una riflessione di S. E. Mons. Francesco Savino Vescovo di Cassano all’Jonio

Una medicina dell’efficienza tecno-scientifica o una medicina umanistica?

LA SALUTE BENE INVIOLABILE PER LA CHIESA E PER IL MONDO!

La recente pandemia globale da Covid 19 ha riaperto le ferite della nostra comunità nazionale italiana circa il tema della tutela della salute che sempre più appare, in questo periodo, un bene fragile e difficile da tutelare.

La Costituzione Italiana afferma all’articolo 12 che:

«la Repubblica italiana tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure adeguate agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizioni di Legge».

Qualsiasi dibattito sulla salute pubblica che si debba intraprendere nel nostro Paese non può non accadere all’interno di tale cornice istituzionale.

L’interrogativo principale da porsi è se il diritto alla salute pubblica oggi è un diritto che viene tutelato da coloro che detengono il potere legislativo e il potere esecutivo in Italia e se, nella tutela di tale diritto, sono coinvolti anche i soggetti privati, soprattutto le istituzioni che si occupano dell’assistenza e della cura nel campo della salute.

Abbiamo assistito in questi mesi sempre più alla delega che il potere legislativo e il potere esecutivo hanno fatto al potere tecno-scientifico dei due processi di decisione e organizzazione tecno-scientifica della risposta ad una minaccia per la salute nazionale qual è il Covid 19.

Da più parti si sono levate critiche a questo modo di gestire l’emergenza, ritenuto da molti segno di una debolezza della politica a far fronte a decisioni di notevole complessità.

Ma occorrerà chiedersi:

Potevano i decisori politici procedere diversamente? O questa delega era ed è inevitabile?”…

Da più parti si ritiene che la scienza e la tecnica siano degli strumenti neutrali che, posti nelle mani di chi ha il potere legislativo ed esecutivo, possono orientare le sorti delle comunità nazionali in un verso o nell’altro.

Qualcuno fa riferimento al concetto di etica dicendo che ciò che manca alla scienza e alla tecnica è l’etica e che il decisore politico è colui che deve rendere “etica” la scienza e gli strumenti tecnologici.

Qualcun altro ha insinuato che alcuni Stati, la Cina fra tutti, sono ormai privi di “freni inibitori etici” nell’utilizzo delle tecnologie biomediche e che addirittura il Covid 19 sia frutto di qualche manipolazione genetica sfuggita dal controllo di un ancora non identificato laboratorio scientifico.

Che cosa rivela tutta questa “babele” comunicativa che investe le nostre vite e scatena panico ed angoscia per il loro destino?

Che purtroppo non si è ancora messo a fuoco il processo in cui è immersa la nostra civiltà e la nostra cultura.

La scienza e la tecnica ormai costituiscono l’unica forma possibile di politica, dove per politica intendiamo la “cura della polis” e dei beni che afferiscono alla polis (sia individuali che collettivi).

Questo che stiamo vivendo è l’apice di quel processo che il filosofo Emanuele Severino ha chiamato “Tramonto della politica” in senso tradizionale e destinazione della civiltà al “Paradiso della Tecnica”.

Il bene della salute quindi diventa un bene manipolabile (e per questo anche rafforzabile) dalle forze tecno-scientifiche che governano il mondo e la vita dell’uomo.

La medicina in questo senso diventa sempre più penetrata dal sapere tecno-scientifico che la rende sempre più bio-medica, ossia funzionale al sistema di forze tecno-scientifiche che governano il mondo.

Pur registrando un interesse della comunità scientifica verso i processi e i movimenti di umanizzazione della medicina, tuttavia si assiste di contro ad una accelerazione (e questa pandemia rappresenta un efficace volano) della pervasività della tecnica in ogni fase del processo di cura.

In questi mesi si è parlato molto di come l’efficiente sanità lombarda abbia avuto una crisi profonda nella gestione della fase emergenziale dell’epidemia.

Al di là delle responsabilità politiche che si incrociano, occorrerà fare un’analisi più profonda per capire quali sono i motivi di questa débâcle.

La cultura tecno-scientifica ha come effetto principale quello di confinare il processo di cura nelle strutture ospedaliere in cui si evidenzia una “spersonalizzazione” della relazione tra il personale sanitario ed il paziente (gli ospedali diventano sempre più centri di eccellenza biomedica); di conseguenza si assiste ad una serie di politiche che tendono ad una diminuzione delle risorse umane ed economiche alla “componente personalistica” della medicina, a quella “medicina territoriale” o meglio “medicina di comunità” che, invece, si basa principalmente su modelli di cura orientati al paziente e al suo contesto prossimo di vita (la sua comunità famigliare e territoriale di appartenenza).

Siamo inevitabilmente dinanzi a queste due tendenze che nella medicina oggi si affrontano e sembrano tirare in direzione opposta le pur esigue risorse economiche che diventano sempre più “il capro espiatorio” di questa contesa.

Una medicina dell’efficienza tecno-scientifica che tenta in tutti i modi di scotomizzare (eliminare inconsciamente dalla percezione, dalla memoria) limiti umani che si riflettono sui modelli sanitari e sulla loro organizzazione, oppure una medicina umanistica che sembra invece essere più vicina alle esigenze delle persone e più capace di affrontare l’impatto sociale-psicologico-esistenziale di una pandemia?

Prima di tentare una risposta occorre chiarire qual è il ruolo della comunità cristiana in questo dibattito.

Ricordiamo che questo non è un ruolo secondario, in quanto l’urbe ecclesiale detiene la gestione di circa il 20% delle strutture sanitarie mondiali; pertanto ha un peso notevole nel dibattito pubblico circa la questione della tutela della salute.

La comunità cristiana deve avere consapevolezza di poter apportare il suo contributo al dibattito pubblico senza cavalcare, come si è visto fare in questo periodo, atteggiamenti anti-scientifici che non fanno altro che aumentare il divario fede-ragione inaugurato con la modernità.

Non si può abrogare l’esercizio di ragione quando la chiesa si rapporta con il mondo ma occorre percorrere vie di ragionevolezza soprattutto quando in ballo è la salute pubblica e quindi la tutela del bene prezioso della vita, che è un pilastro del pensiero bioetico-morale cattolico.

Tutelare la salute dell’individuo rientra nella tutela del bene della vita che è compatibile con i principi fondamentali della morale cattolica.

Non si può pensare di sospendere questo anelito della coscienza religiosa anche se sono in ballo le pur legittime esigenze pubbliche di culto.

E a dircelo non sono solo la materia giuridica concordataria in questo campo, ma anche le ragioni di natura teologica e dottrinale che noi cristiani attingiamo dalla Sacra Scrittura e dalla tradizione genuina della Chiesa.

A tal proposito occorrerebbe riconsiderare le riflessioni del Nuovo Testamento, soprattutto la Prima lettera di Pietro, in cui si evidenzia il vero statuto giuridico del cristiano nel mondo: il cristiano è nel mondo ma non è del mondo; essendo nel mondo osserva le leggi e i decreti dell’autorità laica istituita al governo, mentre, non essendo del mondo, pone i suoi diritti e la sua visione della realtà in Dio!

A questo punto non ci resta che ritornare sull’interrogativo centrale di questa riflessione: come si risolve la contesa tra medicina tecno-scientifica e medicina umanistica?

Tentiamo di delineare nella risposta, una nuova prospettiva culturale che lo stesso Papa Francesco ha inaugurato con l’enciclica “Laudato Sii“: occorre riferirsi ad un nuovo modello di integrazione tra questi due tipi di medicina che chiameremo modello ecologico integrato delle scienze della vita.

Il concetto chiave di tale modello è quello di ecologia; per ecologia intendiamo un discorso ragionevole sulla “casa comune” in cui l’uomo e la sua vita sono collocati.  La legge che governa questa casa deve integrare, ossia deve seguire una ragione che riferisca, nel suo esercizio e nei suoi principi di fondo, la parte all’intero; una ragione non solo strumentale e pragmatica come è quella tecno-scientifica, né una ragione che sappia solo descrivere le dinamiche interiori dell’essere umano, ma un nuovo concetto di ragione: una ragione ecologica che unifica interno ed esterno dell’essere umano, parte e tutto, e che faccia sorgere un’idea di medicina olistica (dal greco òlos, che si riferisce all’intero, al tutto).

Questa ragione ecologica entra nel vivo dei problemi e guarda le cose integrando prospettive che apparentemente sembrano in contrapposizione.

Proviamo a fare un esercizio di ragione ecologica seguendo alcune piste di riflessione utili nella valutazione degli effetti e dei rimedi alla crisi aperta dalla pandemia del Coronavirus.

  1. Non è l’allocazione di più risorse il problema ma un cambiamento di paradigma! La medicina tecno-scientifica scopre la sua vulnerabilità in assenza di un’attenzione alla persona ed al suo contesto vitale; il ruolo della medicina territoriale e della medicina sociale è stato abbondantemente occultato dalla massiccia ospedalizzazione e dalla mancanza di collegamenti con la medicina del territorio.
  2. Il ruolo delle cure palliative in tutto lo sviluppo epidemiologico è stato del tutto assente, soprattutto circa l’assistenza delle terminalità in terapia intensiva; le cure palliative devono rientrare a far parte del programma di medicina territoriale, puntando anche a lavorare in stretto contatto con gli anestesisti rianimatori ospedalieri.
  3. La comunicazione in medicina: una corretta comunicazione ed informazione per sviluppare una cultura della salute come bene primario da tutelare sia in prima persona che come bene collettivo; a tal fine è necessario coinvolgere esperti di comunicazione scientifica nei programmi sia nazionali che regionali di educazione alla salute.
  4. La tecnologia 4.0 deve integrare medicina territoriale e specializzazione ospedaliera. Sviluppare la telemedicina per il controllo remoto delle cronicità: incentivare economicamente lo sviluppo di queste tecnologie facendo rientrare i dispositivi nei presidi sanitari fondamentali.
  5. La rete delle RSA e delle strutture di supporto alla medicina territoriale: occorre creare una rete di tali strutture che devono adeguare i propri standard operativi alle più recenti acquisizioni scientifiche nel campo della tutela della salute soprattutto di quelle fasce più deboli come anziani e malati cronicizzati.
  6. Attribuzione della medicina territoriale alla sanità regionale: le regioni devono occuparsi prevalentemente di medicina territoriale facendosi garanti di qualità e sostegno al territorio e alle sue peculiarità; in questo modo ci si fa vicini al paziente e al suo contesto famigliare, rafforzandolo.
  7. Attribuzione delle acuzie e post-acuzie alla sanità nazionale; inoltre favorire programmi nazionali di controllo epidemiologico e di ricerca attraverso IRCCSS. Occorre che i governi potenzino i programmi di ricerca e di prevenzione sviluppando meccanismi snelli e virtuosi che velocizzino le sperimentazioni cliniche e la fase di verifica scientifica dei risultati.
  8. Avviare programmi di apprendimento a distanza sia a domicilio che nelle strutture sanitarie. In questo modo si integrano e si migliorano i processi di cura anche in contesti remoti, minimizzando i disagi della collettività e delle famiglie. Questo modello di ragione ecologica di integrazione delle scienze umane richiede ancora un’attenta riflessione metodologica e di contenuto che ci vedrà impegnati nel futuro.

La Chiesa non può farsi trovare impreparata a questo appuntamento con la storia per decifrare e illuminare il destino dell’uomo!

Cassano allo Ionio, 5 maggio 2020

X Francesco Savino Vescovo di Cassano all’Jonio

a cura di Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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