Ciao, sono Domenico Fioriello…
Ehi, architetto caro, dimmi…
Caro Vincenzo, visto che domicili a Mariotto, mi aiuti a visionare il votano, in dialetto “vòtene”, che si trova in un terreno posto sul prolungamento di Via Caprera, in adiacenza con Vico II Le Matine?

Assolutamente sì! Il motivo per cui vuoi visionare questo luogo?
Sto sviluppando un pezzo da pubblicare sempre sul quotidiano Primo Piano, diretto da Mimmo Larovere, sulle cisterne che faranno la storia della sete e dell’ingegno della tua frazione.
Ti aspetto, anche per gustare un buon caffè…
D’accordo e grazie… ci vediamo martedì…
Luogo visionato, fotografie scattate, articolo completato e pubblicato il 27 luglio su Primo Piano ed oggi, per gentile concessione di Mimmo Larovere e dell’autore, anche sul nostro blog…
Vincenzo Fiore

In quelle cisterne la storia della sete e dell’ingegno a Mariotto
Realizzati tra fine Ottocento e primo Novecento, i grandi serbatoi pubblici, efficace risposta alla cronica carenza d’acqua nel territorio, oggi lottano contro l’abbandono e l’oblio
Attraverso vari articoli abbiamo già avuto modo di illustrare le cisterne pubbliche di Bitonto, costruite fuori dalle mura, in prossimità delle porte di accesso alla città antica. Di queste riserve idriche tre sono state realizzate tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, e restaurate poi nell’Ottocento: la prima la Cisterna della Commenda posta fuori Porta Robustina, purtroppo è andata perduta; a seguire la “Pescara” del Corso, nota come Cisterna della Corriera fuori Porta Baresana, e la terza, la Cisterna di Santa Teresa fuori Porta Pendile. L’ultima, invece, la Cisterna del Carmine, è stata costruita nell’Ottocento fuori Porta La Maja. Proseguendo sullo stesso argomento, illustreremo ora le cisterne realizzate nella frazione di Mariotto, che in un primo momento non erano pubbliche, ma private.
La storia di Mariotto

È opportuno, comunque, prima dare alcune informazioni di carattere storico sulla frazione di Mariotto: situata ai piedi della Murgia barese, a circa 14 chilometri a Sud-Ovest della città, a 240 metri sul livello del mare, in una parte del territorio del comune di Bitonto che, poi, oltre il comprensorio delle Matine e l’antica pista erbosa del Regio Tratturo, rientra nell’area del Parco Nazionale dell’Alta Murgia.
Per le notizie storiche sulle origini e la denominazione di questo borgo non si può fare a meno di consultare i libri di Damiano Pasculli. Nello specifico dal volume “Mariotto toponomastica” si deduce che il toponimo trae la sua origine dalla figura di Mariotto Verità, possessore del feudo, a lui assegnato nel Quattrocento dal sovrano di Napoli Re Ferrante, ovvero Ferdinando I di Aragona. Nel Cinquecento il feudo passa in eredità alla Famiglia Gentile a seguito del matrimonio tra Maria Lorita Verità, figlia di Mariotto, e Berardino Gentile di Barletta, e rimane in possesso dei Gentile fino al 1806, anno della definitiva abolizione della feudalità.
Sempre Pasculli riferisce che il primitivo toponimo che indicava la zona era Casamassima, da “casa maxima”, nome di origine romana che forse indicava la presenza di una grande azienda agricola, nella vasta contrada. Successivamente il nome del luogo viene mutuato in San Pietro di Casamassima, pare per la profonda venerazione che gli abitanti del feudo, identificato con questa nuova denominazione, nutrivano per San Pietro.
Tale feudo apparteneva anticamente alla famiglia Rolem, probabilmente di origine normanna, il cui nome poi è stato trasformato in Orlem. Tra il 1500 e il 1800, tuttavia, la località è stata indicata con numerosi e diversi toponimi. Da documenti catastali risulta che, nel 1809 e nel 1823, il feudo era in possesso a Diego Gentile, e il toponimo appare persino nella versione femminile come “Mariotta“, come si evince pure dalla prima “tavoletta”, in scala 1:25000, redatta dall’IGM (Istituto Geografico Militare) nel 1912, corretta dopo, in quella del 1949, con il nome “Mariotto“.
La pianta topografica del 1824
Le cisterne effettivamente realizzate nella frazione di Mariotto sono due, ma vi è pure un’altra struttura di diversa tipologia. Per risalire alla data di costruzione di questi manufatti è fondamentale la lettura di un prezioso documento, un disegno, del quale purtroppo non disponiamo nella forma integrale, perciò non ci è dato sapere né la fonte, né l’autore.
A riguardo, infatti, qualche anno fa Pasquale Fallacara su facebook, in un post sul gruppo “Bitonto da RISCOPRIRE”, da lui amministrato, ha pubblicato gli stralci di un disegno, intitolato “Pianta topografica di MARIOTTO allo stato dell’anno 1824”, fatto redigere sicuramente da qualche membro della Famiglia Gentile, allora possessori del feudo, forse proprio da Diego Gentile.
L’intestazione lascia pensare più ad un rilievo, ad uno stato dei luoghi, ma le indicazioni riportate nel disegno sembrano più di natura progettuale, considerando quello che poi è realmente divenuto il borgo. Di fatti, oltre alla rappresentazione del territorio, cattura l’attenzione la configurazione prevista nella sistemazione del nucleo abitativo, serrato da un doppio filare di alberi che disegnano due emicicli, forse mai realizzati: uno più grande, che chiude il borgo in direzione della strada che conduce a Terlizzi, l’altro più piccolo, ortogonale al primo, posto sulla strada verso Bitonto.
L’impianto planimetrico è molto razionale nell’organizzazione dei volumi, disposti secondo un ordine gerarchico, e si sviluppa tutt’attorno al palazzo baronale, posto al centro, con le case coloniche intorno. Nel disegno, la larghezza della piazza sembra scaturire proprio dalla dimensione dell’edificio nobiliare, anche se poi la configurazione effettiva è differente. Da ciò, comunque, si deduce che è stato il palazzo baronale, costruito dalla Famiglia Gentile, a dare vita allo sviluppo urbanistico del borgo. Questa importanza primordiale, peraltro, è confermata pure dalla scelta come vertice trigonometrico da parte dell’IGM.

Nella pianta topografica incuriosisce la mancata presenza di una chiesa, che non è esplicitamente indicata, anche se nel borgo vi era una piccola cappella della Famiglia Gentile per le funzioni religiose. Tuttavia non è da escludere l’ipotesi che la chiesa fosse individuata attraverso l’edificio non campito, quello con le dimensioni maggiori rispetto agli altri corpi di fabbrica, posto in asse con la strada principale, in maniera tale da offrire la facciata alla vista di chi arriva al borgo da Bitonto, assurgendo, dunque, a quinta scenografica di fondo. Secondo questa ipotesi, quindi, la chiesa doveva essere prevista sul lotto dove oggi si trova l’asilo, però non posizionata con la stessa giacitura ruotata, ma seguendo la direzione della strada principale, in maniera da costituire un contrappunto all’emiciclo più piccolo. La chiesa, dedicata alla Beata Vergine Addolorata, nei fatti, è stata realizzata con la facciata rivolta verso Piazza Roma, e costruita sul finire dell’Ottocento, in pieno periodo revival, con forme neoromaniche, su progetto dell’architetto Luigi Sylos, e inaugurata nel 1902.
La pianta topografica, del possedimento della Famiglia Gentile, è molto dettagliata anche per quanto riguarda l’organizzazione delle colture: emerge chiaramente una vasta estensione di terreni a bosco, che si sviluppa in continuità con quelli di altre proprietà, formati sicuramente da piante di quercia roverella, un tempo molto presente in quei luoghi. Ancora oggi ritroviamo questo tipo di pianta, in forma sparsa, con singole unità, su alcune strade, come ad esempio la Provinciale 89, la via che collega le frazioni alla città. Nel disegno vi è pure un grande terreno con vigne, che denota la particolare vocazione della zona, poi un appezzamento ad “amendorleto“, con piante di alberi di mandorle, ed un altro a “ficaio“, con alberi di fichi. Infine si distingue anche un’area a verde, conosciuta con l’espressione dialettale locale “u màcchie” (il macchio): una macchia delimitata dai prolungamenti delle odierne Via della Libertà e Via Isonzo, che comprende pure un giardino all’italiana. Questo termine viene utilizzato ancora oggi dai mariottani per la denominazione di Via Cialdini, intermedia rispetto alle due strade già menzionate. Nella pianta topografica compaiono anche delle strutture rurali, tra cui un ovile, indicato come “Jazzo del Cocchiere”, situato un tempo esattamente dove ora si trova il campo di calcio, quindi andato perduto, ed un fabbricato, invece tuttora esistente, forse utilizzato come deposito o ricovero per il bestiame, identificabile nel disegno con il corpo di fabbrica segnato di rosso, all’interno del bosco.

Nella pianta topografica si rileva anche la presenza di due cisterne, entrambe contrassegnate come “peschiera“: termine poco utilizzato, ma che sta proprio ad indicare una vasca di grandi dimensioni, in genere realizzata tramite scavo o in muratura, che assolve alle esigenze legate alla raccolta delle acque piovane. Dunque è assai probabile che le due cisterne di proprietà della Famiglia Gentile siano state previste, e costruite, in occasione della stesura di questa pianta topografica, quando l’azienda agricola è stata trasformata in un vero e proprio centro abitato. Nel disegno una riserva idrica si trova a margine dei blocchi per le abitazioni, oggi parte integrante del tessuto edilizio, ed è conosciuta come “Cisterna dell’Abbondanza”, mentre l’altra, posta in piena campagna, è nota come “Piscina del Chiuso”.

La Cisterna detta dell’Abbondanza
La Cisterna dell’Abbondanza è situata sulla sede di una vecchia strada, in una posizione per niente casuale: il sito è strategico, come abbiamo già più volte evidenziato per le pescare urbane, essendo particolarmente idoneo a raccogliere l’acqua piovana, e capace di garantire naturalmente la conveniente “dote” al serbatoio. A tal proposito risultano preziose le indicazioni offerte da Damiano Pasculli che, nel suo libro “Mariotto territorio e società”, spiega come la piazza sia stata realizzata su di un lago, uno dei tanti di cui era ricco il territorio circostante. La riserva idrica è stata costruita, quindi, ad una quota sottoposta rispetto a quella della villa, a dimostrazione del fatto che il luogo fosse senza dubbio adatto alla raccolta delle acque. Quasi certamente, con la realizzazione della piazza, è stata costruita anche una “sentina”: un condotto sotterraneo che aveva la funzione di alimentare il serbatoio idrico.

Nonostante l’operazione di riempimento e livellamento della piazza l’acqua piovana continuava a raccogliersi in quel punto. Il problema sembra essere arginato successivamente da un’ulteriore sistemazione, ma in occasione di piogge consistenti, sia la piazza che le abitazioni sui lati rimanevano allagate, per via della grande quantità d’acqua che confluiva. Negli anni Trenta del Novecento, si cerca di risolvere definitivamente la questione con la costruzione di un canale, capace di raccogliere queste acque piovane e deviarle. Questo canale è composto da due tratti. Il primo, coincidente con Vico II delle Matine, oggi è un vero e proprio condotto chiuso che inizia da Via della Matine e, fiancheggiando l’abitato, termina in corrispondenza di via Isonzo. Il secondo tratto, invece, è a cielo aperto, si sviluppa attraversando il ponticello di via Bazzarico e il ponte a tre fornici di via Terlizzi (già presente nel 1900 e ricostruito verso il 1950) e prosegue per un centinaio di metri parallelamente a Via Mentana, fino a disperdersi nella campagna. Negli anni Sessanta, per garantire una maggiore efficienza e durabilità nel tempo, questo canale è stato consolidato, tramite la realizzazione del letto e delle murature, di entrambi i lati, in cemento.

Sovrapponendo la pianta topografica del 1824 ad una foto aerea attuale si evince che le dimensioni della corrispondente “peschiera”, rispetto a quella che poi è stata effettivamente realizzata, sono esattamente il doppio in lunghezza e la metà in larghezza, quindi le due superfici sono equivalenti. Nel disegno, la “pescara” è inserita al centro di un’area recintata che, quasi certamente, doveva essere pure lastricata per fungere anch’essa da dote per la raccolta dell’acqua al serbatoio. La cisterna costruita è di forma rettangolare e misura 51 per 37 palmi, corrispondenti a 13,26 per 9,62 metri. Allo stato attuale si presenta chiusa su tre lati, mediante alti muri di recinzione, che la separano da proprietà private:risulta perciò aperta solamente sul lato lungo prospiciente Via Camillo Benso conte di Cavour.
La riserva idrica con la parte emergente, rispetto al livello stradale, conserva ancora la tipica conformazione a doppia falda. È necessario evidenziare la posizione inusuale dei due boccagli per il prelievo dell’acqua che, comunque, non sono ottagonali, come tutti quelli visti finora nelle cisterne urbane, ma circolari. Essi, infatti, non sono collocati sulla linea di colmo delle due falde, come normalmente avviene, ma si adagiano sul piano inclinato delle falde, e per di più in maniera sfalsata, dunque, vi è un boccaglio per falda: una soluzione alquanto particolare, che non permette al boccaglio di stare in bolla.

Tra i documenti dell’Archivio comunale di Bitonto, conservati presso il Museo Archeologico, Fondazione De Palo-Ungaro, è possibile consultare il fascicolo intitolato “Cisterna a Mariotta“, contenente in realtà due semplici lettere. La prima, datata 16 maggio 1907, è scritta dal sindaco di Bitonto, identificabile nella figura di Domenico Scivittaro, pur non essendo la lettera autografa. Questi chiede cortesemente al Cav. Jannuzzi Nicola, uno dei proprietari della cisterna detta dell’Abbondanza, di cedere la propria quota al comune, perché, come spiega gli abitanti «hanno un grande bisogno di acqua potabile». Inoltre, si rende disponibile a trattare l’indennizzo con gli altri comproprietari e a provvedere, con sollecitudine, all’inizio dei lavori di riparazioni necessari.
Segue la lettera di risposta, del 24 maggio 1907, di Nicola Iannuzzi, il quale informa il sindaco di aver iniziato le pratiche di cessione al comune con tutti gli eredi Gentile, proprietari della Cisterna dell’Abbondanza, rassicurandolo di mantenersi nei limiti per l’indennizzo da corrispondere a qualche comproprietario che ne facesse richiesta. Infine ringrazia il sindaco per come si adopera per il Villaggio. Dunque è con questo atto che la Cisterna dell’Abbondanza diventa una pubblica cisterna del Comune di Bitonto.
Qualche anno più tardi, come si rileva sempre dai documenti dell’Archivio, il 24 gennaio 1924, viene redatto dall’Ufficio Tecnico Comunale un “Progetto di riparazione del Cisternone dell’Abbondanza in Mariotto” con relativa previsione di spesa, a cura dell’ingegner Salvatore Ambrosi, allora tecnico delle opere comunali. I lavori consistono nel risarcimento della muratura del fronte anteriore, nella sistemazione del pavimento di copertura, degli scalini al centro e dei boccagli in pietra.
A riprova di quanto all’epoca fosse davvero sentito il problema dell’approvvigionamento idrico, delle preoccupazioni e delle ansie che destava in maniera ciclica, non solo nella città ma anche nelle frazioni, è possibile rintracciare, tra i documenti dell’Archivio comunale di Bitonto, altri fascicoli sul tema. Tra questi vi è quello relativo alla “Costruzione di cisterne al Palombaio e Mariotto”, per raccogliere acqua piovana in entrambe le frazioni. All’interno vi è un documento, firmato il 10 novembre 1899 dal regio commissario straordinario, avente ad oggetto la «costruzione di nuova cisterna nella frazione di Mariotto per uso di quegli abitanti», in cui si fa riferimento al «progetto dell’ufficio tecnico comunale del 6 luglio 1899» e al relativo «capitolato del 7 luglio 1899 facente parte integrante del progetto medesimo»: una iniziativa che nella realtà non avrà sviluppi.

Si segnala, poi, anche il tentativo da parte del Comune di Bitonto di eseguire “Saggi delle sorgiveesistenti in contrada Mattine”. Attraverso la missiva dell’Intendente della Terra di Bari, datata 29 settembre 1828,che ha ad oggetto «Sperimento idraulico nelle Mattine di Bitonto», si mette in campo l’ipotesi di utilizzare le sorgenti dell’Omero e di Saponara, nelle contrade di Amely (D’Ameli) e Scippa (Scippi), nell’area situata tra le Matine di Bitonto e quelle di Toritto.
Tra i documenti vi è pure il fascicolo dal titolo “Cisterna pubblica in Mariotta“, del 1910, che racchiude solamente un capitolato d’appalto, per la costruzione di una nuova cisterna pubblica, inerente ad un progetto redatto dall’Ufficio Tecnico Comunale il 10 novembre 1910, e nessun altra indicazione. Nel 1912 si presenta l’annoso problema della siccità, documentato dal fascicolo “Acqua potabile per la frazione di Mariotto“, che include una lettera datata 16 agosto, con la quale viene preso un provvedimento di urgenza, che prevede il rifornimento ed il trasporto di acqua potabile dalla cisterna di Cela, nei pressi di Palombaio, fino a Mariotto.
La Piscina del Chiuso
L’altra grande cisterna, realizzata nella frazione di Mariotto, è quella conosciuta come Piscina del Chiuso, una denominazione riportata pure sulla tavoletta dell’I.G.M. (Istituto Geografico Militare) del 1949. Il termine “Chiuso” deriva dall’espressione dialettale “chiùse” che, come si evince dalla corrispondente voce, nel dizionario del “Lessico dialettale bitontino” di Giacomo Saracino, o nell’edizione ampliata da Nicola Pice, sta ad indicare un podere, recintato da muri a secco, piantato tutto a mandorli o a ulivi, quindi, con riferimento ad un mandorleto o ad un uliveto.
Infatti, come già anticipato, la riserva idrica era inserita in un “amendorleto”, oggi ubicata appena fuori dal centro abitato di Mariotto, a margine del comprensorio delle Matine, il cui limite è lambito dal rilevato di una tratta del tracciato dell’Acquedotto Pugliese. Il grande serbatoio, in pianta, ha una forma leggermente a parallelogramma piuttosto allungata, e misura circa 38 palmi, in larghezza, vale a dire 9,88 metri, per 94 palmi, in lunghezza, corrispondenti a 24,44 metri.
Il corpo emergente, fuori terra, ha la tipica copertura a doppia falda, visibile chiaramente sui lati corti, dove vi sono delle aperture, che oggi appaiono piuttosto squarciate. I lati lunghi, invece, presentano al centro delle scalinate che permettono l’accesso alle due vere di forma quadrata, necessarie per attingere l’acqua, poste sul colmo delle falde. Queste sono collegate, per mezzo di canali, a pile in pietra, che un tempo erano collocate sulla parte più bassa della falda, utili per l’abbeveraggio degli animali. Di questi elementi lapidei, oramai trafugati, purtroppo non rimane più traccia.
Lo spazio interno del serbatoio, una volta visibile attraverso le aperture sui lati corti, tamponate di recente, sorprende per la grande maestria dell’esecuzione dei lavori e la perfezione costruttiva. I muri e la volta sono costruiti da blocchi di pietra a faccia vista, lavorata a bozze rustiche con giunti sottili: un’esecuzione perfetta che doveva garantire una certa tenuta all’acqua e una lunga durata del manufatto. I conci della muratura, che sono più alti, proseguono fino alle reni della volta, poi diventano più stretti. Questa successione dei filari continua pure sui lati corti.
La riserva idrica, ancora oggi, sorge in una sorta di aia di forma trapezoidale, ricavata nel vecchio mandorleto, e recintata da un muro a secco. Sicuramente quest’area costituiva la dote per la raccolta delle acque piovane da convogliare nel serbatoio, perciò non è da escludere l’ipotesi che un tempo fosse addirittura lastricata. L’acqua, raccolta in questa cisterna, quasi certamente serviva per usi agricoli, ma non è detto che, prima della installazione delle fontanine pubbliche dell’Acquedotto Pugliese, non fosse pure utilizzata per usi domestici, visto il grande bisogno di acqua potabile e la scarsa reperibilità del prezioso liquido.
Il Votano del Macchio (U Vòtene du Màcchie)
Al di là delle due cisterne appena viste, che peraltro hanno lo stesso carattere tipologico, nella frazione di Mariotto vi è un altro tipo di struttura per l’approvvigionamento idrico. Si tratta di un votano, in dialetto “vòtene”, che si trova oggi in un terreno posto sul prolungamento di Via Caprera, in adiacenza con Vico II Le Matine, mentre un tempo rientrava nell’area dove vi era “il macchio”: la macchia con il giardino all’italiana.
Il termine votano sta ad indicare una cisterna a cielo aperto di forma circolare, utile per la raccolta delle acque piovane, solitamente ubicata in bacini o doline carsiche, ricavata nel terreno e nella roccia, dotata di parapetto e, in alcuni casi, anche di un inghiottitoio, per la dispersione delle acque stesse. La presenza di questo votano, in quel punto, è un’ulteriore dimostrazione che il villaggio e la piazza, in particolar modo, come già detto, sono stati realizzati in un luogo dove in passato c’era un lago, o che comunque fosse una zona paludosa.
È strano che questa particolare struttura finora non sia stata segnalata e indagata da nessuno studioso locale: è stato possibile individuarla solamente grazie alle foto satellitari di cui oggi disponiamo. La visione di questo manufatto è stata resa possibile grazie all’interessamento del giornalista Vincenzo Fiore e alla sua intercessione con i proprietari. La figura circolare del manufatto compare sul fotogrammetrico comunale, ossia nella cartografia più recente, ma non è indicata nella pianta topografica del 1824, e ciò rende difficile ipotizzare la data della sua costruzione, ma è pur chiaro che, per la sua manifattura, possa risalire comunque al periodo ottocentesco.
Questo votano presenta una soluzione architettonica piuttosto singolare e in passato doveva apparire molto scenografico, perché la cavità, disegnata dall’anello murario, intonacato internamente, contiene due scale utilizzate per la discesa nella cisterna, collocate in modo diametralmente opposto tra loro e sorrette due archi rampanti. Allo stato attuale, purtroppo, non è possibile cogliere la visione complessiva della struttura, perché impedita dalla crescita spontanea di un enorme fico, che si è impossessato della piccola architettura. Il manufatto, che, allo stato attuale, si presenta privo di gran parte del parapetto, ha un diametro esterno di 43 palmi corrispondenti a 11,18 metri, ed uno interno di 39 palmi, pari a 10,14 metri.
A titolo esemplificativo ci sembra opportuno segnalare altri tipi di votano, presenti sul territorio, situati a qualche chilometro di distanza, all’interno del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Anche questi realizzati nell’Ottocento, come quello di Mariotto, hanno pressappoco le stesse caratteristiche dimensionali. Queste opere suscitano sempre grande meraviglia per la straordinaria bellezza e la grande maestria nell’apparecchiatura muraria di pietra, nonostante siano collocate in aperta campagna.
Due di questi votani si trovano nell’agro di Altamura, entrambi sulla Strada Provinciale 151, la Ruvo-Altamura. Il primo è situato a poca distanza dal confine con il territorio di Bitonto, all’interno della Masseria Ceraso Nuovo, in contrada Fatona. La struttura ha un diametro esterno di 48 palmi, pari a 12,48 metri ed uno interno di 42 palmi corrispondenti a 10,92 metri. A circa 5 chilometri di distanza da questo, presso lo Jazzo Zenzola, è ubicato il secondo, contrassegnato proprio come “Il Votano”, anche sulle cartografia dell’IGM. Il manufatto ha un diametro esterno di 40 palmi corrispondenti a 10,40 metri, ed uno interno di 36 palmi, pari a 9,36 metri.
Ben più ampio, invece, è il votano che si trova nel bacino carsico di “Gurio Lamanna” chiamato anche, impropriamente, “Gurlamanna”, nel comune di Gravina in Puglia. Non è una semplice dolina, ma una delle più grandi cavità carsiche murgiane, situata nelle immediate vicinanze del Pulicchio di Gravina, da cui è separata solo tramite la Strada provinciale 238, la Corato-Altamura.
La dolina è dotata di un votano con un inghiottitoio all’interno, nel quale finisce parte dell’acqua piovana raccolta nel bacino idrografico. Durante le intense precipitazioni, la dolina si riempie di una enorme quantità di pioggia, che viene smaltita in parte dall’inghiottitoio e in parte dalle stesse pareti della conca. Il votano, che misura quasi il doppio rispetto agli altri due appena visti, ha un diametro esterno di 84 palmi, pari a 21,84 metri ed uno interno di 74 palmi, corrispondenti a 19,24 metri.
Conclusione
Oggi queste riserve idriche versano in uno stato di profondo degrado: la “Cisterna dell’Abbondanza”, per motivi di pubblica sicurezza, è stata persino recintata, mentre la “Piscina del Chiuso”, oltre a raccogliere ancora acqua, è diventata un grande contenitore di rifiuti di ogni genere, motivo per cui sono state tamponate di recente le bucature presenti sui lati corti. Se da una parte la costruzione di questi serbatoi in passato è stata segno di grande civiltà dei nostri avi, oggi al contrario dimostra un elevato grado di inciviltà. Nonostante questi manufatti non assolvano più alla loro originaria funzione, sarebbe auspicabile un recupero, per trasmettere questi scrigni, un tempo davvero preziosi, alle future generazioni.
Domenico Fioriello






