Cercasi la Politica delle idee

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Cos’è la Politica?

E’ l’umana coesistenza quando assume il volto di una comunità, di una collettività che, anche nella conflittualità partecipativa, dà energia per il  conseguimento del bene comune e per le linee guida delle varie realtà istituzionali.

La Politica è la dimensione naturale dell’uomo nel cui mare può realizzarsi la pienezza della vita umana.

La Politica è anche pratica di potere, ma è e deve essere soprattutto una continua elaborazione di intelligenza e di valori per far sì che diventi sempre più costruttrice di ordine e di regole certe di convivenza sociale, per evitare che una comunità si disgreghi e i delegati dai cittadini attivi diventino una casta incapace di interpretare le necessità dei propri elettori e di guidare il treno nella stazione dell’etica.

La Politica, infatti, è il fine della vita etica, così come  la vita in comunità  è assoluta e naturale esigenza degli uomini.

Già la filosofia aristotelica definisce l’uomo uno ζῷον πολιτικόν, un animale politico, diversamente dalle bestie che possono vivere isolate.

Un animale politico che ha bisogno degli altri sia per le proprie necessità sia perché senza leggi ed educazione non può raggiungere la virtù e non può comprendere il vero senso dell’appartenenza a una comunità.

E senza una comunità virtuosa non ci può essere etica e men che meno la felicità dei cittadini che hanno assolutamente bisogno di riferirsi a uomini-guida dotati di grande capacità di ascolto e privi del tic al dito che preme i tasti del computer o del cellulare e banna chi esprime una opinione diversa.

Quel tic è il segno dell’incapacità di costruire una comunità sociale diversificata e di preferire una polis fatta di yes-man, di uomini che dicono sì e soltanto sì, robot portatori dell’unica e sola verità.

Insomma una  democrazia ademocratica, un quasi regime, in barba a tutte le norme di convivenza civile che deve accettare, per crescere, anche la diversità di opinioni e in barba alle forme di governo costituzionali  predicate persino da Aristotele.

E qui mi viene incontro Damiana Nella Riccardi quando afferma in uno stato apparso su Facebook, fotografia della realtà sociale della sua città, Bitonto, che «l’obiettività, l’imparzialità, il buon senso, la libertà di opinione, il discernimento scevro da qualsivoglia ideologia, ammesso che ci sia, colore o appartenenza, sembra non esistere più.

Appena qualcuno dissente o rimarca qualcosa di cui non sembra convinto viene immediatamente zittito, bollato e, qualora fosse possibile, anche esiliato. Smettiamola per favore.

Se una voce si leva per dire: “Come sarebbe bello se qui ci fosse…” non ha detto: “ Che schifo, non si fa nulla per….”.

Se altra voce pronuncia la frase: “Forse sarebbe opportuno prestare più attenzione a…” non ha detto: “Che vergogna qui non si fa niente per…”.

Se quando piove e ci si impantana inzaccherandosi come Dio comanda e tra il serio e il faceto si dice: “Occorrerebbe una gondola per spostarsi…” ciò non vuol dire che si sta parlando male di chi siede sulla poltrona di Sindaco.

Se qualche bravo giornalista oltre alla mera cronaca commenta avvenimenti o accadimenti vari, non vuol dire che è un delatore o un asservito.

Se una come me, cresciuta a pane e cultura, e parlo di me così nessuno si offende, dice che forse ci vorrebbe molto altro ancora per fare di questa una vera città culturale non vuol dire che sta demolendo o non apprezzando quanto per questa si è fatto o si sta facendo.

Se si parla di massima inciviltà di gente che deturpa, rovina e distrugge ciò che a tutti appartiene, non vuol dire che di questo si sta accusando l’intera cittadinanza.

Se leggendo o assistendo a fatti di cronaca nera qualcuno sconsolato scuote il capo dicendo: “Ma com’è possibile?…” non vuol dire che sta mettendo al muro il Primo Cittadino e relativa Giunta, ma piuttosto che vorrebbe vedere la sua città sulle prime pagine per altro e non per fatti di nera.

Se leggendo un articolo in cui si dice che una città vicina sta trasformando la sua villa comunale in un museo a cielo aperto, qualcuno riflette a voce alta dicendo che forse qui non potrà accadere, tenuto conto della barbarie e del poco rispetto che nella nostra appare evidente, ciò non vuol dire che non si ami la città, ma l’esatto contrario, il suo opposto.

Quando si rimarca ciò che si vorrebbe vedere nel posto delle proprie radici lo si fa per amore e solo per amore di un luogo che si ha caro quanto e forse più di altri pronti a vedere solo il bello o lo pseudo-tale, plaudendo incondizionatamente e a prescindere.»

Ma ancor di più mi viene incontro il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman quando afferma che “il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”, in quanto la Politica è mediazione, è il collante tra le angustie del presente e le attese delle utopie, è la conoscenza della cosa pubblica e l’arte del loro governo attraverso l’ascolto e il colloquio.

E in un’intervista rilasciata nel gennaio del 2016, ancora assolutamente attuale, a Ricardo De Querol sul giornale spagnolo  El País, spiega come le reti dei social, pur avendo cambiato in buona misura le forme tradizionali dell’attivismo sociale e della comunicazione politica e amministrativa, non siano se non un sostituto dell’autentica comunità, in quanto la comunità cittadina non è qualcosa che si debba creare, ma qualcosa che “si ha o non si ha”, qualcosa che c’è o non c’è!

Un qualcosa che, però,  va curato in toto e non in parte, perché la rete non è il tutto, ma una parte del tutto e “l’attivismo online – continua Bauman – è solo un attivismo da sofà che la maggior parte delle volte non fa che addormentare con intrattenimento a basso costo.”

“Quello che le reti sociali possono creare”, segnala il sociologo, “è un sostituto.”

“Ed è assolutamente vero in quanto la differenza tra la comunità e la rete è che tu appartieni alla comunità, ma la rete appartiene a te.

Puoi aggiungere amici e puoi cancellarli, controllare la gente con cui ti relazioni.

Nelle reti aggiungere amici o cancellarli è così facile che non c’è bisogno di capacità sociali, che possono svilupparsi solo nel contatto quotidiano umano diretto, e in spazi condivisi, sia pubblici che privati: per strada o nelle stanze istituzionali in cui è necessaria un’interazione ragionevole; insomma, in interazioni che esigono dialogo, negoziato e apertura.”

E se a un politico o a un amministratore manca l’interazione o il dialogo o il negoziato è bene che se ne stia a casa e tolga il disturbo.

A questo proposito, Bauman ricorda che papa Francesco concede la sua prima intervista, dopo la sua elezione a Sommo Pontefice, a un giornalista dichiaratamente ateo, Eugenio Scalfari, “come segno che il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”.

Il dialogo specifica il sociologo è “insegnare a imparare, ad arricchirsi della diversità dell’altro anche perché, a differenza dei seminari accademici, dei dibattiti pubblici o delle chiacchiere partigiane, nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori”.

Perde solo chi con un click ti banna.

Questa è la vera rivoluzione culturale, la vera sfida che è davanti a noi e che, vincendola, potrebbe dare la reale svolta alla nostra epoca che deve avere come scopo essenziale l’educazione e una nuova Politica.

Una Politica, come si diceva in apertura, che si riprenda il reale senso che a essa si è sempre dato e che una scellerata legge elettorale con l’enorme solco creato tra essa e il cittadino ha fatto sì che il voto dell’elettore non contasse più e ha consentito al politico di essere un nominato tipo grande fratello e di dover rispondere del suo operato solo al suo capo che gli ha dato la possibilità di sedere in Parlamento.

Insomma la Politica deve tornare ad essere valore e non una medaglia da appuntarsi per gonfiarsi il petto e che faccia solo e soltanto da ascensore sociale.

In altri termini non abbiamo bisogno di leaders politici o presunti tali che, attraverso i media, cercano di manipolare Eros e Thánatos, il piacere e la paura, dimenticando sempre più che la Politica è partecipazione.

Senza i brividi della partecipazione la vita non ha senso  e si lascia sempre più il campo aperto a chi della politica fa un progetto di realizzazione personale, fa un  modello individualista tra l’altro senza idee.

E mi torna alla mente un passaggio dell’opera di Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, una delle fonti principali della filosofia greca, edito nel 2010 da Laterza:

«Discorrendo con Platone intorno alle idee e usando “tavolità” e “coppità” invece di tavola e coppa, Diogene disse: “Io, o Platone, vedo la tavola e la coppa; ma non vedo le idee di tavola e coppa”.

E Platone: “E’ giusto. Hai gli occhi per vedere la coppa e la tavola, ma non hai la mente per vederne le idee».

E oggi Platone cosa avrebbe risposto?

“Ecco, è quello che fa la maggior parte dei politici attuali, non vede le idee!”

Vincenzo Fiore

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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