Il coronavirus ha travolto le nostre vite e ci ha rivelato tutta la nostra fragilità. Eravamo tutti sulla stessa barca alla deriva e molti di noi eravamo certi che solo la fede, la solidarietà, l’amore per il prossimo ci avrebbe nuovamente condotto verso un porto sicuro. Ci si illudeva che saremmo tornati ad esprimere i valori antichi, rispetto, solidarietà, compassione; non saremmo più stati egoisti e aridi di cuore, attenti solo alle cose e non alle persone. All ’inizio della pandemia sembrava andare tutto in quella direzione: canti sui balconi, striscioni “andrà tutto bene”, ce la faremo, le famiglie avranno più tempo per stare insieme… Poi un cartello nell’ androne di un palazzo dove vivevano degli infermieri (gli eroi, gli angeli) : “Andatevene via, ci portate il covid” e l’incantesimo comincia a spezzarsi

“Non è tanto restare vivi che è importante ma restare umani” G. Orwell “1984”
Restare umani cosa significa? Significa provare empatia per l’altro, significa non abbandonarsi come belve all’istinto e all’egoismo, significa ragionare ed esprimersi come esseri umani, avere rispetto degli altri, del pensiero degli altri, della libertà degli altri. Ebbene la crisi economica, la paura del domani, l’ignoranza, l’analfabetismo funzionale hanno avuto la meglio e l’odio è esploso come il fungo di Hiroshima lanciato in mille pulviscoli che si sono dispersi .
Aggressioni fisiche a chi faceva jogging,feroci aggressioni verbali a tutti quelli individuati come nemici, spesso con forti manipolazioni di parole, accostamento di false immagini…Perso il clima di solidarietà e fratellanza, fiumi di odio si sono riversati sulle pagine di giornali e social network come per catalizzare la rabbia e l’esasperazione intorno a precisi, mirati obiettivi.
“Stiamo perdendo la misura delle parole, le parole possono essere delle pietre” Andrea Camilleri

Fiumi di parole di odio, di pesanti accuse fatte non solo dall’uomo della strada, dagli amici del bar, ma anche da giornalisti, politici…si sono riversate traboccando da vasi di fiele e hanno contaminato il cuore e la mente delle persone. In particolare vorrei soffermarmi su Silvia Romano e Teresa Bellanova, non a caso due donne ,sulle quali si è riversato e ancora si versa fiumi di volgari e irripetibili insulti che mi hanno colpito per la ferocia e la gratuità.
Silvia Romano, cooperante in Kenia, rapita e liberata dopo 18 mesi di prigionia, arriva in Italia sorridente e felice di riabbracciare finalmente la sua famiglia e viene accolta dal Presidente del Consiglio e dal Ministro degli Esteri: una storia a lieto fine?
Niente affatto: Silvia Romano è stata letteralmente linciata perché ha dichiarato di essersi convertita all’Islam, perché si è presentata con un abito islamico, perché si presume che sia stato pagato un riscatto… E’ stata definita su un quotidiano ”Terrorista”, si sono aperte discussioni sul riscatto servito per pagare i terroristi.
Ma il peggio è avvenuto sui social dove “troia”è stato l’epiteto più gentile a lei riservato: cosa è andata a fare in Africa? A fare sesso con gli africani naturalmente. E’ stato pagato un riscatto di quattro milioni di euro (fonte non si sa chi) mentre famiglie e imprese italiane sono alla canna del gas. E’ solo una ”Sciacquetta” che voleva farsi un giro in Africa (se si è laureati in cooperazione internazionale bisogna che si resti a Milano), sposata ad un terrorista (anche questa fonte non si sa chi) ed è stata accolta come una regina mentre il popolo muore di fame. Si uniscono mezze verità con false notizie e fotomontaggi ed ecco che i leoni da tastiera si scatenano, vigliaccamente nascosti spesso anche da nickname.
L’Italia insomma è diventata questo: un paese che non è capace di accogliere una sua connazionale con gioia perché una giovane vita si è salvata, che non è capace di fare critiche e discussioni costruttive (cosa fare per tutelare gli italiani che si recano in paesi a rischio per attività di cooperazione? Come trattare con i terroristi? Intelligence e trasparenza di notizie…) che riversa fiumi di odio e accuse prive di fondamento che non tengono conto dei principi di libertà e parità di genere enunciati nella nostra costituzione.

“Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria” Umberto Eco
Silvia Romano fa parte della nostra meglio gioventù, quella che ha scelto di dedicare la sua vita agli altri, a bambini orfani, non è andata in Kenia per fare le vacanze in un resort.
Perché questo odio? Per frustrazione?
Perché dà fastidio che sia tornata sorridente, che da questa esperienza e da tutte le sofferenze sia riuscita a trovare una via per non annientarsi. Si è persa un’occasione per gioire, per un lieto fine non scontato. E’ così assurdo tutto questo, anni fa non avrei creduto potesse verificarsi. Quello che più mi ha ferito sono stati i commenti delle donne: violenti e volgari come quelli degli uomini a dimostrazione che la questione femminile, l’emancipazione delle donne ha purtroppo una strada ancora lunga da percorrere e ha sicuramente subito negli ultimi vent’anni una forte battuta d’arresto.
Il corpo delle donne è sempre e ancora oggetto di violenza e di odio ed è elemento da denigrare, che si tratti della giornalista Giovanna Botteri o della Ministra Teresa Bellanova. La Ministra (già colpevole di essere una ex bracciante con la terza media) ha commesso il grave errore di piangere durante la conferenza stampa che presentava il decreto per la regolarizzazione di braccianti e migranti. Non entro nella questione del decreto in sé (che potrebbe essere oggetto di discussione e riflessione civile nel contenuto) né sulle ragioni del suo pianto, ma il linciaggio che sui social ha subito la Ministra è stato di una veemenza straripante ed immotivata. Il pianto, reo di essere legato agli immigrati (altro oggetto di strumentalizzazione politica ed elettorale) ha scatenato il web contro il corpo della Ministra definita “lardosa” e “lurida Pajassa” da ammazzare e via discorrendo sulla stessa lunghezza d’onda.

Nonostante le proteste per la mancata riapertura delle chiese che farebbero sperare in un forte senso religioso e cristiano continua a manifestarsi quell’insostenibile pesantezza dell’odio, quel sentimento che emerge spesso nei momenti più difficili della storia e porta purtroppo a conseguenze funeste perché come dice la grande poetessa polacca WislawaSzymborska “l’odio si mantiene sempre in forma”.

Wisslawa Szymborska
WISLAWA SZYMBORSKA: “L’Odio”
Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.
Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.
Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.
Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi!
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.
Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?
Diciamoci la verità:
sa creare bellezza
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.
È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.
In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
– lui solo.
WISLAWA SZYMBORSKA, La gioia di scrivere (Milano, Adelphi 2009) Traduzione di Pietro Marchesani






