La musicalità nelle poesie di Cesare Pavese

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Capitolo 4. Da Lavorare Stanca alla Ballata del Miché

L’analisi della prosa metrica e della poesia-racconto di Cesare Pavese nella sua prima silloge rivela un’architettura ritmica che trova un perfetto corrispettivo formale nel recitativo e nelle strutture a ballata di Faber. In Lavorare stanca, Pavese inventa un verso-racconto («poesia-racconto») fondato sul ritmo e sull’ampiezza dell’endecasillabo o dell’ipermetro (spesso versi di 13-16 sillabe). La critica tradizionale ha giustamente identificato la forte impronta dell’anapesto, attribuendola sia all’influenza della letteratura americana che Pavese traduceva in quegli anni (Whitman, Masters), sia alla cadenza del parlato e del dialetto piemontese, creando una pulsazione ipnotica, simile a un tempo composto in musicologia a 6 ottavi o 12 ottavi. Negli ultimi piedi, il ritmo anapestico agisce come una forza di gravità.

È lì che la cadenza ammortizza il verso e lo porta a posarsi prima dell’a capo. L’anapesto finale crea quell’effetto di spinta/rallentamento tipico della narrazione pavesiana, dove la frase non “scoppia”, ma sfuma nell’attesa.

Respiro “parlato” ma solenne: l’enjambement non spezza la frase con violenza, ma prolunga l’arcata melodica, simulando la cadenza orale dei cantastorie e il racconto di paese. La ballata del Miché incarna e riproduce esattamente quella struttura metrica e narrativa.
Si confronti il ritmo d’attacco di Pavese ne I mari del Sud:

Camminiamo una sera sul fianco d’un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo tramonto…

con l’attacco di De André ne La ballata del Miché:

L’hanno visto stasera legare una corda al punto più alto,
e poi dondolare nel vuoto seguendo il suo strano destino…

In entrambi i testi si notano, rispettivamente:
1) l’incipit anapestico, con l’andamento che scivola sulle sillabe atone, per cadere con peso sugli accenti principali «cammi-nià-mo, l’han-no vì-sto»;
2) l’assenza di enfasi lirica: La voce narrante non urla il dolore, lo scandisce attraverso un andamento litanico e circolare.

De André, al lato pratico, applica alla canzone d’autore la rivoluzione che Pavese applica alla poesia italiana degli anni Trenta. In primis, subordinare la melodia pura al ritmo della narrazione. La chitarra de Il Miché ha un’ossatura arpeggiata costante che rispecchia la griglia ritmico-accentuativa del verso pavesiano, trasformando la cronaca marginale in un evento mitico e atemporale.

Faber affronta lo stesso dilemma metrico nel far convivere il ritmo musicale con la prosodia della lingua italiana. La sillaba debole a inizio misura: nei brani narrativa/ballata (si pensi a I tredici passi, a La collina, o La domenica delle salme), De André non forza mai gli accenti verbali a inizio battuta per incastrarli nel tempo musicale. Preferisce fare scivolare le sillabe atone (gli anapesti d’attacco) in levare, per poi far cadere l’accento forte della parola esattamente sul battere negli ultimi piedi della misura musicale.
Ebbene, Pavese fa l’identica operazione sulla pagina bianca: non costringe la frase parlata in una gabbia metrica rigida, all’inizio, ma ne incanala il flusso verso un appoggio anapestico finale, restituendo la cadenza ipnotica, stancata e malinconica delle colline o della Torino dei suoi versi.

L’anapesto, in Pavese, non è un metro imposto, ma una cadenza d’arrivo.

Simona Bagnato

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