Non ci toccari u pedi (non le toccare il piede)

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Chi è calabrese come me, conosce bene questo modo di dire ma prima di spiegarvelo, voglio fare una piccola introduzione.

Avrò avuto circa sei anni e come sempre,  mi trovavo nella sala da barba di papà.

Era mattina inoltrata e il sole, infilava i suoi raggi nella stanza, attraverso la porta a vetri.  Arrivò un suo amico che portava con sé il figlio, un bimbo riccioluto, che avrà avuto all’incirca la mia età. Io stavo in piedi, ferma vicino alla poltrona reclinabile di colore rosso. Il bimbo accanto al padre, qualche metro più in là. Il suo amico e mio padre, parlottarono un po’ tra loro e ad un certo punto si guardarono in faccia e il  mio genitore disse:- Andiamo!-

Il suo amico chiese se il bambino  poteva restare in sala e mio padre rispose che sì, che tanto era questione di un attimo. Stavano per varcare la soglia quando mio padre, rivolgendosi al bambino sorridendo gli disse: -Nommu ‘nci tocchi u pedi (attento a non toccarle il piede)-

Il piccolo sicuramente non aveva capito e nemmeno io!

I due uomini uscirono, il bambino ed io, restammo fermi immobili, non ci parlammo e neanche ci guardammo.

Dopo pochi minuti i nostri padri tornarono e ci trovarono nella medesima posizione nella quale ci avevano lasciati.

Mio padre, sempre col sorriso sulle labbra, mi chiese se il bimbo mi avesse toccato il piede ed io, con un cenno del capo, dissi di no. Era la prima volta che sentivo questa frase e nella mia testolina, mi chiedevo perché mai qualcuno avrebbe dovuto toccarmi il piede.

Fatta questa premessa, andiamo all’origine di questo modo di dire.

Tutti sanno che tanti anni fa, le coppie di fidanzati non godevano di alcuna libertà. Specialmente nelle famiglie contadine, tutto doveva svolgersi seguendo precise regole. La sposa doveva arrivare illibata all’altare, senza se e senza ma.

Col fidanzamento ufficiale, la coppia aveva la possibilità di incontrarsi, ma come? Ogni sera ‘u zzitu (il fidanzato), si recava a casa della fidanzata. Prima di cena, si sedevano tutti intorno al braciere, questo d’inverno, e in estate al fresco. Formavano una ruota con le sedie (da qui il detto: facimu rota) e i fidanzati sedevano uno di fronte all’altro o comunque, con qualcuno vicino che li tenesse separati. C’erano i quattro suoceri, cugini, fratelli, e magari, pure qualche vicino di casa (ai tempi si era tutti in famiglia e non c’era bisogno di chiedere permesso o allontanarsi per discrezione). In questa situazione, i due ragazzi non avevano alcuna possibilità di scambiarsi alcun gesto d’affetto. Si parlava della giornata di lavoro appena trascorsa, di semina, di fatti accaduti, della dote e delle nozze imminenti. Insomma, si parlava di tutto!

Ad un certo punto, gli estranei alla casa, si allontanavano. Il padre della sposa andava a prendere una bottiglia di vino, la madre andava a rimestare il cibo in cottura (era forse una scusa per lasciare loro un po’ di privacy?) fatto sta che i due fidanzati restavano da soli ma non vi illudete, solo una manciata di minuti. E il giovane ne approfittava!

Alzandosi e darle un bacio a stampo? Avvicinandosi per accarezzarle i capelli? Ma no! Se i futuri suoceri avessero visto qualcosa del genere, si sarebbe scatenato un putiferio e, nei casi limite, si sarebbe celebrato il matrimonio riparatore (tempi duri per gli innamorati). Come mostrare l’affetto? Col piede!

Lui allungava una gamba, tenendo d’occhio la porta per controllare che non arrivasse nessuno dei “guardiani”, e col piede teso, toccava quello della sua innamorata. E valeva più di mille baci, visto che per fare questo, correva dei rischi molto seri!

Ancora oggi usiamo questo termine ma giusto per ironizzare quando ci si tocca il piede senza intenzione.  Giusto per ridere di “un piedino” scappato sotto un tavolo.

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