Guerra e fame

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Abbiamo studiato la storia. Abbiamo studiato le guerre nei secoli. Abbiamo studiato i motivi e i personaggi. Nessuno però, ci ha mai detto che c’era un mostro ancor più temuto dei bombardamenti: la fame.

Perché la guerra non si combatte solo in trincea ma anche nelle dispense vuote. La guerra non è solo una bomba sganciata per distruggere una fabbrica d’armi ma è nelle voci dei bambini affamati e spaventati. Di questo non ci hanno mai parlato a scuola, non è scritto nei libri di storia ma è impresso nella mente dei nostri anziani.

Nella mente di chi l’ha vissuta pur senza imbracciare un fucile. Io, attraverso mia madre e mio padre, conosco molti di quei racconti di fame.

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale in Italia, mia madre aveva sette anni e mio padre, dodici. Il nonno paterno era in Somalia, mentre quello materno, di cui vi avevo già parlato, era già morto in Africa, ad Asmara, dove  si trovava con altri operai a costruire la città del futuro.

C’erano due vedove, una di fatto e l’altra, una vedova bianca. Numerosi figli e tanta incertezza. E non solo la mia famiglia, era per tutti così. Ragazzini che girovagavo per le campagne alla ricerca disperata di cibo.

Mia madre, fin da piccola, aveva sviluppato la capacità di cavarsela in qualsiasi situazione e così, mio padre ed i suoi fratelli, si erano organizzati e qualsiasi cosa riuscissero a rubare nelle campagne, finiva a casa della nonna materna.

La “presa” aveva le sue stagioni. I contadini, quelli non idonei alle armi, dovevano combattere contro le orde di ragazzini affamati. Per il fronte serviva sangue giovane! Ogni giorno andavano in campagna e trovavano i raccolti distrutti. Broccoli, patate, fichi, tutto ciò che la terra produceva era utile a riempire la pancia.

E i fornai?

Mica se la cavavano a buon mercato!

La pasta lievitata era utile per fare i fileja, la pasta tradizionale vibonese al ferretto e il pane, lo rubavano direttamente dal forno , ancora bollente e per scappare più velocemente, si legavano le pagnotte alle gambe.

Mio padre mostrava sorridendo tutte le sue cicatrici. I contadini sparavano a sale e tutti i colpi erano segni sulle gambe e la certezza di un pasto. Andavano in giro scalzi e si lavavano con l’acqua piovana usando sapone rubato ai contadini che lo producevano con l’olio usato. La tessera alimentare (posto che ci fossero i soldi per acquistare) non copriva il fabbisogno delle famiglie e così era nato il contrabbando.

Vendevano di tutto, olio, zucchero, sale, farina e così, riuscivano a sbarcare il lunario.

Le contrabbandiere erano soprattutto donne, quelle col marito in guerra e i figli da sfamare.

Altre donne, quando c’era la possibilità, lavoravano come manovale. Donne forti, risolute che hanno dato un grande apporto alle proprie famiglie rimaste senza sostegno economico. Spesso trascorrevano il Natale senza cibo e quando potevano acquistare un po’ di carne, era solo quella di maiale grassa e magra per fare il sugo. Poca. Mica da riempirsi il piatto.

Le famiglie erano solidali tra di loro, dividevano quel poco che c’era e nessuno si sentiva solo.

Tutti hanno lottato per sopravvivere, i soldati in trincea e a casa, le loro famiglie.

I tedeschi spadroneggiavano e non aiutavano nessuno.

Quando la guerra finì, non finirono certo i problemi con una bacchetta magica. La miseria e la fame, sopravvissero a lungo. Ma c’era la speranza.

Gli americani, quando arrivarono, aiutarono la popolazione affamata. Passavano per le strade con la camionetta e lanciavano caramelle, cioccolate e biscotti ai bambini.

Perché sono i grandi, i pochi potenti della terra che dichiarano guerra ma a combattere e morire sono sempre gli umili.

 

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