A ridosso del nostro tempo, dominato da molteplici fenomeni che attentano al bene dell’umanità, ci sono case diroccate e terrazze che danno sul mare nero, ormeggi precari, moli traballanti.

La fobia nei confronti del “diverso da sé” sta ghettizzando i migliori stati d’animo , la predisposizione verso il sentire solidale, il dovere morale che spalanca le porte delle coscienze verso l’accoglienza.

A ridosso del mio cuore, invece, ci sono estati incandescenti, di quelle impietose, che obbligano alla felicità.

Ma Giugno scorso, di contro, si impose col suo devastante logorio, con un evento caratterizzato da incommensurabile drammaticità.

Lei si chiamava Valeria, aveva 23 mesi ed è annegata insieme con il suo papà, in quel maledetto ed infernale Rio Grande, il fiume che separa il Messico dagli Stati Uniti.

Le vittime furono rinvenute  con i loro volti immersi interamente in acqua, stretti in un disperato e commovente abbraccio.

La maglietta dell’uomo conteneva teneramente il corpicino della figlia.

Ho memoria del dolore devastante che provocò la vicenda.

Un’afflizione inenarrabile e non soggetta alle regole approssimative dell’oblio, nonostante ci si vesta  della buona volontà d’asserire  che dopo ogni lacrima sia necessario reinventarsi un’ agognata gioia di proseguire.

Non dimenticherò giugno.

Mi domando se mai subentrerà un’epoca che finalmente estirpera’, da una realtà totalmente depurata dalle avversioni nei confronti “dell’altro”, molte pagine imbrattate dalla subdola indifferenza.

E forse le riproporrà in bella copia, garantendo un originale tocco di garbata perfezione.

Di giugno è rimasto il sapore acre, non esiste alcuna pretesa di cambiamento, nessuna aspettativa.

Si muore per malattia, per dolore, per disgrazia…

Si muore anche di naufragi.

Che non s’accantoni giammai la speranza.

In fondo, i tramonti esisteranno per sempre.

Ma, fortunatamente , anche l’alba di una nuova giornata.

Dentro la tua maglietta 

Guarda, papà!
L’estate imperversa,
conducimi ovunque s’avvinghi la gioia,
su un lembo di rena che non sia il deserto,
per dune infestate dal suono del vento.

Vorrei aver contezza dei voli forsennati,
quelli vagabondi , di tenere farfalle,
innalza uno stendardo variopinto verso il cielo,
magari, un buon viandante,
ci dirà la via più breve.

Papà, ho visto il mare!
È l’emblema dell’idillio,
per le onde concitate
giungeremo a rive nuove,
noi sfidammo l’inclemenza
di una sorte ingiusta e inetta,
ma festosi assisteremo
al gran decesso d’ogni affanno.

Papà, era un inganno!
Ho timore , ci siam persi,
e sul far del nostro viaggio
non c’attese l’orizzonte,
quanto disperato amore
nel tenermi così stretta,
fino all ‘ultimo respiro…
Dentro quella tua maglietta.

Maria Cristina Adragna 

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

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