la Sardegna, la Sicilia, la Lombardia e l’orecchio da mercante

“Tutti sulla stessa barca”, “Nessuno sarà lasciato indietro”, “Tutto tornerà come prima”.

Parole, frasi di incoraggiamento e basta?

Bugie che i nostri politici si ostinano a propinarci come dei medici pietosi non rendendosi conto che, nel frattempo, la piaga diventa sempre più verminosa impegnati come sono nel conquistarsi titoli da prime pagine sui quotidiani per qualche giorno o qualche apparizione nei talk show televisivi di informazione?

Sanno che c’è bisogno assoluto di un “progetto di Paese”, di una “idea di Paese”  con fondamenta solide e non di illusioni?

Sanno che urge, e lo sto sostenendo sin da quando è scoppiata la pandemia, una strategia, non una tattica, concreta con lo sguardo attivo verso una completa ristrutturazione della macchina dello Stato nelle sue varie sfaccettature per far sì che la crisi economica non coinvolga sempre più strati della società italiana?

Sanno che tutto questo sarà possibile a una sola condizione?

Quale?

Che la Politica abbia come unico comandamento il benessere del Paese e non degli orticelli personali e delle lobbies!

Non è più il tempo della coltivazione degli orti di famiglia… o si coltiva il campo per intero o si precipiterà in un pozzo senza fondo e il campo si riempirà di erbe infestanti dure a essere eliminate.

Solo con un “progetto di Paese” concreto e compiuto sarà possibile spendere con razionalità gli eventuali 172 miliardi di euro del recovery fund per risollevare l’economia italiana: senza razionalità ma solo con l’idea delle bandierine dei singoli o di partito  andremmo a sbattere, e di brutto, facendo precipitare il Paese in una crisi di sostanza, di identità e di povertà da cui sarebbe molto complicato e difficile risollevarsi.

Ecco l’origine del forte richiamo delle scorse ore del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, quando ha affermato che “la pandemia e la recessione aprono scenari di estrema incertezza che rendono molto difficile tratteggiare i contorni dei nuovi equilibri che si andranno a definire”.

Ci saranno abbastanza riflessioni sul seguente ulteriore passaggio del discorso di Visco o si farà ancora una volta orecchio da mercante?

“Le conseguenze dell’epidemia sulla nostra vita quotidiana, sulle modalità di interazione sociale, sulle decisioni economiche delle famiglie, delle imprese potranno tuttavia protrarsi ancora a lungo e ci vorrà tempo per tornare a una situazione di normalità, presumibilmente diversa da quella a cui eravamo abituati fino a pochi mesi fa”.

Con l’augurio che queste opinioni vengano tenute nella dovuta considerazione, l’orecchio da mercante chiuso in cassaforte e gli interrogativi di cui sopra, che ho voluto affidare alle colonne di SCREPMagazine, abbiano le risposte che il Paese si aspetta, ho sentito telefonicamente la Sardegna, la Sicilia e la Lombardia per registrare altre sensazioni provenienti dal cuore di tre donne in gamba.

Maria Teresa Tedde di Sassari, 76 anni, poetessa e scrittrice

La mia Quaresima.

E dopo una settimana di chiusura totale ero lì, fra le piante di bianco fiorito, a grattarmi le sopracciglia, ad asciugarmi le lacrime, a guardare allo specchio la mia immagine, di colpo decaduta agli inferi.

Rabbia, ma non indirizzata agli umani.

Loro mettono toppe, errano, qualunque cosa facciano.

Di fronte ad un nemico imprevedibile, che sa mutare con disinvoltura, si lotta ad armi impari.

C’è il tempo per ogni cosa ed ora era tempo di salvare la pelle.

Ma cosa me ne faccio di questa pelle che all’improvviso diviene triste, scura, abbandonata, reclusa.

Mi piaceva la mia casetta, mi piacevano i miei giorni di solitudine quando li sceglievo per rigenerarmi dalle forti emozioni di viaggi “in continente” per presentare la mia anima attraverso le poesie.

Sola per scelta.

Ora no, incatenata da un minuscolo corpuscolo invasivo che si nutriva a dismisura di umani.

Vecchi? Malati?

Ma forse avrebbero potuto riprendersi e campare qualche mese o anno ancora per narrare a nipoti e ragazzi la storia vissuta, il lavoro faticoso senza orari, le lotte per la libertà.

Loro, memoria storica.

Che oggi pochi ascoltano.

Loro, i vecchi, i testimoni del passato: insegnano più di libri di storia.

Invece no, così, morti soli, spenti senza un cero, una mano affettuosa, un bacio.

E tanti marziani a buttarli in un forno crematorio.

Ed io viva e a soffrire per i limiti di libertà.

Sono morta dentro, perse le parole, i miei sorrisi, i miei entusiasmi.

Niente più bacchetta da fata Turchina, i capelli bianchi e stanchi osservavano il mio cuore spezzettato.

Nuovamente bruco chiuso in bozzolo troppo stretto e soffocante.

Ora la Fase due segna modi nuovi e percezioni di gioia semplici: un caffè con tanta schiuma in piedi per la strada, incrocio di sguardi, umani per le strade.

Chiunque incontri saluto con la mano, dico ciao da sotto la maschera che mi soffoca. Figuriamoci la tortura dei medici, infermieri e personale ospedaliero.

Saluto, dunque, anche se non conosco: sono persone che come me, qualcuna più di me, hanno vissuto paure, sgomenti, rabbie, dubbi, ribellioni.

Qualcuna ha vissuto morte di un proprio caro.

Siamo umani, spero in una rinascita.

Rifiuto discussioni, ho voglia soltanto di incontri di cuori, di abbracci, di sguardi in attesa di stringere al mio corpo le persone che amo.

Ho ritinto i miei capelli di cielo, fatto un taglio corto, mi guardo riflessa nell’ acqua del mio mare, rispecchia le mie rinate speranze.

Volerò ancora, incontrerò le persone amate, abbraccerò, declamerò i miei versi, anche con una pelle più stanca e il passo meno elastico.

Sì, lo farò, perché così sogno, spero, immagino la realtà. La mia.

A ciascuno i suoi sogni.

C’ è una colomba bianca che si è posata accanto: voglio interpretare questo atto  “casuale” come un messaggio.

Di frontiere libere, di società più giuste, di scuole che insegnino “Felicità”.

Perché da vecchia insegnante so cosa significhi un bambino, un ragazzo felice. Qualche volta ho sparso semi.

Il vento li avrà trasportati?

Non lo so, so che ho agito nella frequenza del cuore.

Domy Calabrò di Messina, 52 anni, artista, mamma, moglie a tempo pieno

Sono una di quelle persone che non memorizza le date, per cui non mi rendo mai conto del tempo che scorre via.

Non ho idea di quando è tutto incominciato: la pandemia, la quarantena, i morti, il terrore negli occhi della gente!

Personalmente ho vissuto una sorta di quarantena già nel 2019, perché a mio figlio gli fu diagnosticato un tumore linfatico: il linfoma di Hodking (non ho mai imparato a scriverlo correttamente, di proposito), per cui ho vissuto con la mia famiglia l’intero 2019 con mesi e mesi di chemio e radioterapia.

Il 23 dicembre scorso mio figlio finalmente finisce il suo periodo di quarantena e viviamo le festività di Natale con la speranza di nuovo accesa… mio figlio, nell’attesa della prossima PET di controllo, poteva finalmente vivere più libero!
Arriva il così tanto atteso 2020… ed ecco che in tv si parla di un Coronavirus letale in Cina: “ma tanto, in Italia”, dicono, “non arriverà mai”.

 Siamo a gennaio.

“…maiii!” dicono.

Febbraio e, con esso, comincia il terrore del contagio…

E da lì in poi ho messo in blocco il mio tempo, di nuovo, ma questa volta non era il mio stato personale ma di tutta l’Italia e poi di tutto il pianeta!

E il motto “STAI A CASA…ANDRÀ TUTTO BENE!”

Ci ho dipinto pure un cuscino!

Non ero preoccupata per me ma per mio figlio che era appena uscito da un periodo di chemio.

Grazie a Dio il brutto bastardo che stava nel corpo di mio figlio sparisce!

Siamo in piena fase 1 del COVID19!

Con il cuore più leggero casa diventa pasticceria-panetteria-bar-ristorante, per non parlare dei continui scherzi che ci facevamo per demonizzare il lugubre e tragico periodo.

Siamo cinque in casa, di solitudine non abbiamo sofferto, anzi il contrario!

Il caos è stato il nostro compagno di viaggio… eravamo tanti, credetemi!

E poi quella TV… COVID-19, Coronavirus, Virus, in tutte le salse e in tutte le minestre, anche quelle riscaldate…

A volte più confusione che chiarezza!

Sino alla determinazione di non vederla e ascoltarla più e cercare nella riflessione famigliare come uscire da quel film che ci aveva intrappolati, da quella realtà che ci impediva di vivere in piena libertà sia pure con le fisiologiche contraddizioni della vita.

Siamo riusciti a darci risposte ma una domanda non ha avuto la sua risposta!

A virus debellato, a mascherine tolte, a guanti eliminati potrà essere tutto come prima?

Anna Elina Lisignoli di  Nuova Olonio, comune di Dubino, provincia di Sondrio, 63 anni, insegnante di scuola dell’infanzia in pensione

La pandemia mi ha trovata incredula e spiazzata.

Per carattere sono una persona indipendente e abituata alla solitudine, poco incline a socializzare.

Sentirmi privata, come tutti, della libertà personale, mi ha fatto male sia moralmente che psicologicamente.

Improvvisamente ho sentito la mancanza di volti amici, degli abbracci, dei sorrisi. Essendo sola a parte la mia dolcissima compagna pelosa, Nikita, ho realizzato che potevo contare solo su me stessa e così ho messo da parte l’ansia e la paura.

Ho cercato di ritrovare in me stessa la forza di essere serena nonostante tutto.

Ho seguito le regole imposte e ho sperato fortemente di uscirne indenne.

Alla mia età credo si diventi per forza di cose, fatalista.

Non ho paura di morire, ma della sofferenza si.

E poi dopo 43 anni di duro lavoro, quando avevo appena cominciato a gustare i benefici del pensionamento, questo virus malefico mi ha rubato 2 mesi e mezzo di vita.

Quando penso a tutti i morti e ai sanitari che hanno combattuto stoicamente questa strage, mi sento fortunata per averla scampata, anche se siamo consapevoli che non è ancora finita…

Dal 18 maggio abbiamo ritrovato un po’ di libertà e mi rendo conto che non c’è niente di più bello.

Per natura non sono ottimista, ma dentro di me non so perché sento una serenità ritrovata.

Quella delle piccole cose… della natura che ci aspettava intonsa e rigogliosa.

La mia speranza in primis è che tutto si risolva quanto prima e che tutti abbiano capito quanto è importante rispettare l’ambiente, gli animali, le persone… Incrociamo le dita e pensiamo positivo.

Ma soprattutto siamo responsabili e consapevoli che abbiamo solo questa di vita, e che vale la pena di viverla appieno.

Un abbraccio virtuale a tutti.

Una ulteriore e breve riflessione dopo i contributi di Maria Teresa, Domy e Anna Elina.

Il ruolo delle donne nella ricostruzione del Paese post COVID-19 con gli enormi problemi da affrontare sarà fondamentale ed essenziale.

Il post COVID-19 è una sfida che non potrà fare a meno della presenza femminile perché si avrà bisogno di una non indifferente capacità di ascolto, unita a equilibrio, intelligenza e passione, che non sempre sono doti che si trovano negli uomini, per poter contemperare le varie esigenze che si alzeranno dal Paese.

 …a cura di Vincenzo Fiore

 

 

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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