Il blues nei testi di Pavese

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Capitolo 2

Il Blues di Pavese

Se dovessi dare un colore a Cesare Pavese, sarebbe un blu; se dovessi trovare un accordo suonerei per lui un la minore con una Gibson Les Paul, senza fornirgli alcun ponte risolutivo. Urge trovare sempre uno spazio di connubi estetici tra scritture musicali e scritture letterarie.

La musica può assumere le vesti di una lingua scritta ove aggiungiamo i suoni alle parole, e la scrittura diventa musica, dando a ogni parola un suono. Tra le pagine Pavesiane si muovono musiche come creature vive e animate, e in quelle righe personaggi come Talino o Masin suonano occasionalmente la chitarra durante i festeggiamenti paesani, oppure sognano di guadagnarsi da vivere intrattenendo ospiti di navi. Tuttavia sarà Pablo, figura centrale de Il compagno (1947), a dichiarare dalla prima riga «Mi dicevano Pablo perché suonavo la chitarra». Che genere amava suonare, Pablo? Non ci è dato saperlo; l’autore non fornisce prove esecutive, risuona però alla mente il Pablo di Francesco De Gregori: «Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo».

Di certo ai lettori e agli ascoltatori attenti pare che le opere di Pavese e i suoi ritratti siano molto vicini alle canzoni di Francesco De Gregori, una vicinanza tangibile. Il nichilismo letterario del langarolo non mira all’annientamento dell’uomo, piuttosto a una sua osservazione nella solitudine, nella “voglia di farcela pur sapendo di non farcela”.

Insomma, in Pavese non vi è resa, ma rivalsa. Forse la vera vittoria dei sensibili è il desiderio di mettere in gioco, nonostante quel fardello, la sensibilità.

In musica, il Blues offre all’amore una connotazione malinconica, romantica, quasi nostalgica, dunque un amore che non riesce a svincolarsi dalla stessa sofferenza. Basti pensare a You’ll never get out of these blues alive di John Lee Hooker, in cui la voce mugugnata dell’uncino sul battito del piede segna il destino di un brano, di un album e di un’intera narrativa mediante un “giro” ipnotico, imperniato attorno a un solo accordo. Del resto, la melodia blues non risponde al sistema temperato occidentale.

 

Nasce infatti dal contrasto tra l’armonia d’accompagnamento in modo maggiore e la linea melodica cantata, o suonata in modo minore, con flessioni micro-tonali. La chitarra, nel blues, non fa solo da accompagnamento, è proprio un alter ego della voce. Il Blues, in Pavese, è la successione di accordi che possiamo suonare in maniera immaginaria sui versi di una poesia: «Tu sarai amato il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza senza che l’altro se ne serva per affermare la sua forza».

«Tu sarai amato» accordo di mi7
«Il giorno» la7.
«In cui potrai mostrare la tua debolezza» si7.
«Senza che l’altro se ne serva» la7.
«Per affermare la sua forza» mi7.
(Intro di 4 battute in si7 – la7-mi7 – si7 con bottleneck).
[Verso 1] (Strofa A – Battute 1-4 / Accordo: mi7 – la7 – mi7 – mi7).

Il Riff: Il motivo parte dal dodicesimo tasto della prima e terza corda (doppia nota con ottava/terza), mentre il pollice mantiene il pedale ostinato della corda di mi a vuoto. La scala scende cromaticamente dodicesimo tasto all’ undicesimo al decimo al nono fino a pescare la nota sol/naturale (terza minore, 8 tasto sulla seconda corda) spinta con un leggero micro-bending verso il sol.
Questo Blues di speranza e consolazione, rassomiglia al concetto di amore dello scrittore.

L’amore non è consolazione, in Pavese, bensì graffia, non è un rifugio sicuro; rende fragili, e in parallelo invincibili. In lui rifulge tutta la vulnerabilità umana: offrirsi all’altro, con il pericolo che egli approfitti di noi. Le barriere dell’io egoico vengono, insomma, abbattute in nome dell’amore. Del resto amando salviamo noi stessi, in un atto in apparenza altruistico, mentre quella forza è fintamente compiuta verso gli altri, ma in verità rivolta all’elevazione di sé.

La medesima consapevolezza riluce in Pezzi di vetro di Francesco De Gregori, nel cui brano si racconta la vulnerabilità dell’amore attraverso la metafora di un uomo apparentemente invincibile, che cammina senza paura sui vetri rotti. Nella dialettica della fragilità l’amore disgrega l’uomo per renderlo potente, tanto che egli può serenamente camminare su cocci taglienti. Nella dialettica dell’amore come attesa vi è un altro paragone con il De Gregori di Alice. Il Cesare che nella canzone «perduto nella pioggia / sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina» è proprio Pavese, e il testo rievoca un fatto accaduto sul serio al poeta che, da giovane, si invaghisce di una ballerina, e rimane in attesa dinanzi a un teatro per ore, fradicio di desiderio e di pioggia, al punto di prendersi una pleurite.
In un’ analisi personale della vita di Pavese questa mi appare come un blues in mi maggiore con modulazione in si7 e risoluzione sospesa, tra note calde e fredde; un inizio in levare, tempo cinque quarti.

Seppur non scrivendo di musica Cesare Pavese amava raccordare ai suoi personaggi uno strumento si pensi a Nuto nella La luna e i falò (1950). Nuto e il suo clarino rappresentano il fulcro etico, simbolico e musicale dell’intero romanzo. Per Anguilla, il protagonista ritornato dall’America, Nuto non è soltanto l’amico d’infanzia o il “maestro”, ma la figura che incarna la consapevolezza del mondo. La scelta del clarino come strumento non è casuale: riassume la visione etno-musicologica di Pavese e intercetta temi che risuoneranno profonda mente decenni dopo nella poetica di Fabrizio De André. Nuto è un personaggio reale: si tratta di Pinolo Scaglione, uomo a cui Cesare è legato da un affetto profondo; ciò nonostante, ancora una volta, la sua musica non ha affatto contorni chiari.

È altamente improbabile che il riferimento fosse al jazz o al blues, che Pavese invece cita fin dal titolo di due componimenti contenuti in Blues della grande città: A solo, di saxofono (1929), dove la sua vita viene fatta scomparire «nel vortice del suono» mentre «le note si afferrano più acute / nell’aria, contorcendosi» e l’anima «rabbrividisce e trema e s’abbandona/al saxofono rauco»; e Jazz melanconico (1929), dove «ululano frenetici / nell’abbandono triste / i suoni più gioiosi». Oppure ancora ne Il Blues dei blues (1931), dove ascoltando un album il protagonista è pervaso dal ricordo dei tempi passati e l’immagine della ragazza di un tempo viene raffrontata con l’attuale, in uno scambio carico di rimpianti. Nel corso dell’opera letteraria di Pavese anche Masino, all’anagrafe Tommaso Ferrero, pur non sapendo suonare nulla sogna di comporre «una canzonetta da dopoguerra», idea «entrata in quell’anima sensibile a rifarla dei torti dell’esistenza».

La canzone, nella sua mente, dovrebbe intitolarsi Il blues delle cicche ma non se ne farà niente, in quanto il Maestro che doveva musicarla, più che in forma blues, la rese volgarmente simile a una tarantella.

Continua

Simona Bagnato

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