Luisa Molina Sanfelice

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Di lei, B. Croce narra che era una bella donna sposata e con figli, corteggiata da uomini repubblicani e realisti. Il giovane Baccher, filo-borbonico ed il repubblicano Ferdinando Ferri, se la contendevano e forse, il Baccher per fare breccia nel cuore della donna, le consegnò un biglietto che le avrebbe garantito la salvezza nel momento in cui sarebbero scoppiati i tumulti dei controrivoluzionari.

Luisa, forse per eccessiva ingenuità o forse per vanto, ne parlò al corteggiatore repubblicano e fu così che la congiura contro la repubblica fu sventata.

Eleonora Pimentel Fonseca, ne “Il Monitore Napoletano”, ne decantava il gesto definendolo nobile: “Una nostra egregia cittadina Luisa Molina Sanfelice, svelò venerdì sera (5 aprile) al governo la cospirazione di pochi. …Essa, superiore alla sua gloria, ne invita premurosamente a far noto che ugualmente con lei è benemerito della Patria in questa scoperta Vincenzo Cuoco”.

Il ruolo della donna fu amplificato, il suo timore era quello di essere esposta alla gogna, invece si sentì chiamare: Salvatrice della Patria!

La Sanfelice aveva compiuto un gesto d’amore, che anche se infedele, era pur sempre amore e non meritevole dell’esecuzione a cui fu destinata. Napoli la esaltava, Palermo voleva la sua testa. Di fatto, non c’era una legge che condannasse il suo gesto, ciò nonostante, il processo alla bella fedigrafa, iniziò nel settembre del 1799. Una lenta e dolorosa agonia!

Tra i giurati, i pareri erano divisi e fra di loro, il direttore generale della Polizia, Antonio Della Rossa, il quale non riteneva che la Sanfelice fosse meritevole del patibolo. Fu presa ad esempio la costituzione di Sicilia, che ammetteva la condanna a maggioranza e, ignorando le proteste degli avvocati della difesa, la condannata fu condotta “in cappella” in attesa della decapitazione.

La giunta si appellò ad un dispaccio reale, recante data del 7 settembre, che prevedeva un giudizio abbreviato “con processo sommario e de mandato”.

Benedetto Croce, scrive che in quell’occasione il Della Rossa: “non ostante l’immenso diluvio che faceva, essendo stata un’orrida giornata, corse alla Giunta e fece i più alti strepiti contro un così crudele ed irregolare modo di procedere; arrivò a dire ai compagni che invece di fare i ministri potevano fare i boia e situarsi al Mercato per apprendere e spendere la gente, chiese conto del dispaccio e volle che si rendesse noto”.

L’esecuzione della Sanfelice fu così sospesa.

Il Re però non demordeva e con un successivo dispaccio, inviato il 20 settembre, da Palermo, comandava che la giustizia facesse il suo corso. Vedendosi perduta, la condannata, per sospendere la sentenza di morte, dichiarò di essere incinta. I medici, mossi a pietà, confermarono una gravidanza inesistente.

Grazie a questa pietosa menzogna, la donna visse un periodo di pace e si credette che la sua condanna a morte, fosse ormai scongiurata.

Il Re però, sdegnato, volle che la Sanfelice fosse trasportata a Palermo, dove fu accertato ciò che tutti sapevano: la donna non era gravida! Il destino era scritto e neanche l’intercessione della principessa Maria Clementina, che aveva appena dato alla luce un figlio maschio, erede al trono, diede risultati positivi. Giunse così il giorno dell’esecuzione, l’11 settembre 1800, in piazza Mercato.

Benedetto Croce, la definì “una scena selvaggia” e fu davvero un’esecuzione barbara, perché: “La Luisa, circondata e sorretta dai fratelli dei Bianchi, salì sul palco. E si facevano gli estremi preparativi, e le infami mani del carnefice l’acconciavano sotto il taglio della scure, quando un soldato, di quelli che assistevano all’esecuzione, lasciò sfuggire accidentalmente un colpo di fucile. Il carnefice spaurito e già sospettoso di qualche tumulto, a questi si turbò e lasciò cadere in fretta la scure sulle spalle della vittima: sicchè poi, tra le grida d’indignazione del popolo, fu costretto a troncarle la testa con un coltello. Quelle povere membra, che avevano finito di soffrire, furono sepolte nella prossima chieda di Santa Maria del Carmelo.”

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