In una stanza che odorava di memoria e silenzio, c’era una poltrona. Non una poltrona qualunque, ma una di quelle che sembrano contenere tante storie nelle pieghe del tessuto un po’ logorato dal passare del tempo.Una poltrona verde vuota, abbandonata al centro del salotto, ma carica di una presenza che non si poteva ignorare.
L’uomo la osservava ogni sera, seduto dall’altra parte della stanza. Solo, con una tazza di tè ormai tiepida in mano, sembrava conversare con quel vuoto, un vuoto che parlava più forte di qualsiasi voce. Era una poltrona che aveva ospitato sua moglie per anni, il suo rifugio preferito, la sua isola nel mare agitato della vita quotidiana. Ora, però, quella poltrona era diventata la reliquia di un’assenza, un monumento silenzioso a ciò che non c’era più.
Ogni giorno, l’uomo trascinava i piedi fino alla finestra e guardava il mondo fuori, ma il suo cuore rimaneva intrappolato in quella stanza, inchiodato a quel mobile vuoto. Iniziò a parlare con la poltrona come si parlerebbe a una persona cara: condividendo i suoi pensieri, raccontando le sue giornate, persino discutendo con se stesso su ciò che lei avrebbe detto in risposta.
Le stagioni passavano, ma la poltrona rimaneva lì, immutabile.
Eppure, ogni tanto, l’uomo avrebbe giurato di sentire il profumo del profumo della moglie o il leggero fruscio di un movimento mai avvenuto. Erano fantasie, lo sapeva, ma in quelle fantasie trovava una parvenza di conforto.Fino a mesi prima il protagonista aveva condotto una vita normale, fatta di piccole gioie. Era stato un uomo semplice, dedito al lavoro e alle passioni condivise con sua moglie. Entrambi amavano passare le serate a casa, lei sulla sua poltrona preferita a leggere un libro accarezzando i suoi gatti, lui a occuparsi di un cruciverba o a guardare la televisione.
La loro casa, pur modesta, era piena di risate, di piccoli rituali quotidiani che creavano una rete invisibile di complicità: il caffè del mattino preparato da lei, le passeggiate serali mano nella mano, la cura reciproca nei giorni di malattia. Lui non era mai stato un uomo particolarmente loquace, ma aveva un modo di mostrare il suo affetto nei gesti come sistemare la coperta sulle spalle della moglie quando sentiva che aveva freddo o preparare i suoi biscotti preferiti la domenica.
Tuttavia una malattia improvvisa gli aveva strappato quella stabilità. La moglie era scomparsa dalla sua vita, lasciandolo in un silenzio che sembrava amplificare ogni ricordo. Inizialmente, aveva cercato di ignorare quel vuoto, di continuare con la routine quotidiana, ma ogni cosa sembrava portarlo indietro a lei: il suono di una vecchia canzone, l’odore della sua sciarpa rimasta appesa, persino la luce del tramonto che entrava dalla finestra e che lei amava.
La sua solitudine si era fatta più intensa col passare del tempo, trasformando la poltrona vuota in un simbolo della sua perdita e, allo stesso tempo, di ciò che era stato. Era un uomo sospeso tra il passato e il presente, incapace di trovare una strada per andare avanti, fino al momento in cui decide di iniziare a interagire con quel vuoto, trovando lentamente un senso di accettazione
Un giorno, decise di fare qualcosa di diverso. Prese il suo cappotto e uscì di casa. Tornò con un mazzo di fiori e lo posizionò accanto alla poltrona. Da quel momento, ogni settimana, ripeté il gesto. Non perché volesse rimpiazzarla, ma perché, in qualche modo, stava imparando a condividere il vuoto, a trovare un equilibrio tra l’assenza e la presenza di ciò che era stato.
Dopo la perdita della moglie, la casa, che prima era un rifugio accogliente, si è trasformata in un luogo pieno di ricordi, diventando quasi opprimente nella sua immobilità.
Le cose che amava fare con la moglie hanno iniziato a perdere significato. Anche le attività più semplici, come scegliere un programma in TV o sistemare i cuscini nel letto erano diventati momenti pieni di dolore.
Nei primi mesi, era isolato dal resto del mondo, incapace di affrontare la curiosità o la compassione degli altri. Amici e conoscenti avevano provato a dare supporto ma lui si sentiva distante, come se parlasse da un’altra realtà. Smise di partecipare agli eventi sociali e progressivamente ridusse al minimo il contatto con l’esterno.
Tuttavia, col passare del tempo, la routine, che inizialmente sembrava un peso, è diventata un’ancora. Il gesto di sistemare i fiori è diventato un rito che gli permetteva di riconciliarsi con il vuoto, trasformandolo in una sorta di dialogo silenzioso.
Ogni gesto, ogni ricordo, gli dava forza di portare avanti ciò che di bello aveva vissuto, custodendolo nel cuore.
La poltrona, pur rimanendo vuota, non era più sola. E nemmeno lui.
Angela Amendola






