a tu per tu con…Totò Mazzara

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“Vi è al mondo una strada, un’unica strada che nessun altro può percorrere salvo te: dove conduce? Non chiedertelo, cammina!” afferma Friedrich Wilhelm Nietzsche e io ho camminato…

Ed oggi eccomi “a tu per tu con…” Totò Mazzara anche perché nessun fiocco di neve cade mai nel posto sbagliato, un fiocco caduto sulla mia scrivania nelle sembianze di due libri di Totò, L’ombra del destino e Fedro e me. Favuli, editi nel luglio scorso da I buoni cugini editori.

Fiore – Dove sei nato, caro Totò?

Mazzara – Sono nato a Villafrati, comune in provincia di Palermo situato lungo il corso del fiume Milicia, alle pendici della Rocca Busambra, il 10 dicembre 1941.

I primi anni della mia fanciullezza hanno contribuito non poco alla formazione del mio carattere.

Infatti, cresciuto nel periodo della lenta rinascita sociale post-guerra, in un paese prevalentemente agricolo, mi sono legato in maniera indissolubile alla natura così come alla gente e ai suoi problemi.

A Palermo ho conseguito il diploma di perito tecnico metalmeccanico.

Nel 1968 emigro in Svizzera dove, accanto al lavoro come perito tecnico, continuo a curare le mie passioni…

Fiore – Quali?

Mazzara – Scrivere e dipingere.

Fiore –  Quale il carattere originario del tuo scrivere?

Mazzara – Nei primi tempi i lavori letterari sono stati ispirati da un carattere prettamente emigratorio.

La frontiera, nome quasi astratto nel significato, acquista di colpo un significato essenziale della mia vita: un muro quasi insormontabile come dimostra la pubblicazione nel 1977 di una piccola raccolta di poesie dal titolo “Amata terra mia” con la casa editrice “Club degli autori” di Milano.

Le opere recenti, invece, hanno solo in parte un carattere emigratorio: i ricordi della fanciullezza acquisiscono sempre più il sapore della nostalgia, ma ormai non si sente più il rimpianto per la terra lasciata.

Fiore – Riconoscimenti?

Mazzara – Nel 1975 Medaglia d’oro al “Concorso di Poesia di Basilea” con la poesia: “Gelido autunno”, nel 1978 un secondo posto al Premio artistico letterario “Lo specchio d’oro” di Berna col racconto: “Torna emigrante”.

Fiore – E la tua pittura?

Mazzara – Nella pittura, dopo aver partecipato ad alcune mostre, ho aperto dal 1994 al 2001, a Rheinfelden, insieme a mia moglie, la galleria d’arte moderna “Galerie zum Komet”.

Dal luglio 2001 fino a dicembre 2005 ho diretto la “Galerie Mazzara” a Riehen, a due passi dal famoso museo “Fondazione Beyeler”.

Nel 2006 ho ceduto la galleria al mio successore che ho accompagnato fino al dicembre 2007 sotto il nome di “Galerie Mazzara & Mollwo”.

Dal 2008 la galleria si chiama soltanto “Mollwo”.

Nella galleria ho avuto modo di incontrare numerosi artisti di fama internazionale per i quali ho avuto l’onore di organizzare delle mostre di grande importanza.

Ho lavorato con gli italiani Vincenzo Baviera e Pasquale Ciuccio, con gli svizzeri Pierre Casè, Martin Cleis, Karl Imfeld, con i tedeschi Hans Schnell, Franziska Schemel, Klaus Neuper e Norbert Hartmann, con lo spagnolo Enrique Brinkmann, con l’olandese Ko Kwinkelenberg, con l’inglese Gillian Withe,  con l’armeno Sam Grigorian, con l’iracheno Shafiq Alnawab, con l’indiana Surekha Kumar e con moltissimi altri.

Con la “Galerie Mazzara” e la “Galerie Mazzara & Mollwo” ho partecipato nel 2005, 2006 e 2007 alla Fiera Internazionale dell’Arte di Karlsruhe in Germania.

Fiore – Arthur Schopenhauer dice che “Il destino mescola le carte e noi giochiamo” e tu con il tuo scrivere e la tua pittura hai giocato mescolando le carte che il destino ti ha messo tra le mani nel momento della nascita, quel 10 dicembre del 1941…

Mazzara – E non hai torto! Infatti da tempo mi portavo dietro un fardello pieno di idee e pensieri di tutti i tipi e di tutti i colori.

Una specie di raccoglitore dentro il quale vi si depongono fotografie, pagine di riviste interessanti ma anche informazioni che all’occorrenza opportunamente gestite servono come mi sono servite.

Ed ecco venir fuori due volumi in italiano “L’emigrante” e “Storielle vere e mezze vere” e altri due nel dialetto di Villafrati “Chiàcchiari e pinsera” e “U mè paisi” che nel crogiolo craniale erano rimaste più a galla.

Fiore – Storie vere o quasi?

Mazzara – Storie e storielle, vere e mezze vere con uno sfondo reale e qualche volta arricchite di sfumature satiriche o ironiche.

Fiore – Storie quindi completamente diverse dai racconti de “L’ombra del destino”…

Mazzara – Assolutamente sì! Infatti i sei racconti di questa iniziativa letteraria sono costruiti sul telaio del destino umano, pieno di emozioni, gioie, delusioni, tragedie e tutto quello che ci può aspettare durante una lunga vita.

Fiore – Quel destino che come una forza invisibile condiziona l’uomo ad agire in un modo piuttosto che nell’altro. Giusto?

Mazzara – Direi molto corretto! “L’ombra del destino” in effetti mette in evidenza, con svariate sfumature, come il destino ci accompagna per tutta la vita come un’ombra, senza che si abbia la possibilità di liberarcene e neppure di influenzarlo.

Come si dice: questa è la musica e questo è il ballo!

Fiore – Ed eccoci a “Fedro e me, favuli”…

Mazzara – Una raccolta di sedici favole disposte a coppia di due: la prima di Fedro, scritta da me in dialetto siciliano, e la seconda mia.

Fiore – Perché un libro di favole?

Mazzara – Perché le favole sono, nella loro semplicità allegorica, fonte di saggezza, trasmettono valori morali, sociali e culturali, insegnano a distinguere tra il bene e il male, stimolano l’immaginazione e il pensiero critico, fanno riflettere sui problemi della vita creando momenti di conforto e di speranza, nel credere di avere la forza per superare tutti gli ostacoli che la vita ci mette innanzi.

Fiore – Il bastone della nostra vita?

Mazzara – Già! Le favole si scrivono per questo, nella fiducia che l’una o l’altra possano servire da bastone d’appoggio per l’anima, nei momenti difficili della nostra esistenza.

Fiore – Quale favola delle tue vorresti dedicare ai lettori di ScrepMagazine?

Mazzara – “A palumma stravacanti”, perché quello che ha fatto la colomba, partire per vedere, conoscere e sperare in una vita migliore è parte integrale del DNA umano, fino a quando la forza del legame di quello che si ha lasciato diventa un richiamo che non si può più non ascoltare, simile a quello di un emigrato che sente il richiamo della terra amata.

Torna emigrante al tuo paese

dove hai lasciato il cuore tuo,

i tuoi ricordi insieme.

Perché riparti se quando torni

altro non fai che lacrimar

di gioia ai dolci abbracci

della madre tua?

Resta tra la gente tua,

tra le case rustiche del borgo,

che pure tu avrai, se vuoi,

il pezzo tuo di pane,

forse più duro m’assai più dolce

del pane altrui straniero!

Fiore – Grazie, Totò per il tempo dedicatomi…e buon futuro!

Mazzara – Grazie a te, Vincenzo!

Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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