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Nella notte che precede il 13 dicembre dedicata a Santa Lucia, sopravvive un’affascinante tradizione popolare, tramandata da generazione in generazione soprattutto nelle regioni del Sud Italia.
Si tratta del rito del pettine, un piccolo rituale domestico carico di mistero e suggestione. Non è magia né superstizione, è piuttosto l’espressione di un bisogno umano profondissimo, quello di credere che l’invisibile possa parlare, che l’attesa dell’amore o della risposta ad un turbamento interiore possa trovare ascolto in una notte speciale.
Allora vediamo in cosa consiste questo rituale.
Il pettine è un oggetto quotidiano intimo, legato al corpo e alla cura di sé. Diviene strumento simbolico di attenzione per il corpo, speranze per il cuore.
Bisogna scegliere un pettine personale, nuovo o mai usato da altri.
La sera del 12 dicembre, prima di andare a letto, ci si pettina con cura per poi sistemare il pettine sotto il cuscino (si dice prima delle 22 di notte). Così si va incontro a Morfeo mantenendo nel cuore un pensiero, un desiderio, un’intenzione: l’incontro con l’amore, la speranza di un cambiamento, un sogno di felicità.
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Si dice che, durante il viaggio onirico, grazie all’intercessione di Santa Lucia, chi compie questo rito, possa vedere il volto della propria anima gemella o la persona che diventerà il compagno/a di vita.
In un tempo che ha fretta e spesso dimentica il valore dei piccoli gesti, il rito del pettine, ci riconsegna la bellezza dell’attesa e la sacralità del sogno. Perché a volte anche un semplice sogno può accendere una luce.
Piera Messinese






