Francesco Danieletto e il poeta Nâzim Hikmet Ran

Sono nato nel 1902

non sono più tornato

nella città natale

non amo i ritorni indietro

quando avevo tre anni abitavo Alep

con mio nonno pascià

a 19 anni studiavo a Mosca

all’università comunista

a 49 ero a Mosca di nuovo

ospite del comitato centrale

del partito comunista

e dall’età di 14 anni

faccio il poeta

alcuni conoscono bene le varie specie
delle piante altri quelle dei pesci
io conosco le separazioni
alcuni enumerano a memoria i nomi
delle stelle io delle nostalgie
ho dormito in prigioni e anche in alberghi di lusso
ho sofferto la fame compreso lo sciopero della fame
e non c’è quasi pietanza
che non abbia assaggiata
quando avevo trent’anni hanno chiesto
la mia impiccagione
a 48 mi hanno proposto
per la medaglia della Pace
e me l’hanno data
a 36 ho traversato in sei mesi
i quattro metri quadrati
di cemento
della segregazione cellulare
a 59 sono volato
da Praga all’Avana
in diciotto ore
ero di guardia davanti alla bara di Lenin nel ’24
e il mausoleo che visito sono i suoi libri
hanno provato a strapparmi dal mio Partito
e non ci sono riusciti
e non sono rimasto schiacciato
sotto gl’idoli crollati
nel 51 con un giovane compagno
ho camminato verso la morte
nel 52 col cuore spaccato ho atteso la morte
per quattro mesi sdraiato sul dorso
sono stato pazzamente geloso delle donne ch’ho amato
non ho invidiato nemmeno Charlot
ho ingannato le mie donne
non ho sparlato degli amici
dietro le loro spalle
ho bevuto ma non sono stato un bevitore
ho sempre guadagnato il mio pane
col sudore della mia fronte
che felicità
mi sono vergognato per gli altri e ho mentito
ho mentito per non far pena agli altri
ma ho anche mentito
senza nessun motivo
ho viaggiato in treno in aeroplano in macchina
i più non possono farlo
sono stato all’Opera
i più non ci vanno non sanno
nemmeno che cosa sia
e dal ’21 non sono entrato
in certi luoghi frequentati dai più
la moschea la sinagoga la chiesa
il tempio i maghi le fattucchiere
ma mi è capitato
di far leggere la mia sorte
nei fondi di caffè
le mie poesie sono pubblicate
in trenta o quaranta lingue
ma nella mia Turchia
nella mia lingua turca
sono proibite
il cancro non l’ho ancora avuto
non è necessario che l’abbia
non sarò primo ministro
d’altronde non ne ho voglia
anche non ho fatto la guerra
non sono sceso nei ricoveri
nel mezzo della notte
non ho camminato per le vie
sotto gli aerei in picchiata
ma verso i sessant’anni mi sono innamorato
in una parola compagni
anche se oggi a Berlino sono sul punto
di crepare di tristezza
posso dire di aver vissuto
da uomo
e quanto vivrò ancora
e quanto vedrò ancora
chi sa.

Questa, caro Francesco Danieletto, è l’autobiografia in versi di Nâzim Hikmet Ran. Ora, visto il tempo che hai dedicato a Nazim per studiarlo e approfondire il suo messaggio poetico, in vista di una serata che, in un prossimo futuro, l’Associazione La Pentola dei Nodi di Dolo, di cui ti onori di essere il Presidente, gli dedicherà, gradirei che mi introducessi nella sua conoscenza.

Per me, caro Vincenzo, è un gran piacere.

Nâzim Hikmet Ran nasce a Salonicco da famiglia agiata e  aristocratica il 20 novembre 1901 ma registrato il 15 gennaio 1902.

Il padre, Hikmet Bey, era un diplomatico, figlio di Çerkes Nâzim Pascià, console turco, oltreché autore di poesie e racconti brevi, da cui i genitori presero il nome per il futuro poeta, mentre la madre, Ayşe Celile Hanim, proveniente da famiglia aristocratica di origini polacche, era una pittrice, appassionata di poesia francese, in particolar modo di Lamartine e Baudelaire.

A 18 anni Nâzim si unisce a Kemal Ataturk, il padre della moderna Turchia, il Garibaldi e il Cavour dello Stato turco, condividendo la sua lotta per l’indipendenza, ma ben presto si lascia attrarre dalla rivoluzione d’ottobre e si reca in Russia dove trascorre alcuni anni.

Dopo il suo ritorno in Turchia nel 1928 Hikmet aderisce al Partito Comunista turco  e scrive articoli, testi teatrali ed altri scritti.

Condannato alla prigione nel 1929 per affissione irregolare di manifesti politici, trascorre circa cinque anni in carcere, ma viene amnistiato nel 1935.

In questo periodo scrive nove libri di poesie che rivoluzionano con l’uso di versi liberi la lirica moderna turca.

Si sposa con una donna che aveva già dei figli e, per mantenere la famiglia e la madre rimasta vedova, lavora anche come rilegatore di libri.

Dopo la morte di Kemal Atatürk,  amante delle sue liriche non politiche, che  lo aveva difeso da una repressione eccessiva, il regime si irrigidisce ancora di più nei suoi confronti.

Nel 1938 per un suo poema, che, secondo il regime, incitava i marinai alla rivolta, viene arrestato, processato e condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione.

La pena fu di così ampia portata anche per le sue attività contro il regime, le sue idee comuniste e le sue iniziative internazionali antinaziste e anti-franchiste.

Nel frattempo divorzia dalla moglie.

Alcune sue poesie di argomento politico vengono censurate in quanto considerate sovversive e lesive dell’onore dell’esercito: per questo fu anche torturato e costretto a una dura detenzione, che culmina in un suo sciopero della fame di 18 giorni, che gli provoca gravi problemi cardiaci che l’avrebbero portato alla morte.

In carcere scrive molte altre poesie, tra cui la celebre lirica Alla vita.

Sconta quasi 12 anni nel carcere di Bursa, in Anatolia, nel corso dei quali viene colpito da un infarto.

Nel 1950 in seguito a una amnistia, grazie anche a una commissione internazionale composta, tra gli altri, da Tristan Tzara, poeta francese di origine romena,  Pablo Picasso, Paul Robeson, attore, cestista, cantante baritono-basso americano, Pablo Neruda e Jean-Paul Sartre, viene scarcerato.  

Una volta libero il governo organizza due attentati alla sua vita e tenta anche di arruolarlo nell’esercito, nonostante i suoi problemi di salute.

Nel frattempo si risposa con Münevver Andaç, traduttrice di lingue francese e  polacca, conosciuta durante alcune sue visite in prigione e a cui dedica diverse poesie.

Da lei ha un figlio, Mehmet.

Viene candidato nel frattempo al premio Nobel per la pace e vince il “World Peace Council prize”.

Nel 1951, a causa delle costanti pressioni, ritorna a Mosca dove scrive “Ma è poi esistito Ivan Ivanovic?”, satira contro la burocrazia e la dittatura stalinista, che avevano corrotto l’ideale socialista.

Al figlio Mehmet dedica una poesia carica di speranza nei confronti dell’umanità: “Prima di tutto l’uomo”.

In questa poesia troviamo l’eredità spirituale che Nazim Hikmet lascia a suo figlio,

quale insegnamento eterno, con la speranza che la Turchia e il popolo turco, come tutte le nazioni e i popoli del mondo, un giorno sappiano parlare un unico linguaggio

comune: quello della pace, della verità, della libertà, dell’eguaglianza, della dignità,

dell’amore, della giustizia.

Prima di tutto l’uomo

Non vivere su questa terra

come un estraneo

e come un vagabondo sognatore.

Vivi in questo mondo

come nella casa di tuo padre:

credi al grano, alla terra, al mare,

ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,

ma prima di tutto ama l’uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca,

dell’astro che si spegne,

dell’animale ferito che rantola,

ma prima di tutto senti la tristezza

e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia

tutti i beni della terra:

l’ombra e la luce ti diano gioia,

le quattro stagioni ti diano gioia,

ma soprattutto, a piene mani,

ti dia gioia l’uomo!

Nel 1960 si innamora della giovane Vera Tuljakova sino a sposarla  in quarte nozze.

Muore il 3 giugno 1963, a 61 anni, in seguito a una nuova crisi cardiaca occorsagli mentre esce di casa al numero 6 della via Pesciànaya a Mosca, dove si era trasferito dopo il matrimonio.

Hikmet è ricordato principalmente per il suo capolavoro, la raccolta “Poesie d’amore”, che testimonia il suo grande impegno sociale e il suo profondo sentimento poetico e a partire dagli anni ’50 gode di una certa popolarità nel nostro paese.

Assolutamente sì!

Molte sue opere sono tradotte nella nostra lingua e lette in molte scuole, mentre suoi poemi e drammi sono stati rappresentati e recitati nei circuiti alternativi democratici.

Paradossalmente, però, la critica letteraria ufficiale lo ha sistematicamente ignorato, forse perché sconcertata dalla libertà delle sue forme poetiche, non riuscendo a catalogarlo in un genere letterario considerato sconosciuto e fuori dai canoni classici e istituzionali; quasi una risposta al suo controcanto che ignorava sia i critici che la letteratura classica.

Nazim Hikmet non si riteneva un letterato, personaggio che, a suo dire, di solito gode di popolarità per il cumulo di libri scritti.

Qual è la genesi della sua poesia?

La sua poesia non deriva da un contesto tipico ben definito, magari consolidato da altri scrittori, ma dalla coscienza storica e dalla lotta politica rivolta al popolo di qualsiasi paese, anche se analfabeta.

Considerava la poesia un mezzo utile per divulgare cultura ed emozioni nel maggior numero possibile di persone.

È forse questa l’anima essenziale della sua opera, l’aver dato coscienza dell’utilità della stessa non solo a una singola persona ma a quanti avevano voglia di leggere e capire quanto scriveva.

“Detesto non solo le celle della prigione ma anche quelle dell’arte, dove si sta in pochi o da soli. Sono per la chiarezza senza ombre del sole allo zenit che non nasconde nulla del bene e del male. Se la poesia regge a questa gran luce, allora è vera poesia. Credo che la forma sia perfetta quando dà la possibilità di creare il ponte più solido e più comodo tra me, poeta, e chi mi legge o mi ascolta.”  

L’arrivo in Anatolia è tappa decisiva della sua esistenza.

Già.

Vede per la prima volta in faccia e con occhi diversi i contadini, gli stessi che si prostravano nella polvere quando passava, lui bambino, sulla carrozza del nonno. Entra nelle capanne di fango, nelle grotte, comprende la loro fame millenaria, il loro linguaggio, scopre i loro canti e dedica a loro questa sua esperienza nel poemetto ”Anatolia” pubblicato in Turchia nel 1922.

Tutta questa sua attività da agitatore politico lo fa entrare nell’occhio della polizia che incomincia a seguirlo.

Inizia a sentire parlare di marxismo, dell’Unione Sovietica e della sua rivoluzione.

In qualche modo riesce a raggiungere clandestinamente Trebisonda e alla fine del 1921 raggiunge Mosca dove si iscrive al KUTV, l’ Università comunista dei lavoratori dell’oriente.

Mosca in quegli anni è una fucina intellettuale, perno della cultura rivoluzionaria appena nata ed è caratterizzata dalla fantasia teatrale di registi come Meyerhold e i suoi spettacoli che coinvolgono attori e pubblico, da Chagall che affresca il teatro di stato, da Eisenstein che prepara il suo primo film, da tanti altri che entusiasmano il giovane Hikmet.

Però, quando nel 1951, uscito dal carcere, riesce a scappare dalla Turchia per ritornare a Mosca trova un profondo cambiamento.

Vero.

Tutti gli attori di quel fantastico periodo di innovazione rivoluzionaria sono stati cancellati dal socialismo conformista, tanto da indurlo a scrivere il dramma satirico: “Ma è mai esistito Ivan Ivanovich?”, in cui attacca in modo spietato la nuova classe di burocrati che ormai domina l’Unione Sovietica.

Il dramma viene messo in scena da una compagnia di giovani attori, ma dopo tre giorni  cancellato dal cartellone con motivazioni evasive, anche se tutto questo non procura alcun fastidio a Hikmet, ormai troppo conosciuto nel panorama letterario internazionale.

L’amore nelle poesie di Hikmet?

Non è mai funzionale a una forma di erotismo oppure a un ossessivo sentimentalismo e si inserisce nel suo vivere quotidiano senza grandi sconvolgimenti, con un costante equilibrio personale.

La sua visione della donna fa parte di un mondo che completa il suo vivere.

Amica, oltre che amante, non solo figura, oggetto o stimolo sessuale.

La sua “donna” riunisce tutto ciò che ama: i suoi ideali, le lotte, il suo paese, la speranza di un amore che coinvolga l’esistenza in modo tangibile e reale.

Ecco perché lui dà il meglio di sé  nella poesia.

Il tipo di scrittura di Nazim Hikmet?

Scrive di getto senza ritornare su quanto scritto, a volte imperfetto, in modo libero perché quello è il suo modo di esprimersi.

Felice se i suoi versi piacevano, spallucce se non piacessero.

Regala poesie alla gente perché ne faccia quel che desidera.

L’importante che servano a una causa.

Legatissimo alla sua terra, scrive sempre in turco.

Gli ultimi dodici anni trascorsi in esilio senza poter più rivedere il suo paese sono vissuti all’insegna della nostalgia anche se Mosca “la bianca città dei suoi sogni più belli”, come amava dire, lo ha adottato.

Nelle ultime poesie il pensiero della morte ritorna prepotente.

Per lui la morte ormai è destino, non ne ha paura, la considera una spiacevole umiliazione tanto che il dialogo che lui stesso ha con lei si trasforma in un inno alla vita, tranquillo e solare.

Diceva che morire è indispensabile e di conseguenza si augurava una morte rapida e decisa come la sua vita.

Muore, colpito da un infarto fulminante, il 3 giugno 1963 a Mosca in un appartamento dove abitava con la moglie Vera, mentre stava uscendo per fare una passeggiata in una bella giornata di sole.

Alcuni giorni prima di morire aveva scritto la sua ultima poesia:

“Il mio funerale”.

Maggio 1963

Il mio funerale partirà dal nostro cortile?

Come mi farete scendere giù dal terzo piano?

La bara nell’ascensore non c’entra

e la scala è tanto stretta.

Il cortile sarà, forse, pieno di sole, di piccioni

forse nevicherà, i bambini giocheranno strillando

forse sull’asfalto bagnato cadrà la pioggia

e al solito ci saranno i bidoni per l’immondezza.

Se mi tiran su nel furgone col viso scoperto, come usa qui,

forse mi cadrà in fronte qualcosa di un piccione, porta fortuna,

che ci sia o no la fanfara, i bambini accorreranno

i bambini sono sempre curiosi dei morti.

La finestra della nostra cucina mi seguirà con lo sguardo

il nostro balcone mi accompagnerà col bucato steso.

Sono stato felice in questo cortile, pienamente felice.

Vicini miei del cortile, vi auguro lunga vita, a tutti.

                                                                                     a cura di Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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