutti i giorni, ma anche con la speranza che tutto svanisca così com’è comparso.

In noi da questa vicenda ha preso piede la consapevolezza che non siamo immortali e tutto può cambiare in un minuto.

Un caro saluto e buon lavoro.

Cinzia Castellana di Martina Franca, 54 anni, ragioniera ma ora mamma a tempo pieno con la passione della poesia e grande  cultrice del dialetto martinese

È passato più di un mese da quando il covid 19 ha stravolto i ritmi delle nostre vite costringendole a una necessaria quarantena.

Una quarantena che ha fissato una distanza sociale penalizzando soprattutto gli affetti più cari: nonni e genitori privati della compagnia di figli e nipoti, nipoti che portano lo stesso nome, che hanno cresciuto, accudito, coccolato e viziato, nipoti che per molti sono una ragione di vita.

Non è stata una bella Pasqua per loro, confinati nella loro solitudine.

Non tutti vivono con i figli o hanno un congiunto, non tutti hanno o sanno usare le nuove tecnologie: eppure continuano a dimostrare tanta forza di volontà.

Ne hanno superate tante, sanno che sono i più esposti e tanti non ce l’ hanno fatta!

In cuor loro l’angoscia genera ansia, si aggrappano alla fede, al rosario sempre stretto fra le mani e restano un grande esempio di vita.

Ogni volta che chiamo mia madre mi dice: “Comə stĕ’,stĕ,’ bbónə? Jĕ’ stóchə bbónə, na’ mə manghə nûddə pə l’aióutə d’u Səgnòrə, mə raccumànnə a vôgguə, jə’ préjə sĕmbə pə tûttə…” ossia “Come stai, stai bene? Io sto bene, non mi manga niente con l’aiuto del Signore, mi raccomando, io prego sempre per voi e per tutti”.

Il suo primo pensiero è rivolto alla nostra salute… mi commuove… è forte il desiderio di abbracciarla…

Non ho parole… La grandezza del loro cuore supera tutti i confini!

Il mio pensiero stamattina è andato a loro, a mia madre che a 83 anni vive sola, ai miei nipoti lontani e a tutti voi amici che soffrite per la lontananza dei vostri affetti più cari.

Annarita Ancona di San Salvo, avvocato

Un periodo storico difficile che ci invita all’isolamento ma anche alla riflessione.

Ora sappiamo di essere distanti, lontani fisicamente l’uno dall’altra ma forse più vicino di quanto fossimo mai stati.

I nostri pensieri per un oggi difficile e un domani incerto, i timori per il bene più grande, la salute e la vita di chi ci è caro, ora più che mai sono gli stessi.

E si ode una preghiera comune che rompe anche il silenzio più assordante del cuore meno credente.

Forse solo adesso, tutti quanti, stretti dalla tribolazione, ci riconosciamo fratelli e con fermezza sappiamo che terremo duro, fino alla fine, perché in fondo noi siamo forti.

Siamo Italiani.

Francesca Patitucci, calabra di nascita, vive a Salerno, 53 anni, Humana Resources Assistant in Nephrocare Spa, Salerno

 E arranco confusa nel marasma che dilaga nelle nostre coscienze, per capire cosa ci sta divorando.

Chi ha preso in mano la nostra vita e l’ha stravolta senza preavviso?

Chi ci ha privato delle persone care, amici, compagni di una vita, senza darci il permesso per l’ultimo saluto?

L’invisibile ci ha tolto il senso della prospettiva, della progettualità, elemento fondamentale e cibo per il nostro cammino terreno.

Noi, anime senza pudore, abbiamo lasciato che la violenza e il potere avessero il sopravvento sulla meraviglia del nostro “sostare” su questa bellissima terra.

Nulla ci chiedeva in cambio se non un po’ di rispetto!

L’abbiamo calpestata con il nostro misero egoismo.

E ora… non rimane che morte, solitudine, paura per l’incomprensibile.

Le strade sono vuote, i bambini costretti a giocare in casa e non poter gioire dell’aria di cui Iddio ci volle far dono.

Cosa sarà di noi… domani?

Quali certezze potranno sedare la metamorfosi interiore che ci ha visti protagonisti del vuoto assoluto?!

A sera, la malinconia struggente di questo non vivere mi assale, come un cappio che si stringe intorno al collo… di cui non riesco a liberarmi.

Ma, al sorgere del sole mi tiro su, con tutte le mie forze e dico che forse non tutto è perduto…il dolore ci forgia.

E su un terreno ormai arido e assetato possiamo ancora piantare un fiore.

Il fiore della speranza, della redenzione e del mea culpa.

Le coscienze risorgeranno a più miti e profondi valori.

Noi siamo ancora qui, insieme possiamo cambiare,  insieme ci rialzeremo, con le cicatrici che avranno sete di vendetta…La vendetta dell’amore!

Gina Falchi di Macomer, 45 anni, Insegnante

In questo Paese ci siamo fermati il 22 marzo.

Il 4 maggio, con tempi e modalità ancora non chiare, si ripartirà.

Si legge da subito che tutto cambierà,  certezza misurata in base a dati sconosciuti, perché non sappiamo effettivamente se questo virus ritornerà ad ottobre e di certo non si potrà fare la cinquantena o la sessantena.

La storia insegna che anche le peggiori epidemie, una volta passate, hanno permesso la ripresa di ritmi di vita normali, dopo aver mietuto un numero di gran lunga più considerevole di vittime. 

Con questo virus invece sembrerebbe di no.

Con questo virus dovremo praticamente abituarci anche a prenotare il parrucchiere online.

Si preannunciano estensioni degli orari lavorativi, modernamente definiti flessibilità, che prefigurano scenari lavorativi dalle 6.30 del mattino fino alle 21.30 della sera e oltre. 

Nelle dittature comuniste come quella cinese, effettivamente, questi orari sono la norma.

Sarebbe questo il futuro?

Un mese di fermo come la chiusura estiva per le ferie senza urti e contraccolpi socio-economici, invece siamo di fronte a scenari apocalittici di disastri economici che toglieranno diritti, rendendo il lavoro più flessibile,  ma solo per necessità,  con il conseguente aumento dei prezzi per tutte le prestazioni e del costo della vita in generale con l’ulteriore impoverimento di tutti.

Le compravendite online saranno ancora più diffuse, e con esse il relativo tracciamento di quelle abitudini che, in realtà, sono già tracciate, anche se ci piace pensare che non lo siano.

Fisseremo gli appuntamenti da estetiste e parrucchieri solo in rete, le piccole attività forse spariranno perché non garantiranno lo spazio vitale sanitario, la riduzione dei clienti li costringerà a chiudere, come  alcune  palestre, alcuni saloni di bellezza e tutti gli esercizi che non hanno ampiezza di spazi per il distanziamento sociale.

Ma veramente si può pensare di vivere così il futuro?

Nemmeno nei peggiori film di fantascienza sono mai stati paventati scenari tristi come quello che ci raccontano i numerosi scienziati che si presentano in tv spaventandoci con una scienza opinabile,  viste le numerose e varie teorie, molte di esse strampalate.

La scienza vera,  che è un qualcosa di esatto per definizione, si è persa nella paura generata dal COVID-19.

Veramente ci fidiamo di farci organizzare il futuro da questi incompetenti che ci stanno indirizzando verso una nuova schiavitù?

Manca l’aria solo a pensarci.

Certo è che la ratio è stata accantonata a vantaggio del metus mortis, la paura della morte,  la neo-religione con cui tenere a bada le masse.

Di fatto la più antica, perché le moltitudini da sempre si tacitano con la paura e la superstizione.

E l’aria non può e non deve mancare a tutta quella generazione di ultra sessantacinquenni che stanno passando per soggetti fragili come non può passare sotto silenzio la voce della solita Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ha proposto di “tenerli al sicuro”, in casa, sino a Natale, belli e impacchettati.

Questa non è vita, questa è segregazione, questa è ideologia da campi di concentramento  dove la morte non arriva per polmonite interstiziale ma per asfissia psicologica procurata per mancanza di affetti, di carezze, di dolcezze, di relazioni sociali.

… a cura di Vincenzo Fiore

Previous article“Impossibilità” di Maurizio Gimigliano
Next articleCarlo Frisi: un Volto, tanti Personaggi
Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here