Blogger per un giorno” continua con Marco Bilico

MADELEINE

(aéroport de Bruxelles –  j’écoute : bath –  offonoff)

Nel quartiere lo sapevano tutti che era così.

La chiamavano pazza, folle, matta.

A volte, semplicemente Madeleine.

Madeleine, che non si chiamava Madeleine, aveva quel modo di ingobbirsi quando arrivava – quando camminava, quando semplicemente stava – che ricordava, per fattezze, per forma, il dolcetto francese con quel nome.

Madeleine girava in bici.

Gibbosa.

Al caldo, al freddo, con la pioggia, il sole, il vento, la neve.

Lei girava tenendo sempre in una mano un fiore secco, che non ho mai compreso da dove provenisse.

Un giorno Madeleine si fermò con la sua bici di fianco a me.

Frenò così improvvisamente che mi fece sussultare.

“Hei” disse. “Fai che andare a scuola?”…

Io, con il mio zaino e con il cuore in gola, annuii.

Dissi di sì anche se non ricordo di aver mai aperto bocca.

Mi fissò, con gli occhi così grandi che pareva li volesse far schizzare fuori dalle orbite per recuperare spazio altrove.

Madeleine spostò il fiore nell’altra mano.

Scese dalla bicicletta, mise il cavalletto e rimase lì fino a quando non arrivò il bus per la scuola.

Prima di salire, la guardai.

Lei tenne la faccia storta di sempre, ma in un inatteso gesto gentile, mi accarezzò i capelli.

“Non si dovrebbe mai stare soli ad aspettare qualcosa” disse.

Quando fui seduto, la vidi scomparire e mi venne addosso una strana malinconia, così ingombrante che rimasi a pensare a Madeleine per tutto il giorno.

Poi, la sera, tornato a casa, mio padre mi comunicò che saremmo partiti per Honfleur ed io corsi a prendermi le cose nella mia stanza, sognando già il vento sul mare.

A Madeleine, che continuò ad essere Madeleine – come il dolce francese – per quella notte e le altre a venire non ci pensai più.

O, almeno, mai più come la matta del quartiere.

Marco Bilico 

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