(dalla scrivania di casa)

l’animo di questa Italia

La Lombardia, la regione più massacrata dal coronavirus.

Carenza di attrezzature sanitarie, a partire dai ventilatori polmonari.

Frutto di scelte tese solo e soltanto al guadagno, quasi a dar ragione a quel detto popolare che dice:

“Poco, maledetto e subito!!!”

Scelte essenzialmente finanziarie e concrete, assolutamente non strategiche per eventi drammatici come quello che stiamo vivendo.

Basti pensare che in Italia ci sono 231 aziende produttrici di armi e munizioni ma una, una sola, sì, avete letto bene, una sola azienda produttrice di ventilatori artificiali per i reparti di terapia intensiva.

E per l’intero Paese, per lungo e per largo, le urla, le grida manzoniane per recuperare il maggior numero possibile di ventilatori e respiratori per salvare il maggior numero possibile di persone e non trovarsi di fronte alla decisione tremenda di dover decidere chi far vivere e chi no!!!

Purtroppo questa mancanza è dovuta assolutamente a quella politica di programmazione molte volte annunciata ma mai attuata.

La politica dell’uovo oggi e non della gallina domani.

Speriamo che questo tsunami che si è abbattuto possa far rinsavire tutti, nessuno escluso, e che un Paese civile, o che dice di essere civile, si doti di un piano B e di una camicia di ricambio

Vedremo…

Nel frattempo noi di SCREPMagazine continuiamo ad “auscultare” il cuore dell’Italia e non solo, questa volta ci siamo spinti persino in Argentina, a registrare anche con la poesia il sentiment del cittadino di vario ceto per essere da stimolo a chi, a burrasca calmatasi, toccherà rivoltare la politica sanitaria ed economica per far risalire il Paese.

Ma ora facciamo parlare “la gente”…

Angelo Iacovazzi di Bari, anni 74

L’altra sera i colleghi della Stampa Cattolica mi avvisavano che, su TV 2000, ci sarebbe stata una straordinaria recita del  Santo Rosario  alla presenza di Papa Francesco.

Non avevo mai ascoltato il rosario in TV.  

È stata   per me un’esperienza veramente particolare e molto commovente che mi ha ricordato l’antico snocciolare dei grani della corona con il pollice e l’indice  di mamma, nonna e  zia  Ninnozza.

Si usava così negli anni sessanta, quando le nostre donne prima della preghiera, indossando uno scialle di tulle ricamato, con voce flebile, si alternavano recitando ciascuno la metà di centocinquanta Ave Maria.

Ci si scaldava, allora intorno al tondo del braciere dell’antica casetta di Fasano e si pregava sul far della sera.

Ma stasera dopo pochi minuti di preghiera, abbiamo avuto una strana sensazione:  Rosaria ed io, davanti alla Tv, in preghiera, soli come sempre da  ormai dieci interminabili giorni di  rifugio in casa,  abbiamo  avvertito di non essere stati  affatto soli.  

Insieme  a noi in comunione ed in preghiera, sentivamo la presenza dei nostri cari che non possiamo vedere, né abbracciare da giorni.

Abbiamo sentito la vostra presenza, cari amici e amiche,  e  quella di  tante persone che nella preghiera cercavano speranza.

Accanto abbiamo sentito il calore delle nostre due principesse, “Giada e Isabella”,  recitare anch’esse e pregare insieme a noi:  

“Ave Malia, piena di gazie, Signole con tè, tu sei ene detta …”  

e poi addormentarsi tra le nostre braccia.

Forse sognavamo, ma è stato bello sognare … e ritornare alla ragione con un po’ più di fede nell’ aiuto del Signore e della nostra Santa Mamma Celeste.

Un abbraccio, Angelo

Giorgia Butera di Palermo, anni 44

Un tempo inimmaginabile, quello che stiamo vivendo. Ci sta rivelando. Ho un osservatorio privilegiato, quello di dover stare a letto, e recuperare la vita. E così, osservo, analizzo, leggo, mi confronto.

Sto, anche, imparando ad amare di più. A cristallizzare. E sono felice.

La pandemia sta distruggendo, sta accelerando processi naturali, ma è anche una opportunità per rinascere.

Ed io, oggi, ho due conquiste: meno collassi, e meno gocce di cortisone da prendere. Per il resto, è una filiera di medicine.

E poi, ancora, oggi inizio a scrivere il mio ventesimo testo, che emozione. Lo festeggio, con uno scatto nel mio amato terrazzo magrebino, e come dice Gae: “sembro una ballerina della pre-dance”.

Raffaella Anna Dell’Aere di Ruvo di Puglia, anni 53

Attese

Riguardo e guardo te

preda e immaginazione.

Agile fuoco fluido

famelica solitudine

per farti sogno.

Sabbia lontana

e vuoto virale

birra notturna

e voci

di sagome perse

sparse

in maschere bianche.

Dormo e sento

produco anima

nei respiri

resisti

ti aspetto ed esisti

a stento

e spento

con labbra

bramose

e attese.

 

Dante Marmone di Bari, anni 68

Il coronavirus ha cambiato le nostre abitudini in maniera drastica.

Chiusi nelle nostre case, bombardati da informazioni senza un briciolo di speranza, restiamo impotenti, atterriti di fronte a questa valanga che ci casca addosso e che temiamo non debba avere fine.

Fine certamente l’avrà, d’altronde l’umanità ne ha viste tante per quanto riguarda virus e batteri: dalla temutissima peste, che flagellò l’Europa in varie ondate, alla lebbra, al vaiolo, alla spagnola che fece circa cinquanta milioni di morti nel mondo. C’è da dire, però, che il blocco delle nostre frenetiche attività sta avendo ricadute positive sull’ambiente, nella sua generalità.

La drastica riduzione del trasporto aereo, dell’uso delle automobili, il fermo di molti settori dell’industria hanno già reso il cielo più blu.

Se ci pensiamo, il nostro star chiusi in casa sta mutando le abitudini anche di alcuni animali.

Per esempio, la movida, che ci fa stare all’aperto a gustare cibi, senza che ce ne accorgiamo, produce briciole, pezzi di cibo che cadono sui marciapiedi, diventando alimenti per topi, colombi, millepiedi, ecc.

Ciò non esiste più, sconvolgendo le sicurezze alimentari acquisite da questi tanti animali.

Non notiamo più l’immigrato all’uscita dei supermercati a cui diamo spiccioli: forse anche il consumo di droghe deve aver avuto una brusca frenata, la guerra del petrolio tra la Russia e gli Emirati Arabi ha perso di senso, visto che c’è stato un crollo epocale della vendita dei carburanti.

Dalle piccole alle grandi cose tutto sta mutando.

Non auguriamocelo, ma qualora questa situazione dovesse perdurare per tutta l’estate, possiamo immaginare quanto i mari e i suoi abitanti ne gioverebbero. Anche le nostre città, normalmente invase da cartacce e rifiuti che gli incivili lasciano cadere per terra, sono più pulite.

Il nostro stare rintanati, la nostra assenza, è un benessere per l’ambiente e di questo dobbiamo ricordacene quando tutto sarà finito.

Dobbiamo ricordarci che se il Covid-19 è il responsabile del nostro malessere, noi siamo il virus che procura malessere alla natura.

Dobbiamo ricordarci che se vogliamo limitare l’invadenza dei topi dobbiamo avere un comportamento più attendo, e questo giusto come esempio, per i tanti effetti creati dal nostro comportamento troppo sconsiderato ed ignorante.

Loredana Novelli di Palermo, anni 55

In questo momento Palermo è divisa tra chi ha realmente paura e chi invece da palermitano pensa:

 “A me non succederà mai”.

Le nostre istituzioni stanno cercando di fare il massimo per quello che è in loro potere: ritengo anche molto di più viste le problematiche che, purtroppo, viviamo da più di 30 anni.

Il Presidente della Regione, nemmeno un mese fa, aveva pregato di non venire al Sud per il momento.

E non era un:

 “Non vi vogliamo!”.

Chi lo ha pensato è stato semplicemente sciocco, perché sappiamo bene che viviamo anche di turismo: era una preghiera, una esortazione!

Non abbiamo, infatti, posti di terapia intensiva a sufficienza, non siamo preparati anche se l’Assessore Regionale alla Salute, Razza, sta facendo l’impossibile per aumentarli.

 A casa cerchiamo di vivere il momento come se tutto fosse normale, non stiamo un attimo fermi ed i miei figli occupano ogni minuto delle loro giornate dall’allenarsi in salotto con le casse di acqua a dipingere.

L’aperitivo alle 19.00 in video chiamata, per fortuna sono due ragazzi adulti, 30 e 24 anni e con la testa sulle spalle.

Soffriamo in silenzio essendo abituati a vivere le nostre giornate fuori e dentro casa. Io continuo a lavorare tra telefono, computer, whatsapp, mio marito va al lavoro.

La notte si dorme poco.

Il Coronavirus cambierà tanta gente e tante altre faranno i conti con la propria psiche.

Non so quando finirà ma prego Dio di darmi la forza ogni giorno per far sorridere i miei figli: loro sono la nostra forza.

Ho una voglia matta di abbracciare mia madre, i miei nipoti, la mia famiglia: guardare tutti negli occhi e ridere a crepapelle.

Francesco Grillo di Molfetta, anni 60

Sto trascorrendo il mio compleanno in smartworking, direi supersmart, perché sto lavorando più del solito e con ritmi sostenutissimi.

Con l’azienda per la quale lavoro (CompuGroup Medical) siamo attivamente impegnati ad offrire ai nostri clienti, medici e operatori sanitari in genere, soluzioni tecnologiche per mitigare le difficoltà dell’emergenza CORONAVIRUS.

Abbiamo messo a disposizione gratuita il nostro sistema di teleconsulto (CLICKDOC Teleconsulto) e abbiamo approntato un kit (CGM CARE MAP) per il telemonitoraggio di parametri di pazienti domiciliati e affetti da COVID-19 per diminuire l’ospedalizzazione, monitorare i pazienti dimessi e per liberare letti: cosa che in questa fase è un elemento chiave.

Abbiamo appena attivato la soluzione all’Ospedale Sacco di Milano, all’Ospedale di Piacenza e nell’ ASL del sud Tirolo.

Tutto ciò porta in secondo piano il mio compleanno.

L’idea di poter contribuire attivamente a porre un freno o comunque dare ausilio a quanti sono in prima linea nell’emergenza dona anche un senso diverso e più profondo alla ricorrenza.

Stasera brinderò con mia moglie con un buon calice di vino, magari unendoci in videoconferenza con i due figli rimasti coscienziosamente al nord (uno a Milano e uno a Reggio Emilia).

Maria Camezzana di Junin provincia di Buenos Aires, Argentina, anni 67

Anche in Argentina siamo tutti in quarantena.

C’è qualcuno che finisce in prigione perché non rispetta le regole in quanto arrogantemente pensa:

“Tanto  a me non succede nulla!”.

La pena va da dieci giorni a un anno. 

 Dobbiamo prendere coscienza che la situazione è grave.

Anzi gravissima.

Il coronavirus non scherza.

Sono le persone più anziane quelle più esposte, anche se  il virus non fa differenze.

Tutti siamo in pericolo.

Abbiamo il vantaggio che, qui da noi in Argentina, è arrivato dopo la Cina e l’Europa.

Il governo ha avuto più tempo per preparare cliniche e ospedali, che già si stanno riempendo di contagiati.

Ad oggi abbiamo 301 casi di Coronavirus accertati.

Preghiamo Dio che rivolga i suoi occhi su di noi.

Ne abbiamo tanto bisogno.

Maria di Altamura, anni 50

Prima di tutto c’è da capire quanto contano Conte e l’Italia e, soprattutto, chi ci “ama” di più.

Comunque, pensando che l’Italia sia autonoma, avrei adottato il modello Wuhan da subito.

Avrei cristallizzato tutto alla data del primo caso italiano.

Avrei imposto limitazioni anche sull’alimentazione.

È una guerra, e come in tutte le guerre, non si può pensare alle violazioni delle libertà.

Avremmo sofferto tutti, sicuramente, ma ne saremmo usciti prima, almeno dal virus.

In questo modo, non so quando usciremo dal virus, e, soprattutto, come ne usciremo e con “CHI” ne usciremo.

A me questi aiuti dai paesi “rossi” fanno paura…

Altro che limitazioni alla libertà!!!

Mimmo Magistro di Bari, anni 69

“Il Mezzogiorno è alle corde.”

Lo scrisse nel 1978, nella sua prefazione al libro “L’abbandono programmato”, Mario Dilio, giornalista rigoroso  che non amava essere considerato tra i meridionalisti perché riteneva che,  se e quando il Sud avesse risolto i suoi problemi, ci sarebbe stata  una disoccupazione per i meridionalisti.

Si riferiva a quanti – a suo dire- riempivano i palazzi degli enti che avrebbero dovuto sostenere il Sud e che spesso lo tradivano. 

Oggi il Sud è alle corde perché deve scegliere tra l’occupazione e la qualità della vita.

Tra l’ex ILVA e la vita di chi vive a Taranto.

Il coronavirus ha complicato la nostra vita ma può essere anche lo strumento per unire finalmente il nostro paese.

Non ci può essere sempre un Sud povero che fa emigrare parte dei suoi cervelli migliori ed un Nord che sfrutta questi cervelli per le proprie attività produttive.

Per testimoniare la sua tesi Dilio ricordava la storia dello stabilimento Fiat di Melfi, finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno per aiutare il Sud, ma di fatto realizzato da imprese del Nord senza alcun vantaggio per le imprese meridionali e l’aggravante che nei vertici dirigenziali non fu inserito nessuno del Sud.

Quasi una grande beffa!!!

Al Sud solo un migliaio di nuovi occupati ma con stipendi per sopravvivere, non certo per la crescita del territorio. 

E la FIAT ha continuato ad aiutare l’editoria e lo sport del Nord, fregandosene del Sud e continuando a lucrare sulle risorse pubbliche quando, quasi per scherzo, un mese aumentava la produzione con il lavoro anche nei giorni festivi e il successivo metteva tutti gli operai in cassa integrazione, cassa integrazione pagata anche dai cittadini del Sud. 

Tutto questo Dilio lo spiegvaa anche in dibattiti avvenuti con studiosi di livello internazionale.

Oggi questo maledetto virus ci consente una riflessione su quello che il nostro Paese doveva essere e non è stato e dei motivi per i quali il Sud viene dipinto come una sanguisuga ed un assistito quando al contrario è vittima di una classe forse non troppo sveglia e poco incline a riflessioni e a giuste rivendicazioni. 

Certo la classe politica di oggi non è quella auspicata dai nostri padri costituenti che avevano immaginato, con l’art.49, un paese guidato da un gruppo dirigente nato e cresciuto nei partiti perché a loro era affidato il compito di preparare i nostri giovani a gestire con amore e dedizione il bene pubblico. 

La lettura dei lavori della Costituente conferma che su quell’articolo 49 ci furono parecchi esponenti che avrebbero voluto una migliore e chiara nomenclatura delle forme di democrazia interna ai partiti.

Si batterono Saragat e Calamandrei, anche Terracini parve dar loro ragione.

Ma la solita fretta chiuse ogni utile confronto su quel tema. 

Il giornalista Roberto Napoletano, a distanza di oltre 40 anni, nel suo libro “La grande balla” ha ripreso quei temi e con altre lucide riflessioni ha ricordato che al Mezzogiorno vengono annualmente scippati 61 miliardi l’anno.

Altro che Sud assistito!!!

Ora siamo in casa per combattere un virus insidioso ma dopo, a virus sconfitto,  dobbiamo fare un discorso serio sui diritti ed i doveri.

Magari, giusto per fare un esempio, che potrebbe sembrare stupido, iniziando a chiedere alle TV pubbliche  e private di illustrarci ogni tanto le previsioni meteo senza iniziare sempre dal nord con il rischio di non dar spazio al Sud perché è tempo per la pubblicità.

Lo stesso Capo dello Stato in questi giorni è venuto allo scoperto per richiamare tutti alla Costituzione.

Nessuno ci regalerà nulla, muoviamoci, donne e uomini del Sud.

Giuseppe Paciullo di Bitonto, anni 71

Cosa dire?

Senti di appartenere carnalmente alle comunità lombarde, venete e piemontesi, le più colpite.

Piango i loro morti come se fossero i miei e mi auguro che l’aggressività di questo virus demorda dalla sua ferocia.

Questo mi sento dire così a caldo, anche perché per alcuni anni ho insegnato a Bergamo..

Claudia Di Cera di Brindisi, anni 34

Si oscilla tra è tutto surreale, sembra di vivere in un libro, in un film di fantascienza, e quando andiamo a far la spesa si scherza, esclamando: “Da un angolo uscirà uno zombie?!”

La spesa! Mi intristisco quando vado a fare la spesa, mi vengono le lacrime agli occhi quando vado a fare la spesa.

Il camminare velocemente nel supermercato, il vedere uomini e donne con guanti e mascherine.

Dove sono i sorrisi?

A me piace sorridere alle persone se incrociano il mio sguardo e mi piace quando ricambiano.

E ora? Non riesco a vedere i sorrisi per il virus.

Questa malattia nuova.

Questa malattia che porta via, questa malattia che crea code di camion militari (un plauso alle forze dell’ordine che lavorano nonostante tutto), questo morbo che crea il vuoto, tre le persone, per le strade, nei negozi, ma non negli affetti.

No, l’affetto tra i cari, i familiari, gli amici, non viene intaccato da questa peste moderna.

 Al contrario, ci si vuole ancor più bene tra tutti.

Si vuole bene e si è vicini a tutte le persone della nostra Patria, di un’altra nazione, di un altro continente.

Ora, lo riusciamo a capire che siamo tutti esseri umani? 

Io avverto questo. Tutta una, positiva, l’unione dei popoli.

Ci credo.

E si oscilla affermando che il vaccino presto arriverà.

Gli scienziati lavorano alacremente in tutto il mondo.

E poi i bambini, quanto sono meravigliosi i bambini, anche in questo momento stanno nascendo, porgono domande intelligenti, sono curiosi, giocano, la loro voce, sorridono.

Ah! Quel bel sorriso!

Tutto passa, mi riempio di gioia nel cuore.

Non puoi aver un viso corrugato al cospetto di un bambino!

Al volgere della sera, prima della cena, ecco giungere il solito appuntamento che ormai accompagna, dall’inizio di questo “momento clausura”, il mio compagno e me. Mi reco nel salotto, il mio amato è già all’opera, prepara la sua griglia alfabetica/numerica della battaglia navale! 

Ridiamo sempre e molto, durante e alla fine di questo gioco.

Le risate, l’amore, i giochi, il cibo; l’amore, le risate, il vino; l’amore, le risate, la caparbietà dei medici, degli infermieri, degli scienziati, gli esseri umani, l’amore!

E come quando dal vaso di Pandora uscirono tutti i mali.

Ci rimane… la Speranza!

Christine di Catanzaro, anni 42

Siamo in un momento della nostra vita in cui, ahimè impotenti, non possiamo far altro che osservare inermi e aspettare…

Siamo partiti scettici perché ci hanno detto non necessitano mascherine e guanti, è una semplice influenza…

Per poi alzarci un mattino e sentirci dire che dobbiamo stare in casa ….

In un attimo le nostre vite si sono ribaltate, una cattiva gestione che ha portato il veicolare di questo virus a toglierci la libertà, creando confusione e strage.

Ma ora non è tempo di polemiche e di responsabilità, queste verranno dopo.

E’ il momento di essere compatti in questa grande lotta che ci vede gladiatori.

Il mio pensiero e le mie preghiere per tutti quei dottori, infermieri e operatori che rischiano la loro vita, il mio dolore e il mio abbraccio per tutte quelle vittime che non hanno neanche avuto una sepoltura, privati di ogni dignità.

Siamo in un momento in cui si è avviata una selezione naturale, benedetto chi ne uscirà e che non dovrà più sprecare un singolo momento, celebrandolo, vivendolo e regalando amore.

Lo dobbiamo a chi è stato strappato a questa realtà.

L’unica cosa certa in questo momento è che la natura si sta purificando.

Ed è chiaro il messaggio: non ha bisogno di noi, sopravvive benissimo da sola.

Per cui quando torneremo ad abbracciarla ricordiamoci sempre che siamo ospiti.

Pertanto non perdiamo la voglia di emozionarci: riusciremo di nuovo a sorridere e abbracciarci più forti e maturi di prima.

Sabino Lafasciano di Bitonto, anni 64

Il secondo giorno di telelavoro è iniziato alle 8.00 con una videoconferenza con lo staff di presidenza.

Venerdì scorso, alle 13.30, ho chiuso non solo simbolicamente la mia scuola, l’ ITET Salvemini di Molfetta.

Mi ha preso un magone come non ne provavo da tempo, ed ho registrato la commozione di quei collaboratori scolastici, amministrativi e tecnici, cinque in tutto, che ancora assicuravano fisicamente, con me, l’apertura di questo presidio di democrazia.

Uno di loro, Gennaro, che qui ricordo per tutti, mi ha detto:

“Preside, chiudiamo l’acqua, dovesse esserci l’allagamento, come la volta scorsa”

ed ho proprio avuto la sensazione di chiudere casa, dove non so ancora quando ritornerò, quando ritorneremo…

Sino a venerdì abbiamo distribuito computer e tablet agli studenti che ce ne hanno fatto richiesta, per poter partecipare alle lezioni con i loro prof, per studiare, e per restare connessi con il mondo.

Con i professori siamo in contatto quotidiano, e cerchiamo di armonizzare i nostri interventi didattici, e non solo.

Monitoriamo infatti la tenuta psicologica dei nostri ragazzi, soprattutto dei più fragili, e cerchiamo, soprattutto ora, di valorizzare i loro talenti, a fronte di questo immane “compito di realtà” che è l’emergenza che stiamo vivendo.

Facciamo, cioè, come la gatta Cipolla della poesia di Giovanni Raboni:

Esorcizziamo il diavolo, che è la morte, occupandoci della vita”.

Giovanni Castronovo di Montelepre, provincia di Palermo, anni 58

Ti ringrazio Vincenzo per l’opportunità che mi concedi nel poter esprimere la mia opinione circa il diffondersi della pandemia del Covid19.

Evidenzio che, fortunatamente, a Montelepre, non ci sono casi eclatanti (eccetto una signora risultata positiva ma non grave), per cui le notizie più gravi e più dolorose sono quelle che apprendiamo giornalmente dai mass-media e che sembrano più un bollettino di guerra che una notizia di cronaca.

Ritengo anch’io che lo scenario che si sta manifestando è da vera guerra.

Una guerra che ha assunto una consistenza mondiale e che si sta combattendo contro un nemico subdolo ed invisibile mettendo a dura prova l’esistenza umana e lo stesso stato socio – economico e politico che fino adesso eravamo abituati a vivere.

Fino ad oggi eravamo ciechi e il nostro egoismo ci ha fatto costruire la nostra casa sulla passerella facendoci perdere ogni ragione e comprensione del perché esistiamo.

Dobbiamo molto riflettere su quello che sta accadendo e chiederci quale valore attribuire all’essere e quale all’avere.

La politica che, per ragion di stato, vede la soluzione nella modalità dell’AVERE dimostra l’incapacità di fronte a un problema cosi complicato e adotta misure di contenimento economico-sanitario mostrando i propri limiti.

In attesa che la Provvidenza Divina e scientifica faccia il suo miracolo, chiediamoci cosa e chi ha causato questa Pandemia.

Quando scopriremo che la fonte dei nostri peccati è l’eccesso di “AVERE” dovremmo iniziare a fare ammenda cercando di “ESSERE” come l’uomo cieco, che, pur non vedendo chi gli ha fatto il miracolo, ha lo stesso creduto che quello fosse Gesù.

La fede è quella che dobbiamo ritrovare.

La Politica, da sola, non può risolvere le cose complicate poiché ci sono in gioco troppi fattori umani, ma può fare in modo che, in futuro, non diventino mai complicate, ragionando sulla complessità delle cose e di come renderle semplici per garantire il benessere dell’ESSERE.

Se credi il tuo slogan sarà “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Beppe Cazzolla di Bitonto,  anni 51

Sono un’ecologista e mi piace passeggiare nei boschi, lì dove non ci sono auto, non c’è smog, ma il silenzio e i suoni della Natura che accompagnano il crepitio dei passi lungo il cammino.

Le immagini delle Città deserte (o quasi), il poter aprire la finestra di casa, senza correre il rischio che quell’olezzo puzzolente provocato dalla combustione dei motori a scoppio inondi dapprima le narici e poi la stanza, ti dovrebbero portare ad esclamare: “Finalmente! Non se ne poteva più!”

Il Pianeta è malato, lo andiamo dicendo da decenni, ma le nostre grida sono rimaste inascoltate, i nostri appelli alla decrescita sono diventati o inutili bandiere politiche o oggetto di scherno.

Non volevamo la decrescita, adesso ci impongono lo stop.

Pur trovandomi alla fine della mia riflessione, non ho ancora citato la “brutta bestia”, quella che da un lato ci sta togliendo gli affetti più cari, provocando immense lacerazioni psicologiche e fisiche, dall’altro ci impone di considerare un modello di sviluppo completamente nuovo (specie se sarà confermata la teoria in base alla quale la diffusione del virus è più forte lì dove ci sono maggiori concentrazioni di inquinamento).

 A mio parere dovremmo partire da qui, quando saremo chiamati ad affrontare il dopo emergenza.

Non mi mancano i baci, gli abbracci di circostanza e le strette di mano frettolose e di rito, mi manca, però, questa primavera che sta, pian piano, esplodendo, mi manca la possibilità di programmare il mio prossimo futuro, ma, soprattutto, mi mancano i sorrisi dei bambini all’uscita dalla scuola e le loro espressioni sul volto quando chiedo loro ( durante le tante attività da me svolte in questi anni) di abbracciare un albero o di rassodare la terra, calpestandola con le loro scarpe, dopo aver messo a dimora una nuova pianta.

I bambini, i nostri figli, la nostra speranza!

Già, i nostri bambini, i nostri ragazzi, i nostri figli, a cui oggi la vita per alcune settimane, per alcuni mesi chiede un cambio di passo espropriandoli del proprio largo e vasto territorio di esplorazione e relegandoli in un piccolo e limitato spazio.

Lo chiedono le regole ma lo chiede soprattutto la vita stessa che ha bisogno di essere protetta, anche perché come afferma l’epidemiologo Lopalco “questo virus non sparirà fino a quando non avremo il vaccino, e potrebbero volerci anni. Servirà molta cautela”.

… a cura di Vincenzo Fiore

 

Articolo precedente“Prospettive” di Maurizio Gimigliano
Articolo successivoIl viaggio dell’anima
Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui