Emmina

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C’era, tanti ma tanti anni fa, un piccolo treno chiamato Littorina. La piccola motrice M36 era stata soprannominata, quasi affettuosamente, “Emmina”. Ogni giorno percorreva il suo tragitto e trasportava i pendolari ad una velocità non certo vertiginosa, 7 km/h. La linea ferroviaria iniziava a Vibo Marina e terminava a Mileto e durante il tragitto si poteva godere di un panorama mozzafiato. I binari, a scartamento ridotto, erano mantenuti puliti dall’erbacce con l’ausilio di un gregge di pecore, che alla partenza del treno, era lasciato libero di brucare l’erbetta.

Il 17 novembre del 1951 era una giornata come tante, anche se i giorni precedenti, erano stati funestati da un’incredibile alluvione. Come ogni giorno i pendolari, insegnanti e operai del cementificio salirono sul trenino per l’ultima giornata settimanale di lavoro. Ma un destino crudele li attendeva.

Quel giorno, quindi, la Emmina partì dalla stazione di Mileto e man mano raccoglieva i soliti passeggeri. Alle 3,30 del mattino salirono due passeggere, rispettivamente madre e figlia, Clementina e Maria Carmela. La giovane Maria Carmela si recava a Melissa dove era attesa come insegnante della scuola elementare e la mamma, la stava accompagnando perché il lunedì successivo, sarebbe stato il suo primo giorno di lavoro. Maria Carmela oggi è l’unica superstite, l’unica che possa raccontare quella giornata indimenticabile.

Mi accoglie nella sua casa con il suo dolce sorriso e dopo i soliti convenevoli inizia a raccontare, con una lucidità incredibile, quanto accadde 66 anni fa. E un dolore ancora vivo si scioglie in parole:

‘’E’ come se fosse successo ieri- mi dice- tutto è chiaro nella mia memoria. Mio padre, nell’immediato dopoguerra fu costretto ad emigrare in Argentina perché non c’era lavoro e mia madre, le mie sorelle e mio fratello ed io, restammo a vivere a Vena Superiore. Ogni giorno venivamo a Vibo per frequentare le scuole e si percorrevano sette km a piedi. La nostra era una vita semplice fatta di piccole cose, di giochi e di studio. Riuscii a diplomarmi nel 1950. Su quattrocento allievi, solo in otto furono promossi. Nel frattempo mio padre, che continuava a lavorare in Argentina, non riuscì più a sostenerci perché avevano chiuso i ponti e non potevamo comunicare né lui poteva più inviare del denaro. E la nostra situazione economica divenne a dir poco disastrosa. Questo bisogno mi portò subito a partecipare al concorso, lo vinsi ma per un decimo ne rimasi fuori. I posti disponibili erano 290 ed io ero la 291°. Fu grazie ad un rifiuto di una collega siciliana che rientrai in graduatoria e mi chiamarono ad insegnare a Melissa. Il mio primo giorno di lavoro sarebbe stato il 19 novembre del 1951. La mia povera mamma era contenta, anche perché quello stipendio di 35 lire avrebbe aiutato la nostra famiglia a risollevarsi dai problemi economici che l’attanagliavano. La mattina del 17 novembre con la mamma, partimmo per sistemare un’abitazione che mi avrebbe evitato di viaggiare ogni giorno. Alle 3,30 ci recammo al casello per prendere la littorina che normalmente trasportava gli operai del cementificio. Nei giorni precedenti c’era stata l’alluvione ma ognuno di noi aveva degli impegni da portare a termine. Il trenino partì con il suo carico umano. Le sedute erano per tre persone ed io mi sedetti in mezzo, tra mia madre e mio cugino Francesco. Il ponte Ciliberto era fradicio e sotto di lui passava un torrente. La littorina riuscì a passarlo comunque ma ad un certo punto incontrò un dosso formato da detriti e il conducente, invece di accelerare e quindi superare, premette erroneamente il freno. Il treno sospinto, tornò indietro e il ponte crollò trascinandoci inesorabilmente con sé. Finimmo tutti uno sull’altro e ogni cosa ci cadeva addosso, sedili, cose persone, ci ammassammo tutti in fondo. Fortunatamente un giovane, nativo di Pizzo Calabro, riuscì a risalire e a segnalare al treno che arrivava da Vibo Marina, che c’era stato un incidente e quindi fermarlo in tempo, prima che ci crollasse addosso. Non ricordo quanto tempo passò prima che la macchina degli aiuti si muovesse. Non era come oggi. Oggi è tutto più rapido. Arrivarono in molti a piedi e i pochi che avevano l’auto, la misero a disposizione dei feriti.

Come dicevo io ero seduta in mezzo tra mia madre e mio cugino e mi fecero da cuscino nell’impatto. Estrassero prima mia madre e da ciò che mi raccontarono, non aveva ferite evidenti ma un piede che fratturato completamente, penzolava, e un piccolo foro nella tempia destra. La poggiarono sull’erba, poi il maresciallo dei carabinieri, Gristaldi, afferrò me per trarmi in salvo ma avevo un ferro infilzato nel piede. Riuscirono a liberarmi e mi distesero sull’erba gelida di brina, accanto a mia madre. Lei mi guardò e mi chiese di avvicinarmi: voleva darmi un bacio, perché sarebbe stato l’ultimo. Cercai di rassicurarla ma non potevo muovermi a causa delle fratture e così persi quell’ultimo bacio di amore materno. Mi portarono via mentre mia madre mi seguiva con lo sguardo. Tutti i feriti fummo dislocati tra la clinica Teti di S. Onofrio e l’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia. Avevo le costole rotte e furono necessari ventotto punti di sutura sulla testa. Non avevo il coraggio di chiedere di mia madre, temevo mi dicessero quello che il mio cuore già sapeva: era deceduta pochi minuti dopo che mi avevano portato via!

Io non chiedevo e nessuno, per proteggermi, mi diceva la verità! Ma un giorno ricevetti una lettera da un amico di famiglia, il prof. Landro, il quale si diceva molto dispiaciuto per la morte di mia madre. Appena lessi queste parole, un urlo agghiacciante uscì dalla mia bocca.

Uscii dall’ospedale dopo le festività natalizie e dovetti farmi carico delle mie sorelle e mio fratello, che erano ancora troppo piccoli. Ero diventata la loro mamma. Oggi quel bacio rimasto in sospeso è ancora vivo nel mio cuore, nonostante siano trascorsi tanti anni.’’

I morti della tragedia della Littorina furono in totale undici. Otto morirono nell’impatto o nei momenti successivi, altri, giorni dopo a causa delle gravi ferite riportate.

Questo incidente segnò la fine della ferrovia vibonese e i mezzi di trasporto da quel momento in poi furono ‘’le mediterranee’’ di proprietà della F.C.L.

Il Prefetto dispose un risarcimento di lire 50.000 a favore delle famiglie delle vittime.
Luisa Matera

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