Il treno partì da Milano alle 7:420 del mattino, diretto a Lecce. Un viaggio lungo, il treno attraversava pianure, colline e coste, con il sole che si alzava lentamente dietro le montagne. Marta era seduta accanto al finestrino, con un libro chiuso sulle ginocchia e le cuffie che trasmettevano una musica che non ascoltava davvero.
Ogni stazione era un piccolo risveglio, toglieva le cuffie e gli occhiali da sole dietro cui si nascondeva. Osservava i volti delle persone che salivano, degli altri che scendevano perché arrivati alla fine del loro viaggio. C’erano valigie trascinate perché pesanti, i saluti frettolosi con chi rimaneva in treno. Lei restava lì, immobile, come se il treno fosse l’unico luogo dove potesse finalmente fermarsi. Non nel corpo, ma nella sua mente.
Il paesaggio cambiava col passare del tempo, e con esso anche i suoi pensieri. Le campagne emiliane le ricordavano l’infanzia, con le estati dai nonni, il profumo del pane caldo, il gusto dei tortellini dalla nonna che non aveva mai più ritrovato in nessun posto. Poi le colline toscane, dove aveva vissuto un amore breve ma intenso, che ora sembrava appartenere a un’altra vita ma che l’aveva segnata. E infine ecco il mare, che apparve improvviso tra le curve pugliesi, come una carezza inattesa.
Fu lì, davanti a quell’azzurro infinito, che Marta si rese conto di quanto fosse cambiata. Di quante cose aveva lasciato andare, e di quante ancora teneva strette senza motivo. Il treno non era solo un mezzo di trasporto: era diventato un ponte tra ciò che era e ciò che voleva essere.
Chiuse gli occhi. Respirò. E per la prima volta da mesi, si sentì in viaggio verso sé stessa.
Il treno scivolava silenzioso tra le campagne, ma dentro Marta il rumore era incessante. Ogni chilometro la avvicinava a qualcosa che non voleva affrontare, eppure non poteva evitarlo. Sapeva che sua madre era lì, in quell’ospedale che sembrava lontano e vicino allo stesso tempo, sospesa tra le flebo e i silenzi.
Il paesaggio fuori dal finestrino le sembrava irreale, come se il mondo continuasse a vivere ignaro del dolore che lei portava nel petto. Le persone intorno parlavano, ridevano, si scambiavano messaggi. Marta invece taceva. Aveva gli occhi fissi su un punto indefinito, ma dentro di sé riviveva ogni momento: le mani della madre che le sistemavano i capelli da bambina, la voce che le diceva “non ti preoccupare”, anche quando c’era da preoccuparsi.
La paura non era solo per la malattia. Era per ciò che poteva cambiare. Per ciò che poteva finire. E per ciò che, forse, non aveva detto abbastanza.
Nel suo cuore si mescolavano rimpianto e tenerezza, rabbia e speranza. Ogni stazione era una domanda: “Ce la farà?”, “Sarò pronta?”, “Cosa le dirò?”. E ogni risposta era un nodo in gola.
Quando il treno rallentò, annunciando l’arrivo, Marta si alzò lentamente. Il viaggio esteriore era finito, ma quello interiore era appena cominciato.
Continua
Angela Amendola






