Michele Giorgio … l’intervista impossibile

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… a Michele Giorgio

Preside Liceo Scientifico di Latisana

Oggi eccomi, “con una sorta di flashback”, a Latisana per “l’intervista impossibile” al Preside Michele Giorgio.

Siamo al tempo scolastico  del 1983/1984, anno in cui il professore Michele Giorgio, vincitore del concorso a preside, lascia la sua Bitonto per raggiungere il Liceo Scientifico “Ettore Leonida Martin” di Latisana, sede assegnatagli dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Latisana, fondata in epoca romana, è caratterizzata da un elevato numero di edifici di culto, il Septifanium, che comprende ben 7 chiese: San Giovanni Battista, Santa Croce, Sant’Antonio Abate con l’annesso convento di frati agostiniani, Madonna della Sabbionera con l’annesso convento di frati minori francescani, Oratorio del Pio Ospitale, Oratorio dell’Annunziata e Sant’Antonio di Padova con l’annesso convento di terziarie francescane.

Con i suoi circa 14.000 abitanti, Latisana è uno dei centri più attivi della Bassa Friulana grazie anche alla sua particolare collocazione geografica al confine tra Veneto e Friuli.

“Nel contesto del Friuli”, come scrive Vinicio Galasso nel suo libro Latisana. Dalle Origini al Duemila, “la storia di Latisana è unica sia sotto il profilo civile, per la dominazione feudale fino all’avvento di Napoleone, esercitata prima dai conti di Gorizia e poi da famiglie patrizie veneziane, che religioso, per l’appartenenza dapprima al patriarcato di Aquileia e poi a quello di Grado e Venezia fino al 1818. Nei momenti felici e nelle sventure più tragiche Latisana è indissolubilmente segnata dal legame col fiume Tagliamento, il cui corso mutò profondamente lungo il fluire dei secoli, soprattutto nel primo millennio dell’era cristiana. Quando gli eventi naturali scatenarono il suo carattere torrentizio, esso si manifestò ferox et rapax, come lo definì uno storico seicentesco. Le notizie documentate su Latisana si dipanano a partire dal secolo XI e possono essere compendiate in tre periodi: dominazione dei conti di Gorizia, dipendenza feudale sotto la Repubblica Veneta, ottocento e novecento”.

Fiore – Com’è stato il distacco dalla tua famiglia?

Giorgio – Traumatico!

Fiore – Ti ha mai sfiorato il dubbio di aver sbagliato ad accettare la nomina?

Giorgio – Certo! Ma non credo di aver sbagliato perché ho atteso la nomina in ruolo per un anno dopo aver prestato servizio in assegnazione provvisoria presso il Liceo Scientifico “Tedone” di Ruvo di Puglia. Aggiungo, però, che questa destinazione sarà per la mia famiglia, e soprattutto per me , un grande sacrificio.

Fiore – Perché?

Giorgio – In quanto la lontananza è terribile, ma la solitudine ancora di più.

Fiore – Già… quella solitudine che ti corrode!

Giorgio – … e che sotto forma di un pensiero insistente mi perseguita per tutto il primo giorno del mio arrivo a Latisana e lungo la strada che dall’Hotel Bella Venezia mi porta a piedi verso la sede del Liceo Scientifico “Martin”. “Lascia tutto e scappa via”.

Fiore – … ma non sei scappato!

Giorgio – No, perché vince una voce interiore che mi suggerisce di non farlo, di  affidarmi al buon Dio, chiedergli di farmi da guida e rivolgermi al parroco della chiesa madre Don Tarcisio Lucis per aiutarmi a trovare una definitiva sistemazione…  

Fiore – … che trovi presso l’Hotel Bella Venezia, anche grazie al consiglio datoti da don Tarcisio.

Giorgio – … sì, un consiglio che vale la mia sistemazione e la pace del mio animo che ridà serenità alle mie notti.

Fiore – Chi è stato il tuo primo interlocutore nell’albergo?

Giorgio – Il cameriere del ristorante che, approfittando dell’essere soli nella sala, rompe il ghiaccio e tra una riflessione e un’altra pone l’accento sulla locale ricchezza dovuta al fatto che i friulani sanno sfruttare bene le risorse agricole, all’alto numero degli impianti medio industriali che trasformano i prodotti grezzi rifinendoli con maestria artigianale.

Fiore – … che è quello che manca al nostro Mezzogiorno!

Giorgio –  Bravo, mi hai letto nel pensiero! A noi del meridione, alla nostra Puglia,  manca lo spirito di iniziativa e soprattutto una educazione imprenditoriale che qui, in Friuli, ferve da anni. 

Fiore – Come vai a scuola?

Giorgio – A piedi, non avendo con me la macchina. E camminando mi guardo a destra e sinistra per godermi lo spettacolo delle villette immerse nel verde e costellate di fiori meravigliosi. Una caratteristica dei friulani è proprio quella di amare i fiori e di usarli per adornare sia i loro giardini che gli spazi pubblici.

Fiore – Immagino lo spettacolo…

Giorgio – … lo spettacolo è veramente bello specialmente per la varietà dei fiori e dei loro colori. E meno male che c’è questo spettacolo variopinto di fiori che rallegra lo spirito, altrimenti anche l’ambiente esterno contribuirebbe ad alimentare in me una pesante ipocondria!

Fiore – Hanno gustato qualche volta l’olio extra vergine di Bitonto i signori Mondolfo, proprietari dell’albergo Bella Venezia?

Giorgio – Sì! Al mio primo rientro da Bitonto ho regalato una lattina da cinque litri. Ne è seguita una grande festa! Infatti, in occasione del pranzo, i signori Mondolfo si sono avvicinati al mio tavolo e, con un entusiasmo straripante, non solo mi hanno ringraziato per il dono ma hanno decantato piacevolmente l’olio di Bitonto soprattutto per la sua gustosa fragranza.

Fiore – E non mi dire che non hai fatto assaggiare le olive “mele” fritte in padella?

Giorgio – Come avrei potuto non fargliele assaggiare? Dopo averle gustate mi dicono di non aver mai mangiate olive così buone anche perché il gusto amarognolo le rendeva molto gradevoli al palato!

Fiore – Possiamo quindi tranquillamente dire che l’olio e le olive di Bitonto avevano fatto breccia tra i friulani…

Giorgio – Sì… e la riflessione nasce spontanea: perché non fare per l’olio di Bitonto, per le olive ed altri prodotti tipici della Puglia ciò che i panificatori della provincia di Udine fanno per invitare la popolazione friulana a consumare più pane con conferenze scientifiche, vendite pubblicitarie, raduni folkloristici, feste paesane, canti e balli in costume?  

Fiore – Visite importanti presso il tuo Liceo?

Giorgio – La visita dell’Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Latisana venuto per farsi conoscere avendo ricevuto da poco l’incarico e di un componente del Consiglio Scolastico Distrettuale per chiedermi la disponibilità dell’Aula Magna per un incontro con lo scrittore Carlo Castellaneta.

Fiore – Immagino che tu abbia affrontato il problema del rapporto tra Ente Locale e scuola e tra Distretto Scolastico e istituti scolastici…

Giorgio – E immagini bene! La scuola, infatti, deve collaborare attivamente con l’Ente Locale perché ha bisogno di conoscere la situazione socio-economica del territorio. Ormai va demolita la barriera che tempo fa separava la scuola dalla società e vanno create le premesse per realizzare una proficua ed essenziale collaborazione tra i due mondi. Tutto ciò per far sì che la scuola diventi fermento nel sociale e il sociale si arricchisca sempre più dell’apporto vitale della scuola e dei suoi studenti.

La scuola ha il compito di offrire ai giovani gli stimoli giusti e di indicare gli ideali da perseguire per eliminare la rassegnazione al pessimismo.

Come fare? Proponendo alle giovani leve mete alte ed entusiasmanti con il superamento di un insegnamento ripetitivo, meccanico e privo di entusiasmo e la programmazione di uno alternativo che miri ai valori e agli obiettivi ai quali devono tendere, come l’amore, il dovere, la responsabilità, la libertà, la solidarietà, l’amicizia, il rispetto del vero e del giusto. 

Fiore – Tutto questo in maniera diretta e senza fronzoli all’Assessore. E al rappresentante del Distretto Scolastico?

Giorgio – … di indirizzare l’intervento della scuola verso una duplice direzione: l’orientamento e l’educazione sanitaria. Oggi, aggiungevo, è indispensabile aiutare i giovani ad orientarsi evitando che siano scoraggiati dal timore del fallimento o che siano non appropriatamente valorizzati dopo aver lasciato la scuola. Favorire l’orientamento significa aiutare i giovani a scoprire sé stessi ed a scegliere proficuamente la giusta collocazione nel mondo del lavoro. Ecco la necessità dello studio del territorio per intercettare le domande e dare le risposte pertinenti.

Fiore – Mi vuoi parlare di uno dei temi  trattati nella sala docenti tra alcuni professori, pochi alunni e lo scrittore Castellaneta per approfondire degli argomenti collegati alla relazione da lui svolta nell’incontro con gli studenti nell’aula magna?

Giorgio – Uno dei temi della discussione ha riguardato il rapporto genitori-figli! Castellaneta ha confessato di avere scarsa comunicativa con i suoi figli, specialmente con la figlia più grande, lamentando di ascoltare dai figli solo pretese e  richieste da soddisfare nell’immediato. Nessuna rinuncia, nessun sacrificio.

“Colpa nostra” – ha sottolineato – “perché siamo iperprotettivi e non lasciamo che questi figli si conquistino da soli ciò di cui hanno bisogno”.

“Purtroppo”, aggiungo io intervenendo, “questo che avete descritto è lo specchio di moltissime realtà familiari, compresa la mia. Noi siamo stati abituati alle privazioni imposte dalla guerra, siamo stati educati al lavoro, abbiamo provato cosa è il sacrificio. Per questo siamo cresciuti in un contesto educativo dove era richiesto l’auto-dominio. Poi per reagire a queste privazioni non abbiamo voluto fare mancare nulla ai figli e abbiamo voluto offrire loro tutto quello che chiedevano e non ci siamo accorti che li abbiamo viziati troppo facendo loro più danno che bene”.

Fiore – E grazie a quanto affermato da Castellaneta sul rapporto genitore – figlio dialoghi con Ario, il segretario dell’albergo, e si apre la porta di una nuova amicizia…

Giorgio – Sì, infatti Ario, tra l’altro, chiedendosi cos’è la mamma, cos’è un genitore  afferma che è tutto, è la vita, è la ragione della propria esistenza, specialmente per chi come lui non è sposato.

Fiore – E tu?

Giorgio – Ascolto Ario in silenzio limitandomi a dire solo questo: “Se oggi la società non riscopre il valore della famiglia, se all’interno della famiglia i genitori non garantiscono amore per i figli e i figli , a loro volta, non corrispondono amore verso i genitori certamente ci prepareremo a vivere tempi difficili perché entreranno in crisi i valori classici corrispondenti all’amore, al rispetto, all’altruismo che si coltivano soltanto in una famiglia sana.

Fiore – Possiamo dire, quindi, che questi rapporti avviati, la conoscenza dei vari docenti, degli alunni, dei genitori e dell’habitat friulano hanno rarefatto lo stato d’animo angoscioso che ti aveva fatto prigioniero nei primi giorni della tua permanenza a Latisana…

Giorgio – Sì, anche perché prendo atto che, quando si vuole bene, la lontananza avvicina e rafforza sempre più i sentimenti e consolida i legami, senza dire del fatto che prendo il coraggio a due mani e incomincio a riempire di significato la nuova vita tuffandomi nei problemi ed elaborando progetti per una scuola sempre più aderente alle esigenze dei giovani che la frequentano e della società che li accoglie. Aggiungo che il segreto di una vita felice sta nel saperla riempire di significato umano che ti aiuta ad andare avanti con entusiasmo e spirito combattivo.  

Fiore – Entusiasmo e spirito combattivo che ti hanno portato a inserirti molto bene nella società friulana e a conoscere tanta gente…

Giorgio – Sì, e ti confesso di aver già conosciuto una parte importante della storia del Friuli che è molto simile alla storia della Puglia.

Una storia in cui è stata protagonista la gente umile che ha lavorato per la bonifica della Bassa liberandola dal flagello della malaria, gente che ha scavato palmo per palmo i canali nei quali convogliare le acque dei fiumi e degli acquedotti, gente che si è curvata sotto il peso della vanga per mettere a frutto quel terreno che oggi è arato da massicci trattori.

La gente friulana, come la pugliese, ha conosciuto lo sfruttamento padronale e l’ha subito in silenzio, anche se misto a raggia, pur di assicurarsi la porzione del pane quotidiano per sé e per la famiglia.

 Fiore – I friulani sono anche culturalmente molto vivaci…

Giorgio – Sì, e in particolare i cittadini di Latisana. L’occasione del riscontro a tutto questo  mi viene offerta dalla partecipazione a un convegno organizzato dal gruppo culturale “Incontri” che mi dà la possibilità di conoscere personalmente Carlo Sgorlon, scrittore rinomato e vincitore del premio Campiello 1983 con il romanzo “La conchiglia di Anataj”, e di ascoltare dalla sua viva voce alcune riflessioni alla base dei suoi ben 12 romanzi pubblicati, come l’imperativo categorico dell’attaccamento al lavoro che è il filo rosso che collega l’essenza dei suoi romanzi.

“Nulla” – mi dice Sgorlon – “a questo mondo viene regalato. Tutto quello che abbiamo dobbiamo costruirlo con il nostro lavoro. Anzi, la coscienza che nel mondo tutto debba essere conquistato, ci rende più maturi, quindi più uomini. E, nonostante tutto, gli uomini amano questa loro vita perché non ne possiedono un’altra”.

Fiore – Una riflessione che, conoscendoti, non puoi non aver condiviso!

Giorgio – Sì, una affermazione che ho condiviso e mi ha fatto ammirare molto Sgorlon insieme alle sue considerazioni sull’emigrazione patita dal Friuli che ha visto molti friulani emigrare nella Taiga russa per trovare lavoro nella costruzione della Transiberiana.

Tutto questo mi ha portato a riflettere sull’emigrazione dei pugliesi nelle Americhe, in Australia, nel centro Europa e su due regioni, il Friuli Venezia Giulia e la Puglia, che possono vantare popolazioni che amano il lavoro, sono legate alle proprie tradizioni e sono fiere della propria storia.

Fiore – E della passione per la musica dei friulani che mi dici?

Giorgio – Ti confesso che sono rimasto affascinato dall’amore che i friulani nutrono per la musica e il canto corale, così come bisogna riconoscere che la raffinatezza del gusto e del tratto dei friulani è dovuta anche all’educazione artistica e musicale che continuamente ricevono. Il linguaggio, i gesti, il modo di fare e di trattare denotano una particolare nobiltà d’animo ed una encomiabile raffinatezza di sentimento.

Fiore – Gli attuali usi e costumi dei friulani possono essere considerati retaggio dei Celti, loro antichi padri?

Giorgio – Assolutamente, così come conferma il libro “I celti” di Franco Quai regalatomi da Ario e letto con avidità per meglio conoscere i celti e i friulani.

Fiore – E scopri dalla lettura de “I celti” che…

Giorgio – … come i Celti avevano il piacere del vino così anche i friulani, come i Celti avevano alto il senso del rispetto dell’autorità familiare e sociale così i friulani, che è gente intelligente, intuitiva, veloce nel linguaggio, rispettosa dell’amicizia e che ama molto i fiori e i loro colori.

E a proposito di colori aggiungo che anche il modo di vestire dei friulani è caratterizzato dai colori e richiama il modo di vestire dei celti: i vestiti tipici a quadrettini, i calzettoni fasciati con il risvolto rosso, i pantaloni di velluto scuro, le camicie a scacchi o bianche si combinano appropriatamente tra loro in modo da rendere ammirevole l’eleganza della persona ed esprimere la gioia di vivere.

Fiore – Altro elemento che ti ha colpito dimorando in Friuli?

Giorgio – La diversità della cucina da quella pugliese. In Puglia si consumano molti legumi e si gustano minestre appetitose come pasta e ceci, lenticchie e fagioli, cicorie e fave o favetta, cavoli con fave, in Friuli non c’è nulla di tutto questo.

Anche il tipo di carne è diverso dal nostro. Da noi si consuma la carne di agnello, di capretto, di agnellone, di bue e di maiale. In Friuli, invece, si consuma molta carne suina e un po’ meno carne bovina e di selvaggina, per nulla carne di agnello, di capretto e di agnellone.

Fiore – E non mi dire che anche questa usanza rimanda ai Celti!

Giorgio – Non ti sbagli. Infatti scriveva Polibio: “Sono stati macellati più maiali in questa parte d’Italia dai Celti che altrove”.

E sempre in omaggio all’eredità dei Celti devo ammettere che i friulani della Bassa sono abili pescatori ed appassionati agricoltori: la vicinanza al mare e la presenza di abbondanti corsi d’acqua asseconda il loro naturale desiderio di praticare la pesca, così come la natura pianeggiante del suolo, caratterizzata dal terreno fertile, stimola in loro una forte voglia di coltivare la terra.

Aggiungo che qui c’è una particolare venerazione per l’ospite al quale viene riservato un trattamento di riguardo e pieno di premure.

Fiore – Rientrando nell’ambito delle tue prerogative di Preside come hai affrontato e tentato di risolvere la difficile convivenza che a volte si viene a creare tra genitori e figli per lo scarso profitto e cattiva condotta scolastica di quest’ultimi?

Giorgio – Compito non facile, purtroppo! In ogni caso mi sono sempre dichiarato disponibile ad aiutarli innanzitutto nel recupero umano, in secondo luogo nel recupero didattico, affermando che la scuola ha lo scopo di concorrere alla formazione del carattere degli studenti, e in particolare a temprare il coraggio, a coltivare il senso del dovere, ad amare la fatica, a sopportare il sacrificio, anche se noi educatori ci aspettiamo che siano docili e si lascino educare.

Infatti con i giovani bisogna sempre dialogare e confrontarsi offrendo consigli sul corretto modo di comportarsi nella vita. Non bisogna mai stancarsi di richiamarli al senso del dovere, delle responsabilità, della onestà.

Si tratta di una semina che, a livello educativo, non bisogna mai trascurare, perché prima o poi i semi interrati germoglieranno e produrranno i loro frutti.

Fiore – Da quanto mi dici intuisco che la scuola non può e non deve essere solo e soltanto un luogo dove si fa lezione, si interroga e si dà il voto, e basta!

Giorgio – Molto giusto! La scuola è una comunità in cui si educa a vivere secondo regole democratiche, in cui la partecipazione riveste un ruolo fondamentale, in cui si promuove il protagonismo creativo degli studenti, in cui si sollecita l’apertura ai problemi del territorio. E tutto questo va compreso soprattutto dai professori.

Fiore – Papa Giovanni Paolo II a Bitonto…

Giorgio – … e io ero a Bitonto. Non potevo mancare a questo appuntamento storico. Per me, quel 26 febbraio è stata una giornata indimenticabile perché la storia della mia città si è arricchita di un capitolo molto significativo.

Giovanni Paolo II per la prima volta dall’inizio del suo pontificato si è rivolto al mondo agricolo ed ha pronunciato un discorso offrendo indicazioni concrete e agli operatori del settore e soprattutto ai responsabili politici italiani e mondiali.

“Basta” – ha sottolineato – “con l’industrializzazione unilaterale; ora bisogna riscoprire il valore dell’agricoltura come serbatoio di risorse economiche nuove ed abbondanti; bisogna riscoprire il valore della civiltà contadina ricca di onestà e di feconda operosità”.

Ha poi precisato: “Non è sufficiente, però, riscoprire il valore del mondo agricolo, ma occorre accompagnare tale riscoperta con spirito rinnovato. Il che significa adeguare l’agricoltura al progresso scientifico e tecnologico migliorando la produzione e qualificandola”.

Fiore – E siamo all’8 marzo, giornata della donna…

Giorgio – L’8 marzo è una giornata particolare perché rievoca il sacrificio di oltre 100 donne lavoratrici in una fabbrica statunitense. Per l’occasione ho inviato agli studenti una riflessione sul significato di questa ricorrenza.

“Più che una giornata di festa, quella di oggi dovrebbe essere una giornata di riflessione sulla condizione della donna nella società passata e in quella odierna. La donna nella storia ci riporta al modello biblico della sua alleanza con Dio ed al legame speciale del destino della madre con il destino del figlio. Tutto questo anche se nella cultura trasmessa dalla Bibbia la donna era subordinata per natura all’uomo. La stessa subordinazione era sostenuta dai filosofi antichi, specialmente greci e romani.

Ancora oggi, persiste lo sfruttamento della donna nel lavoro, nella prostituzione, nello spettacolo, nella pornografia. Si tratta di forme aberranti di strumentalizzazione della “diversità” femminile.

In questa giornata particolare le donne martiri delle fabbriche di ieri e quelle stuprate negli aberranti conflitti etnici, o massacrate nei femminicidi di oggi, dovrebbero essere al centro della considerazione nostra e dei responsabili dei governi di tutti i Paesi.

E non serviranno le mimose, né i banchetti di rito se uomini e donne si limiteranno a “consumare” questa giornata senza meditare sul significato storico che la circostanza richiede e senza maturare propositi di recupero alla vita attiva, sociale e politica della donna in un disegno paritario che la renda protagonista per dignità accanto all’uomo”. 

Fiore – Sei stato professore per alcuni anni, poi preside nella scuola superiore…Pentito di aver scelto la vita di preside?

Giorgio – Più volte mi sono chiesto se la scelta della strada di Preside mi abbia costretto a trascurare le qualità umane espresse quando svolgevo il ruolo di professore. Non penso! Ho conservato la stessa carica umana; anzi ho avuto molte possibilità in più per esprimerla. Ho sempre rifiutato di ricoprire il ruolo di spettatore. Mi ha sempre gratificato l’assunzione di iniziative didattiche ed organizzative.

Nel passaggio dall’insegnamento alla presidenza credo di non aver perso nulla della carica professionale di docente; anzi mi sono arricchito grazie alle molteplici occasioni di incontro e ad una maggiore autonomia di iniziativa.

Fiore – Non si scrivono più lettere! Perché?

Giorgio – Ascoltando una trasmissione radiofonica sono venute fuori tre ragioni: si va di corsa e non si ha il tempo di scrivere; il telefono ha tolto l’uso della carta scritta; l’uomo di oggi trova grande difficoltà a chiudersi in sé stesso ed a riflettere su uno scritto.

Eppure bisogna sottolineare che la lettera ha un fascino particolare, una carica umana che nessuna telefonata può dare.

Uno scritto si legge e si rilegge, è un documento che rispecchia il riferimento a una porzione di tempo, a un ricordo o ad una carica affettiva.

La lettera, proprio perché scritta in forma spontanea, rivela il vero carattere della persona, il suo essere autentico.

Fiore – E per quanto ti riguarda?

Giorgio – Non risparmio tempo per scrivere lettere. E quando non le scrivo, scrivo pagine di diario che considero una forma originale di espressione personale che consente di registrare un pensiero, un problema, un evento.

Per esempio sono certo che, quando leggerai compiutamente gli scritti del mio diario, agli elementi già in tuo possesso ne aggiungerai altri per meglio conoscermi e giudicarmi.

Fiore – E a proposito di giudizi hai ricevuto attestazioni di stima dai genitori dei tuoi alunni?

Giorgio – Sì, ne ho ricevute tante ed è stato per me motivo di profonda soddisfazione.

È stato un evidente segno di riconoscenza per il lavoro svolto nel Liceo come preside.

Mi sono impegnato per dare alla scuola un volto nuovo, il volto di una comunità che interagisce con il territorio, di centro di irradiazione culturale che prepara i giovani a vivere da protagonista il futuro.

Fiore – Un centro che torni ad avere il peso sociale e morale che si merita!

Giorgio – Già! Una istituzione che torni ad essere considerata un investimento positivo per il Paese e che riprenda un posto privilegiato nelle scelte della politica.

Un centro che riprenda in mano il gomitolo del lecito e lo raggomitoli, lasciando fuori il dilagante edonismo e fissando i confini del lecito e illecito, per evitare che venga completamento cancellato il concetto di pubblico pudore o di pubblica moralità. 

Fiore – E nel frattempo il tempo scorre e ricevi la notizia del tuo trasferimento all’Istituto Magistrale di Monte Sant’Angelo in provincia di Foggia, a 150 chilometri dalla tua Bitonto…

Giorgio – Già, un vero e proprio fulmine a ciel sereno, una doccia fredda pensando ai nuovi disagi che avrei dovuto affrontare. Ma, come al solito, non mi sono scoraggiato pensando che avrei potuto optare per una assegnazione provvisoria a una sede più vicina a Bitonto.

Fiore – E nel frattempo rientri a Latisana…

Giorgio – …sì, e comunico alla segretaria e all’applicata del mio trasferimento. Non si meravigliano più di tanto, se lo aspettavano.

Provvedono loro stesse a dare notizia al personale di servizio e soprattutto ai docenti, agli alunni e ai genitori.

Fiore – Immagino la delusione…

Giorgio – Già! Paolo, uno dei bidelli più affezionati a me, ha così commentato la notizia: “Adesso i topacci ricominceranno a saltare”. Era molto evidente che presagiva il ritorno alla baldoria di prima!!!

 Vincenzo Fiore

 

 Michele Giorgio nasce a Bitonto il 6 giugno 1940 dove passa a miglior vita il 13 luglio 2025.

Ha insegnato Storia e Filosofia ed è stato Preside nei Licei fino al 2007. Ha ricoperto l’incarico di Cultore della materia presso la Cattedra di Filosofia del Diritto presso l’Università di Bari.

Ha partecipato alla vita pubblica di Bitonto ricoprendo l’incarico di Consigliere comunale e di Assessore alla Cultura.

È stato anche Direttore dell’Ufficio Pastorale della Cultura per la diocesi di Bari-Bitonto.

Si è sempre occupato di studi storici, filosofici, pedagogici e letterari producendo anche monografie su Gaetano Salvemini, Vincenzo Rogadeo e Giovanni Modugno e collaborando con molteplici riviste, giornali e periodici.

Ha anche coltivato la passione per la pittura. Lo scorcio paesaggistico di Latisana di cui alla prima di copertina di Dalla Puglia al Friuli Venezia Giulia è opera sua.

È autore delle seguenti pubblicazioni: Poesie (Gabrieli, 1970), Realtà e Utopia tra Storia e Poesia (Adda, 2002), La Battaglia di Bitonto nel panorama storico italiano ed europeo (Raffaello, 2010), Venti di Resistenza, romanzo storico (Stilo, 2013), Alberi maestri, Grecale, 2015, Non mi sconfiggerà la morte. Poesie, Tabula Fati, 2015, L’Epopea di un Cafone, Adda, 2018, Vincenzo Rogadeo precursore del meridionalismo, Adda 2019, Gaetano Vacca Medico Scrittore, Adda 2020, Offesa e Perdono, Graus Edizioni, 2021, Percorsi di Speranza. Poesie, Adda, 2022, e Dalla Puglia al Friuli Venezia Giulia, diario di un preside, Adda, 2024.

Ha ricevuto diplomi di merito e segnalazioni in vari concorsi di Poesie. Sue poesie figurano in molteplici raccolte antologiche italiane.

 

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

2 COMMENTS

  1. Sarà stata un’intervista impossibile. Ma a me sembra che il tuo amico Michele Giorgio abbia lasciato nel tuo immaginario una traccia profonda. Una sottile condivione dei valori fondanti del rapporto genitore-figli e una conoscenza dell’interlocutore impossibile opprtunamente saggiata quand’era possibile, nonostante l’allontanamento dalla terra natìa.

  2. C’è un’umanità vibrante e struggente nel viaggio di Vincenzo Fiore, che ci conduce per mano attraverso la memoria e il tempo, come un esploratore che cerca di catturare l’essenza fuggevole della vita. Fiore non è solo un intervistatore, ma un evocatore, un ponte tra epoche, tra l’eterno presente e i ricordi stratificati del passato. Come un Bellow radicato nel cuore della Puglia, egli si muove tra la solitudine e la connessione, tra il sacrificio e l’anelito di significato, dipingendo un quadro che è tanto personale quanto universale.

    Il suo incontro immaginario con Michele Giorgio diventa il cuore pulsante dell’opera, un dialogo che non è solo uno specchio dell’animo umano, ma un tentativo di trattenere l’ombra di un uomo che non c’è più. Giorgio, con la sua solitudine e il suo coraggio, emerge come un moderno Everyman, un uomo che affronta la distanza – geografica, culturale, emotiva – con una tenacia che non è mai priva di grazia. Fiore riesce a catturare questa lotta con una sensibilità che ricorda l’introspezione di _Herzog_, intrecciando riflessioni personali e considerazioni più ampie sul senso del dovere, sul ruolo della scuola, sul valore della famiglia.

    Ogni dettaglio – dai fiori friulani che rallegrano lo spirito al sapore amarognolo delle olive di Bitonto – è carico di significato, un simbolo che arricchisce il racconto e lo radica nella realtà. Eppure, la realtà stessa si fa evanescente: Giorgio è un uomo che vive ora solo nelle pieghe della memoria, un’eco che Fiore cerca di rendere tangibile attraverso le parole. Al di là delle specificità, ciò che emerge è una tensione universale: il bisogno di appartenenza, il desiderio di lasciare un segno, di costruire qualcosa di duraturo in un mondo che spesso sembra frammentato.

    Fiore non si limita a raccontare; egli riflette, indaga, interroga, trasformando ogni conversazione in un’occasione di scoperta e di recupero. Come Bellow, egli ci invita a guardare oltre la superficie, a riscoprire il valore delle connessioni umane, della memoria e del sacrificio. Il suo viaggio, come quello di Giorgio, non è solo un movimento nello spazio e nel tempo, ma una ricerca di significato, un tentativo di illuminare le ombre che avvolgono la nostra esistenza. E in quelle ombre, Giorgio non è mai davvero scomparso: il suo spirito, la sua voce, continuano a vivere, testimoniati dalla profondità di questo racconto.

    Fiore ci ricorda che, anche nei momenti di solitudine e dubbio, c’è sempre una forza che ci spinge a continuare il nostro cammino, e che il passato – con i suoi sacrifici, i suoi legami, i suoi insegnamenti – non è mai davvero perduto. È un’opera che tocca il cuore e stimola la mente, un tributo a ciò che resta di noi quando non ci siamo più.

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