Da piccola nelle notti d’estate, quelle belle notti piene di stelle, insieme ad altri bambini del vicinato, ci riunivamo nel cortile della casa attorno a mia nonna accanto a dove cresceva rigoglioso e profumato un alberello di gelsomino che si arrampicava al muro esterno dell’abitazione.

La nonna conosceva tante fiabe antiche e dopo essersi fatta pregare un pochino cedeva alle richieste di noi “picciriddi” e ce ne raccontava qualcuna.

Una tra tante la ricordo ancora, mi affascinava tantissimo, era una leggenda antica tramandata oralmente, ma scritta sicuramente in qualche libro dei Fratelli Grimm, era quella chiamata ”L’osso che canta “ .

Scoprii da grande dopo averla tanto cercata nei libri di favole che anche Italo Calvino l’aveva inserita nella sua raccolta “Fiabe italiane” .

La leggenda narra di un Re e dei suoi due figli maschi, due giovani bellissimi ma solo uno di loro aveva buon cuore.

Il maggiore era  molto furbo e prepotente.

Il più piccolo dei due era invece onesto e generoso.

Il Re decise un giorno di mandare i due figli  alla ricerca della penna dell’uccello grifone, un uccello rapace raro che aveva fama di essere magico.

Colui che fosse riuscito a prenderne una piuma sarebbe salito al trono.

Il giorno seguente i fratelli s’incamminarono nel bosco e dopo tanto viaggiare il più piccolo riuscì ad afferrare la famosa e magica penna.

Il fratello più grande però, accecato dal desiderio di potere, ammazzò il fratello e seppellì il suo cadavere nel bosco.

Tornato dal padre raccontò che il fratello minore si era perso e che dopo aver fatto varie ricerche, era convinto che fosse morto sbranato da qualche lupo e quindi non avrebbe mai più fatto ritorno a casa.

Ma la verità un giorno venne a galla grazie ad un pastore che passando  per il bosco sentì una strana cantilena.

Trovò così tra i cespugli  un osso che subito dopo essere stato impugnato, iniziò a cantare.

La cantilena faceva più o meno così:

“O’ pastore mio che mi tieni in braccio

tienimi stretto non mi lasciare.

Pe na’penna e n’uccello grifone

fratm è stat ‘nu traditor.

M’ha accis e m’ha scannato

sotto  terra m’ha sotterrato

pe se piglià la mia corona”.

Grazie alla filastrocca, le ossa del fratello più giovane furono trovate.

Il Re riportò a casa le spoglie del suo amato figlio dandogli così una degna sepoltura.

Il maggiore dei figli del Re fu presto esiliato dal regno e perse anche il suo diritto al trono per la sua anima malvagia e per il suo delitto atroce.

La triste fine del racconto ci lascia un importante messaggio: la brama di ricchezza e l’invidia sono spesso causa di controversie familiari e di liti che portano a gravi forme di violenza e persino all’assassinio.

Sandra Mirabella

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