Le parole sono sempre importanti, poiché da esse prendono forma il pensiero, il giudizio e la memoria degli uomini.
Tuttavia, la loro gravità non risiede unicamente nel significato che recano, ma anche nell’autorevolezza di colui che se ne fa interprete.
Non ogni voce è investita della medesima dignità, né ogni censura possiede la forza necessaria per elevarsi a monito.
Già Catone il Censore, custode inflessibile del “mos maiorum“, insegnava che l’autorità non si conquista attraverso la veemenza delle parole, ma mediante la rettitudine della condotta.
L’uomo, prima ancora del discorso, è misura della credibilità del discorso stesso.
Per tale ragione, le dichiarazioni di Trump contro Meloni appaiono destinate a lasciare un’eco fugace.
Esse possono suscitare clamore, occupare per un momento il teatro della cronaca e alimentare il tumulto del dibattito; tuttavia, prive della necessaria autorevolezza, finiscono per dissolversi come vento tra le rovine del tempo.
Poiché vi sono parole che acquistano peso dalla nobiltà di chi le pronuncia e altre che, pur rimbombando con fragore, non riescono a sottrarsi alla propria inconsistenza.
La vera saggezza consiste allora nel distinguere il rumore dalla sostanza, l’enfasi dalla credibilità.
Perché le parole contano, certamente; ma ancor più conta la statura morale di chi le pronuncia.
E quando questa difetta, anche le accuse più roboanti sono destinate a spegnersi, lasciando dietro di sé null’altro che un’eco vana e transitoria.
Piera Messinese






