Ora vi voglio raccontare una storia che ho vissuto, ma alla quale io stessa stento a credere. È successo l’anno scorso. Dopo aver fatto una serata in un ristorante di sushi, mi sentivo piena e avevo bisogno di una passeggiata per digerire.
Era buio, ma in estate è sempre giorno perché in giro c’è sempre gente.
Decisi di dirigermi verso il castello, la zona che ogni buon vibonese conosce come piena di anime vaganti. Ma io sono sempre la solita, quella che pensa sempre che non accadrà mai niente di male. Ebbene, il cielo era carico di stelle, la luna piena padroneggiava nel blu.
Il bar del castello stava per chiudere i battenti ed io, dall’alto ammiravo la spacca Vibo, quella via luminosa e percorsa dalle ultime auto della sera. In realtà ero molto tranquilla, niente lasciava presagire ciò che sarebbe successo.
Il mio stomaco era in piena ribellione, avevo mangiato davvero troppo e avevo molta sete. Da anni sono scomparse le fontanelle pubbliche e così, avevo in mano la mia solita bottiglia d’acqua, dalla quale ogni tanto, mandavo giù un sorso.
–Che pace- mi dicevo mentre serenamente camminavo.
Arrivata però, ai piedi del castello, iniziai a sentire un vento freddo, guardandomi intorno sembrava che tutti gli astanti fossero scappati via all’improvviso. Beh, visto il caldo della serata, un po’ di fresco ci stava bene. Il vento freddo arriva a folate ma pensai che fosse perché, quella del castello è la zona più in alto della città.
Di giorno si assiste ad uno spettacolo bellissimo perché è possibile vedere il mare e alle spalle, la Valle del Mesima e, con un po’ di fortuna, si può scorgere l’Etna. Col buio, però, si riesce a vedere un mare di luci.
Dalla zona delle Serre, comparivano le luci dei fuochi d’artificio e mi fermai per godere dello spettacolo. È difficile ignorare quel tripudio di luci colorate ed io, mi lascio sempre affascinare. Dopo i tre botti finali, tutto finì.
Aprii il tappo della bottiglia per bere, ferma sul marciapiedi, sollevai il capo e mi attaccai alla bottiglia. Quando finii, riabbassai la testa per richiudere la bottiglie e proseguire il mio cammino, con l’intento di raggiungere il viale Accademie che mi avrebbe riportato in centro.
Ma restai con la mano a mezz’aria. Vidi un uomo che correva, trafelato, spaventato, il quale, girandosi verso di me, urlò: – Scappa, scappa, stanno arrivando-. Istintivamente mi voltai indietro ma non c’era nessuno.
Sentivo però un forte calpestio di cavalli che echeggiava nell’aria. Mi rivoltai e cercai con lo sguardo, quel fuggiasco spaventato, ma non c’era più.
Dov’era finito?
Chi lo inseguiva era forse riuscito a catturarlo?
Perché era chiaro che si trattasse di un fenomeno paranormale. E ripensandoci, quell’uomo correva ma non aveva le gambe. Avevo la pelle d’oca, perché avevo realizzato di aver assistito ad una scena avvenuta secoli prima.
Allungai il passo per abbandonare la zona più velocemente possibile. Le mie gambe diventarono come le ruote di una bicicletta, come quelle che abbiamo visto spesso nei fumetti, e in men che non si dica, arrivai in centro. Lo stomaco si era svuotato da solo, e non avevo più sete.
O meglio, avevo smesso di pensarci per concentrare i miei pensieri su quella scena. Ma chi era quell’uomo in fuga? E chi erano quei cavalieri?
Perché lo volevano catturare? E chi lo sa! Forse, quella scena è accaduta durante il periodo in cui ci vivevano i Pignatelli, che nel XVI secolo avevano portato il terrore e la persecuzione.
Però vi assicuro che io non mi sogno più neanche lontanamente di andare a passeggio da sola e di sera tardi.
Certi incontri, preferisco evitarli.






